Venti giorni in Francia - L'ultimo Tour di Thomas Voeckler

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

C'è un bambino alla partenza di tappa, a Metz, tutto vestito di giallo, che non smette di parlare del Tour. Alla domanda di un giornalista riguardo a chi lo vincerà, risponde sicuro: "Voeckler". C'è un bambino a Tarbes con un enorme cartello disegnato minuziosamente, tra disegni di biciclette, bandiere tricolori e cuori gialli, campeggia la scritta "Allez Voeckler". C'è un bambino a poche centinaia di metri dal traguardo di Pau, regge uno striscione insieme a suo papà, dice "Merci Thomas".

Ci sono bambini che tifano Vockler a a Chambéry, Limoges, Rennes, Albi, Perpignan e in ogni altra cittadina di Francia. Ci sono bambini di ogni età, in ogni latitudine del mondo, che sanno perfettamente che il Tour de France non lo vincerà Thomas Vockler, ma che all'inizio di ogni mese di luglio si segnano in rosso il suo numero di gara, perché è il numero a cui voteranno le proprie speranze, i propri pomeriggi, i folli arrembaggi tra i girasoli e i muri di tifosi, l'inseguimento di un sogno che i troppi calcoli della Grande Boucle sembrano aver destinato a morte certa.

Ci sono stati per oltre 15 anni, da quel folle Giro d'Italia del 2001 o più probabilmente dal granitico Tour del 2004: hanno ammirato, condiviso, stimato e commentato le pedalate e le boccacce di Thomas Voeckler fino al 23 luglio di quest'anno, fino al giorno in cui anche per lui è arrivato il momento del ritiro, all'ultimo Tour, l' anno zero per un universo di bambini.

Per spiegare Thomas Voeckler basterebbe il disincantato sguardo dell'infanzia, e questo rende impossibile spiegare Voeckler da adulti. Cosa è stato questo corridore nell'economia del ciclismo di questo inizio millennio, e del Tour de France in particolare? Perché ha raccolto così tanta attenzione a fronte di risultati mai clamorosi?

Certo, ha vestito la maglia gialla per 20 giorni, e nella storia ci sono solo due corridori ad averne indossate di più di lui senza aver mai vinto il Tour (Fabian Cancellara 29 e René Vietto 26). È tanto, ma non abbastanza. Il peso di Voeckler, il fascino di questo instancabile, amatissimo e odiatissimo attaccante, sta nel suo istinto, nei suo sguardi. Nella sua lingua.



Thomas le baroudeur

Voeckler saluta il ciclismo nel Tour meno suo di tutti. Una Grande Boucle disegnata apposta per stroncare la fantasia e mantenere l'equilibrio tra Froome i suoi rivali sino al penultimo giorno; ideata per esaltare i velocisti e i loro gregarioni ammazza-fughe, un Tour dove non c'era spazio per i baroudeur, categoria dello spirito di cui Voeckler è stato fiero portabandiera.

Si definiscono baroudeur gli attaccanti instancabili e senza speranze, quelli che votano le proprie giornate a tenere a bada l'inseguimento del gruppo. Si dice che l'espressione venga dall'arabo, e precisamente dal termine "dinamite". Non so se sia vero da un punto di vista etimologico, sicuramente lo è da quello ciclistico: il baroudeur è il terrorista, il dinamitardo delle corse, figura in via d'estinzione in un ciclismo che sembra non poter più tollerare la poesia di un'esplosione.

Per Voeckler invece la fuga è qualcosa a cui è abituato sin da bambino. Nato in Alsazia, dopo pochi anni la famiglia si era trasferita in Martinica, territorio d'oltremare francese, residuo di un'epoca coloniale mai del tutto superata. A spingere la famiglia Voeckler sin lì era stata la passione per la navigazione, tanto da aver compiuto tutti insieme, genitori e due figli, ben tre traversate dell'Atlantico.

È proprio durante una traversata che il padre di Voeckler scompare per sempre, rapito dal mare che tanto aveva amato. La carriera del piccolo Thomas, che proprio dal padre era stato convinto a dedicarsi al ciclismo, lui che il Tour de France non lo aveva quasi mai visto per via del fuso orario e della scarsa copertura televisiva del tempo (la prima volta lo vide dal vivo in vacanza in Alsazia; prima impressione: "andavano davvero piano"), nasce già come un'esplorazione. La ricerca eterna di una terra dove sbarcare, l'Odissea di un marinaio trovatosi sin dal suo esordio privo di un capitano da cui imparare. Per sua fortuna, Thomas la guida la troverà altrove, da questo lato dell'Oceano, nella persona di Jean-René Bernaudeau.



L'ultima (?) bandiera

Il sodalizio tra Voeckler e Bernaudeau è una rarità assoluta in questo ciclismo: la storia di un corridore che non ha mai cambiato squadra, dal dilettantismo sino al ritiro. A dire il vero una volta ci è andato vicinissimo. Era l'inverno del 2010 e la squadra non riusciva proprio a trovare uno sponsor. Voeckler si era già accordato con la Cofidis, contratto firmato e solo un fax da mandare, ma prima un'ultima premura. Il giorno stesso Bernaudeau aveva un appuntamento con un potenziale investitore, il fax poteva aspettare fino a sera. Alle due del pomeriggio Voeckler riceve una chiamata dall'Europcar: "Se resti in squadra, entriamo come sponsor". Il fax non è mai partito. Lo stipendio di Voeckler non è mai raddoppiato, ma la squadra ha continuato ad esistere. Interrogato più volte sul perché di quella scelta, Thomas ha sempre risposto molto tranquillamente: "era giusto così".

Era giusto che non si rompesse quell'alleanza che ha reso Voeckler ciò che è stato. Quel motore di emozioni che aveva portato Bernaudeau stesso a commuoversi in ammiraglia durante il Tour del 2004, il Tour di Voeckler. Una maglia gialla conquistata in fuga, da sovrapporre al fresco tricolore di campione nazionale, e difesa contro ogni pronostico, quasi contro il buon senso. Il mito di Voeckler nasce lì. Nasce nell'ascesa verso Plateau de Beille, dove riesce a difendere la sua maglia gialla per una ventina di secondi dall'assalto indiavolato di Lance Armstrong e della US Postal. La difende come sempre farà in tutta la carriera, a linguacce e smorfie, sfidando ogni fibra del suo corpo per superare la fatica, fino a torcersi le budella dallo sforzo. In quella difesa, come in tutti i suoi attacchi degli anni a venire, Thomas Voeckler dimostra di essere in grado di dare davvero tutto, e il suo tutto si scopre essere più profondo del tutto degli avversari.

Da quel momento, Voeckler ha un popolo ai suoi piedi, e non sono soltanto i francesi. Da quel momento non sarà più un corridore qualunque del gruppo, e a dimostrarlo giunge la prova del nove di ogni corridore: i soprannomi.

 

Ti-Blanc, Hollywood e Francis

C'è una credenza comune nel ciclismo che il carattere e l'importanza di un corridore siano riflessi dalla ricchezza dei suoi soprannomi. È una credenza che oggi scricchiola, ma che ritrova forza quando si guarda ai baroudeurs. Thomas Voeckler di soprannomi è riuscito ad inanellarne in ogni ambito, e non sempre si è trattato di connotazioni positive. Il giovane campione francese, strenuo difensore della sua maglia gialla, era ancora Ti-Blanc, nomignolo ereditato dagli esordi in Martinica, quando Voeckler era uno dei pochi bianchi in corsa: il piccolo ("Ti" altro non è che una contrazione di petit) bianco.

Il Voeckler più noto negli anni successivi, quello sempre all'attacco e sempre presente nelle riprese TV, quello delle tappe vinte e delle fughe sfumate, di altre smorfie, urla, risate, linguacce, diventa Hollywood. Soprannome inevitabile per un vero attore a pedali, che come primo impiego post-carriera è già entrato nel cast della soap opera "Plus belle la vie", nel ruolo di se stesso naturalmente. Hollywood allora, per quel suo modo di cercare sempre la telecamera ed apparire in ogni inquadratura, attitudine non troppo apprezzata dai colleghi. Tra i suoi soprannomi cinematografici c'è anche Francis, riferito non al famoso mulo parlante (quello si adatterebbe meglio ad altri scalatori odierni, gli esempi non mancano), ma ad un personaggio di Trainspotting, Begbie, colui che ama scatenare gazzarre senza alcun motivo apparente.

Dietro a tanti nomignoli non c'era sempre affetto. Come ammette lo stesso corridore, "se chiedi a dieci corridori in gruppo, nove ti parleranno male di me". Voeckler non ha mai avuto grandi estimatori tra i colleghi, destino comune a chi è più amato dal pubblico. Invidia, mala sopportazione per le sue recite, bassa tolleranza per il suo voler far casino quando tutti vogliono dormire. Thomas Voeckler è stato il vicino che tiene la musica alta nei quartieri-dormitorio, quello maledetto da chi ha come solo obiettivo la sveglia del mattino. Quasi un alieno, in un ciclismo fatto di allenamenti estenuanti e picchi di forma programmati. Ma proprio come il vicino, e come il corridore che si allena poco ma si diverte in corsa, ogni corridore in gruppo ha sognato almeno una volta di essere Voeckler, di poter vivere almeno un giorno da Voeckler. Il problema è che uno come Voeckler nasce così, non lo diventa.

Diventare Voeckler significherebbe ripensare il ciclismo, ripercorrere una strada fatta di allenamenti con poco criterio scientifico e tanta voglia di arrivare a casa. Già, perché Voeckler non ha mai amato allenarsi, preferendo sempre le emozioni della corsa all'isolamento della preparazione. Celebre fu una sua intervista di alcuni anni fa, in cui dichiarò di avere solo un criterio per scegliere quale strada imboccare: il vento.

Quando voleva un allenamento regolare, stava attento ad avere il vento in coda per il ritorno a casa; nei momenti di maggior carico prevedeva invece un ritorno col vento frontale. Curiosamente sullo stesso tema si era espresso decenni prima anche Eddy Merckx, che ha sempre dichiarato di allenarsi con il vento contrario, per faticare di più. Quella di Voeckler però non era una semplice fuga dalla fatica, ma un tentativo di ascoltare sé stesso. Non è un caso che l'alsaziano non abbia mai usato cardiofrequenzimetri e misuratori di watt, e che spesso in corsa si sia anche platealmente staccato l'auricolare. Un vero dinamitardo obbedisce soltanto a quello che dice il cuore.

"In tutta la mia carriera, ho pedalato come mi piaceva. Ho seguito la mia strada. Posso capire coloro che si specializzano, ma non faceva per me. Non ho alcun rimorso. Forse avrei potuto migliorarmi in qualcosa, magari passare ad un'altra squadra, ma ho sempre preferito seguire la mia strada".



Un uomo libero

La strada di un uomo libero di scegliere, e una catena di scelte che ha portato Voeckler più in là rispetto a dove sarebbe potuto arrivare sulle sue gambe seguendo uno sviluppo convenzionale. Sono le scelte di chi innanzitutto ha sempre pedalato per sé stesso, e non per far piacere agli altri ("se poi apprezzano ciò che faccio, tanto meglio"). Quelle che lo hanno portato all'incantato Tour del 2011, altri dieci giorni in maglia gialla e un podio sfumato solo per un inseguimento sbagliato. Un fallimento impeccabile, da parte di chi è abituato a fuggire e non a inseguire, da chi è abituato a scegliere, e quindi a sbagliare. E a ripartire con i trionfi del Tour del 2012, chiuso con due tappe vinte e una maglia a pois che furono unica alternativa al primo tentativo di anestetizzazione della corsa da parte del Team Sky. Infine il 2017, con il lusso di poter scegliere quando salutare e ritirarsi, inevitabilmente al Tour de France.

Per quanto sia sempre stato più affezionato alla maglia tricolore (conquistata due volte) che a quella gialla, per quanto il suo sogno sarebbe stato conquistare un ultimo titolo nazionale prima di ritirarsi, Voeckler non ha mai negato che la sua storia sia legata intimamente al Tour de France. E non poteva che concludersi sugli Champs-Élysées. Proprio lì, senza andare nemmeno a monetizzare ai circuiti post-Tour: la fine è una riga ufficiale, e un luogo speciale. Secondo Voeckler la cosa più bella del Tour è il pubblico, in particolare i bambini, "i piccoli con gli occhi grandi, un po' timidi. Ho avuto modo di incontrare anche i presidenti della Repubblica, ne sono orgoglioso, ma quando ti si avvicinano dei bambini con la luce negli occhi è un'altra cosa. E non ha prezzo".

L'abbraccio del pubblico Voeckler lo ha sentito in maniera fragorosa al termine del suo primo Tour, da sconosciuto: non si è mai dimenticato la sensazione provata all'ingresso a Parigi, un'emozione mai più provata in carriera. Almeno fino al 23 luglio 2017, quando Thomas ha tagliato il traguardo parigino a oltre tre minuti e mezzo di distacco dai primi. Ha voluto godersi le ultime pedalate da solo, in mezzo al pubblico. Alla domanda su cosa avesse provato in quel momento ha risposto "quello che ho provato me lo tengo per me".

C'è una frase, nella montagna di speciali ed interviste che hanno accompagnato il suo addio, che mi ha colpito più di ogni altra:

"Sono contento di aver conosciuto questo periodo in cui il ciclismo viene messo meno in dubbio e viene meno additato, a parte alcuni idioti. In fondo, l'immagine che spero di aver passato è quella di un corridore che si è sempre battuto coi propri mezzi, che è rimasto fedele alla sua squadra e non ha mollato mai".

 

La fierezza di Voeckler, beh, quella era chiara dal primo momento in cui l'abbiamo visto correre. Ma nel momento del suo addio ha voluto guardare oltre. Tanti altri corridori avrebbero parlato di sport pulito, di credibilità o concetti analoghi. Tanti ma non Voeckler, che evita con sincerità di giudicare lo "stato di salute" del suo mondo, ma guarda dritto al punto, a come il suo sport è visto dall'esterno.

Tante volte si è parlato di Voeckler come del corridore che ha riconciliato i francesi con il Tour dopo le troppe prime pagine di scandali farmacologici, ma Ti-Blanc non ha mai cercato questo ruolo di rappresentanza, ha sempre guardato soltanto a sé stesso e a un traguardo da raggiungere. Il piccolo eroe di Francia è andato fino all'ultimo in un'altra direzione, lungo la sua strada, in fuga. È contento di non essere più accompagnato dalle accuse, di non dover più schivare occhiatacce e indici puntati. Di potersi finalmente battere per non andare alla deriva, dando tutto, come sempre.

 

 

Questo articolo è tratto da "Dicevano che si sarebbe alzato il vento", il nostro ebook dedicato al Tour de France 2017, che potete scoprire in ogni dettaglio a questa pagina.

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