Guida ufficiosa al Giro del Vietnam

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Ci siamo, l'attesa è finita. La stagione del grande ciclismo ricomincia tra pochi giorni. Martedì 19 maggio per la precisione, quando prenderà il via il 32° il Giro del Vietnam.

Non fate quella faccia. È grande ciclismo, a suo modo. Datemi una decina di minuti per provare a convincervi di questa che per me è ormai è un'evidenza acclarata. Se alla fine non ci sarò riuscito, pazienza: non avevate nessun'altra corsa da guardare oggi, comunque.

Allora, cominciamo dal nome ufficiale della competizione in questione. Vado a capo per comodità:

Cuộc đua xe đạp toàn quốc tranh Cúp truyền hình Thành phố Hồ Chí Minh

Se non avete nulla in contrario, opterei da ora in poi per un più umano HTV Cup, l'acronimo con cui è conosciuta la corsa fuori dal Vietnam, dove "H" sta per Ho Chi Minh City (la ex-Saigon) e "TV" per... TV: questa corsa è organizzata da una televisione, quella che fa capo al Comitato Popolare di Ho Chi Minh City.

Creato nel 1989, il Giro del Vietnam – potremmo anche chiamarlo così, a pensarci bene – ha lo scopo di celebrare l'unificazione del Paese, avvenuta il 30 aprile del 1975. Difatti, il regolamento della corsa prevede che la competizione si concluda ogni anno il 30 aprile a mezzogiorno.

Poiché il 2020 è un anno, come dire, un po' particolare, gli organizzatori della HTV Cup hanno deciso di fare di necessità virtù posticipando la partenza della corsa a maggio. Non in un giorno qualsiasi di maggio: il 19, cioè il giorno del compleanno del presidente Ho Chi Minh, colui che guidò la nazione verso l'indipendenza, e che era nato – appunto – il 19 maggio di 130 anni fa.

Ma c'è anche un obiettivo sportivo in tutto ciò, ci mancherebbe. In Vietnam il ciclismo è molto seguito (eredità della dominazione francese), e per questo è importante, si legge nella voce Wikipedia dedicata alla corsa in lingua vietnamita, «dare la possibilità ai più forti ciclisti del Vietnam di confrontarsi con avversari di paesi come Corea, Tailandia, Laos, Cambogia e Ucraina.» Soprassediamo sulla ratio che ha portato a includere la remota Ucraina in questa lista e proviamo a procedere oltre.

L'HTV Cup sarà – è questo il nocciolo della questione – il primo grande giro a essere disputato dopo lo stop legato alla pandemia. Non è una corsa riconosciuta dall'UCI, ma non sottilizziamo.

Il punto è che si corre.

Si corre perché il Vietnam, con soli 288 casi accertati di COVID-19 (e nessun morto), è uno dei paesi che si ritiene abbia gestito la diffusione dell'epidemia in modo virtuoso. Operatori e membri dello staff saranno tenuti a indossare una mascherina, ma i corridori no.

Veniamo quindi ai corridori. Saranno 84 in tutto, di 3 nazionalità diverse. Per la precisione, ci saranno 82 vietnamiti, uno spagnolo e un francese. I due stranieri saranno al via perché già presenti in Vietnam all'inizio dell'emergenza, altrimenti avrebbero fatto la fine dell'iraniano Mirsamad Pourseyedigolakhour, 35 anni, una delle stelle della passata edizione, che quest'anno non ci sarà.

Accenniamo in due parole al cursus honorum di Pourseyedigolakhour, il quale, dopo aver scontato una squalifica per EPO (dal 2011 al 2013) è tornato con successo all'agonismo, riuscendo a vincere una tappa al Tour de Langkawi 2014 e, nell'anno di grazia 2016, il Giro dell'Azerbaigian Iraniano.

Dirò anche dello spagnolo e del francese, non temete, ma non posso mica rischiare di perdere strada facendo pezzi della storia della corsa.

La HTV Cup, per esempio, è stato il primo evento in assoluto trasmesso in diretta dalla televisione vietnamita, nel 1993. E nel 2019, con un dispiegamento di mezzi senza precedenti nella storia dei mezzi di comunicazione del Paese (20 telecamere dedicate), tutte le 16 tappe sono state trasmesse in diretta integrale.

Sarà così anche quest'anno, e se ritenete che l'antenna di casa vostra non riceva benissimo il segnale di Ho Chi Minh City TV, la buona notizia è che si potrà seguire la corsa anche su YouTube. La cattiva è che le cronache non solo sono offerte esclusivamente in lingua locale, ma sono anche pervase, in sottofondo, da una playlist di musica dance che procede senza soluzione di continuità dal primo all'ultimo chilometro di diretta.

In pratica, i potenti mezzi di HTV forniscono le immagini ma non l'audio: niente effetti sonori, niente elicotteri, solo un'overdose di David Guetta, Martin Garrix e loro analoghi indigeni.

 

Le tappe, quest'anno, saranno 18. È un aumento rispetto a un anno fa, ma in nessun modo paragonabile alla sovrabbondanza dell'edizione 2018, che prevedeva la bellezza di 30 frazioni. Trenta. Una specie di massacro sportivo, giustificato unicamente dal fatto che trattavasi dell'edizione numero 30 della corsa.

Trentesima edizione, trenta tappe. Così, per festeggiare.

Si spera, per il bene di chi pedalerà in futuro in Vietnam, che gli organizzatori della centesima edizione ricorrano a soluzioni celebrative altre.

Chi abbia vinto la storica edizione 2018 non sono riuscito a ricavarlo. In compenso so che l'edizione 2019 è stata appannaggio dello spagnolo Javier Sardá Pérez – che è anche uno dei due stranieri in gara quest'anno.

Trentunenne, originario della Cantabria, finì 31° al campionato nazionale spagnolo del 2015, appena 11 secondi dietro Alejandro Valverde. L'exploit non fu tuttavia sufficiente ad attirare l'interesse delle squadre europee, così che Sardá Pérez tentò la fortuna prima in Argentina, poi in Bolivia, poi – nel 2016 – in Giappone. Infine, nel 2018, in Vietnam. 

Corre per la TP Ho Chi Minh, una delle squadre-faro del Paese, con i cui colori ha vinto dapprima il Giro dell'Indocina e poi, come detto, il Giro del Vietnam 2019. Ha trionfato, in questo secondo caso, senza imporsi in alcuna tappa, ma sfruttando la sua esperienza e la sua leggerezza. 

Sardá Pérez pesa appena 60 chili, nonostante – come ha ammesso in una pregna intervista di alcuni mesi fa – correre in Vietnam l'avesse fatto inizialmente ingrassare: «Avevo preso tre chili in pochi mesi... Forse per colpa del riso, o del cibo fritto.» La seconda che hai detto, Javi.

A coronamento del suo annus mirabilis, il buon Sardá Pérez la stagione scorsa non si è lasciato sfuggire l'occasione di arrotondare accettando la sfida di un riccone di Hanoi, che aveva messo in palio 10 milioni di dong (circa 430 dollari) per chi avesse fatto segnare un nuovo record in cima al Ba Vi, la salita più dura del Vietnam, 15 chilometri all'8.3% di pendenza media: «Se la mente è sana e il corpo è forte, ce la possono fare tutti.»

Javier Sardá Pérez ce l'ha fatta.

Che riesca a ripetersi in questo Giro del Vietnam, è tutto da vedere. Non depone a suo favore il fatto che la sua squadra la scorsa settimana abbia comunicato l'ingaggio di Nguyen Thang, molto ben quotato in fatto di classifica generale, al quale è stato assegnato il dorsale numero 1. Il campione in carica correrà invece con un anonimo 7.

Cotanto affronto potrebbe nascondere un pizzico di campanilistica scaramanzia, visto che gli appassionati locali sperano ardentemente che la maglia gialla (sì: la maglia del leader del Giro del Vietnam è gialla; quella del miglior scalatore, ça va sans dire, a pois) torni sulle spalle di un vietnamita. Magari uno in grado di rinverdire i fasti dell'epoca del grande Truong Quoc Thang.

Come, chi era Truong Quoc Thang? Bisogna proprio spiegarvi tutto, eh.

Truong Quoc Thang è il Coppi vietnamita; colui che ha portato la HTV Cup nell'immaginario collettivo della nazione vincendola per ben 4 volte (un record) tra il 1997 e il 2002.

Classe 1980, figlio dell'olimpionico Truong Kim Hung (a sua volta ciclista, soprannominato – e non sembrerebbe 'sto gran complimento – "il re della fortuna"), Thang si è fatto conoscere al grande pubblico vincendo il suo primo Giro del Vietnam appena diciassettenne, ma soprattutto conquistando un'insperata medaglia d'oro nella prova in linea ai Campionati Asiatici del 2000.

La ricorda così, quella sua impresa: «Ero all'attacco con due mongoli che non mi consideravano. A 5 chilometri dall'arrivo li vidi confabulare tra loro, dopodiché si alternarono in testa cercando di staccarmi, ma io resistetti e alla fine li sorpresi.»

Thang ricorda anche che lì per lì nessuno credette al suo successo: «Nemmeno mia madre pensava fosse vero. Dovetti mostrare la medaglia al collo in aeroporto per farmi prendere sul serio.» 

Alcuni anni dopo, tuttavia, la ruota girò e Thang fu prima squalificato per rissa (lui e un suo connazionale si menarono di brutto al termine di un Thailand Open in cui si erano corsi contro), poi costretto al ritiro da una sinusite cronica. Da allora ripara telefoni cellulari e allena i ragazzi in un piccolo club locale: «Perché, qualsiasi cosa faccia, penso alla bicicletta.»

Che ci crediate o meno, Truong Quoc Thang, con i suoi 17 anni, non è il più giovane vincitore di sempre del Giro del Vietnam. È stato battuto nel 2013 da Tran Thanh Dien, capace di imporsi a 16 anni e 315 giorni.

Si legge in un riassunto di quell'edizione che Tran Thanh era considerato al via soltanto un novizio senza grossi risultati in carniere (e grazie, aveva 16 anni), ma che si mostrò in grado di cogliere l'occasione quando i grandi della corsa si preoccuparono più che altro di distruggersi l'un l'altro. Un po' come Carapaz al Giro d'Italia 2019, se vogliamo. Chi fossero i Nibali e Roglič avversari di Tran Thanh, non è dato saperlo.

Commosso, Tran Thanh dichiarò ai giornalisti che considerava quella vittoria un trampolino di lancio verso il futuro. Sue notizie rintracciabili da allora: nessuna.

Ma torniamo al 2020, e ai favoriti alla vittoria di questa edizione. Cyclingnews propone, subito dietro la coppia di capitani della TP, il quartetto composto da Phan Hoang Thai, Nguyen Tan Hoai, Trinh Duc Tam e Le Ngoc Son. Non chiedetemi di più su di loro.

Qualche chance anche per il 23enne Luong Van Sinh, capitano dell'unica squadra al via che faccia riferimento ad Hanoi, la capitale.

E poi, ovviamente, il secondo straniero al via. Si tratta di Loïc Desriac, parigino della Bikelife Dong Nai. Trentun anni e un discreto passato da promessa (è arrivato 9° a una Parigi-Roubaix Espoirs ed è stato fidato scudiero di Romain Sicard a un Tour de l'Avenir), Desriac risiede da alcuni anni nel Paese, avendo sposato una ragazza vietnamita quando ancora correva in Francia. 

A fine 2019 ha vinto la VTV Ton Hoa Sen, un'altra corsa a tappe che si disputa in Vietnam, precedendo niente meno che Jordan Parra, ex-campione del mondo juniores di ciclismo su pista (specialità Americana) in coppia con Fernando Gaviria. Un biglietto da visita di tutto rispetto, per colui che sembra a conti fatti il più accreditato a ricoprire il ruolo di anti-Sardá Pérez.

Certo, tutti coloro che ambiscono ai duecento milioni di dong in palio quest'anno dovranno fare i conti con il percorso, un alternarsi di spiagge, alta montagna e paesaggi mozzafiato che a qualcuno ricorda addirittura certi scorci del Giro d'Italia. Anche la forma allungata del Vietnam favorisce l'insolito parallelo con la Corsa Rosa, con l'unica differenza che il Giro del Vietnam si conclude sempre a sud – perché Ho Chi Minh City è a sud.

Infine, proprio come in Italia, anche in Vietnam ci sono musicisti che di tanto in tanto si adoperano per offrire una colonna sonora d'eccezione all'evento sportivo dell'anno.

Più un Cesare Cremonini che un Paolo Conte, Nguyen Hong An, star emergente del pop locale con un passato da modello e "una voce calda in grado di fondere insieme dolcezza e delicatezza",  ha composto in occasione della famosa edizione delle trenta tappe quello che è ancora oggi l'inno ufficiale del Giro del Vietnam

Google Translate, il mio miglior amico in questa avventura alla scoperta di una corsa di cui da tempo sentivamo il bisogno, traduce il titolo della hit come "Ruote a rotazione rapida".

Che possano roteare rapidi anche i nostri pomeriggi di questo maggio atipico, dunque, e buon Giro del Vietnam a tutti.