Far quadrare i conti

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Quando si videro recapitare boccali colmi di birra mista a limonata, gli assetati avventori della taverna di Franz Kugler aggrottarono le fronti inumidite dalle pedalate e dal luglio bavarese. Era tradizione consolidata che al biergarten i ciclisti fossero accolti da litri di lager, ma quel pomeriggio del 1922 l’oste, temendo che la sete dei clienti potesse esaurire le sue scorte di birra, s’inventò lo strano cocktail: lo chiamarono radler, vuol dire “ciclista”.

Diverse fronti si erano aggrottate anche qualche mese fa, quando gli organizzatori della Gold Race, la corsa olandese sponsorizzata – toh – da una birra, avevano comunicato di aver modificato l’ultima parte del percorso. Il Cauberg, la collina più famosa delle trenta che impilate una sull’altra compiono il miracolo di alzare nei Paesi Bassi un dislivello molto superiore allo Stelvio, era stato spostato più lontano dall’arrivo. Quasi certamente in quella posizione non sarebbe stato decisivo, e a qualcuno tutto ciò non era piaciuto. Ma gli organizzatori, osti previdenti quanto quel Kugler, erano convinti di aver fatto bene i conti.

Disegnare il ciclismo, e correrlo, certe volte è soprattutto questione di calcoli. Uno degli sport ontologicamente più fisici diventa un gioco di strategia che a spiegarlo ai novizi avrebbe avuto qualche difficoltà persino John Nash. Tiesj Benoot e Tim Wellens, per esempio, sono due che a prendere le misure fanno ancora una discreta fatica. Benoot è quello che oggi, parte sinistra della divisa ridotta a brandelli, ha accelerato sul Kruisberg, oltre 40 km dall’arrivo, portandosi dietro cinque nomi belli grossi (Gilbert, Henao, Haas, Albasini e Lindeman, presto raggiunti da Izaguirre e Rojas, più avanti anche da Kwiatkowski) per poi staccarsi quasi subito. Wellens è invece quello che ha provato ad agganciarsi quando era troppo tardi: è arrivato a 7-8 secondi dal gruppetto, dopo davanti hanno cominciato a fare sul serio e lui è scivolato via. È scivolato anche Gasparotto, il vincitore dell’anno scorso, nel senso che è caduto, la sfortuna a fare i conti non sbaglia quasi mai.

Sull’ultima salita, l’affollata terrazza naturale che è il Bemelerberg, Michał Kwiatkowski è partito fortissimo, Philippe Gilbert l’ha seguito e ha rilanciato. I due hanno seminato i compagni di fuga, ma non sono riusciti a seminarsi a vicenda. Quest’anno vanno così bene da potersi permettere di trasformare l’Amstel Gold Race in una personalissima “bella”. Il primo ha vinto la Sanremo, l’altro il Fiandre, oggi l’uno contro uno. Kwiatkowski ripropone la trappola che aveva ingannato Sagan su via Roma: lascia all’avversario due metri di vantaggio, invitandolo a lanciare lo sprint. Ma l’avversario di oggi è Gilbert, lui questa corsa l’ha vinta già tre volte, conosce Valkenburg e conosce il vento, sa che è troppo presto, prende l’iniziativa per ultimo, rimonta e vince. Fa il segno del 4 con le dita, poi si scola il bicchiere di radler offertogli sul podio e dice che il suo obiettivo è vincere una classica all’anno, ma quest’anno è già a quota due, servirà ad aggiustare la media degli anni in cui non ne ha vinta nessuna. I conti quadrano.

Agli ospiti di Franz Kugler alla fine piacque molto la miscela paglierina che interruppe la tradizione della bionda al termine delle pedalate, era meno alcolica e più rinfrescante. Un po' come la nuova Gold Race, perché sulla birra si possono continuare ad avere idee diverse, difficilmente sul fatto che oggi si sia vista un'altra grande corsa. Il 2017 del ciclismo sembra Gilbert: non sbaglia un colpo

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