Aspettando Abebe

  • Di:
      >>  
     

    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Spuntano dalle strade polverose e sfrecciano di fronte al Cinema Impero. Inseguono l’aroma di cappuccino e con il loro ronzare incessante coprono i discorsi dei passanti, che parlano una lingua infarcita di parole italiane. Le biciclette dominano Asmara, l’assolata capitale eritrea. Daniel è quello che sta davanti a tutti, di solito.

Le bici colorano. Ravvivano ogni giorno le strade di questo triangolo di terra di fronte al Mar Rosso, grande un terzo dell’Italia. Si va a scuola in bici, si va al lavoro in bici.

Si corre anche, in bici. Ci sono gare agonistiche quasi ogni settimana e sulle dure salite degli altipiani – Asmara si trova a 2400 metri sul livello del mare – gli scatti di amatori e professionisti si susseguono quasi con la stessa frequenza delle linee bianche sull’asfalto, memorie di competizioni finite.

Nei circuiti cittadini migliaia di spettatori attendono il passaggio degli atleti, e a volte è necessario pagare un biglietto per assicurarsi una buona visuale. Il Giro dell’Eritrea è la più antica corsa su strada del continente (prima edizione nel 1946). La tv di stato trasmette il Tour de France rigorosamente in diretta.

La passione di Daniel e di folle di eritrei per le due ruote è uno dei retaggi della colonizzazione degli italiani, che prima costruirono le strade e poi le riempirono di biciclette. Agli indigeni fu consentito di correre in bici solo dopo, durante il protettorato inglese. Fu subito amore.

Sulla strada da Barentu a Karen, la carovana del Giro d’Eritrea ne incrocia una di cammelli (foto Panos Pictures).

 

Questo entusiasmo è rimasto sconosciuto per lungo tempo, d’altra parte l’Eritrea ha la stampa meno libera del mondo (in Corea del Nord va meglio, per dire) e ad Asmara non c’è nessun corrispondente estero.

I dati economici sono disastrosi: l’indipendenza del 1993 ha aiutato solo relativamente un sistema praticamente azzerato dalla guerra trentennale con la confinante Etiopia. Nonostante tutto, l’Eritrea è una potenza del ciclismo africano. Nel Paesse ci sono oltre settecento tesserati e la Nazionale maschile vince da quattro anni consecutivi i Campionati Africani.

Daniel, che di cognome fa Teklehaimanot, è l’orgoglio del ciclismo eritreo. Campione nazionale all’età di diciannove anni, fu notato nel 2008 da Michel Theze dell’Unione Ciclistica Internazionale.

Giunse in Europa per allenarsi, non senza difficoltà: ottenere un permesso di uscita dall’Eritrea è impresa ardua. Nel 2012 solo tre calciatori della nazionale, impegnata in un torneo in Uganda, fecero ritorno ad Asmara; gli altri sfruttarono la trasferta per dichiararsi rifugiati politici.

In Svizzera si scoprì che Daniel aveva una gamba più corta dell’altra e che la sua dentatura era un disastro. Soprattutto, gli fu diagnosticata una tachicardia, con la concreta possibilità di dover interrompere prematuramente la carriera agonistica.

I test, però, rivelarono anche un’altra cosa: Daniel, nonostante il difetto, sotto sforzo riusciva a sviluppare una potenza mai vista. I dati più simili ai suoi appartenevano alla cartella clinica di tale Chris Froome. In più, l’eritreo vantava un incredibile 3% di massa grassa. Una specie di predestinato. Un atleta formidabile che, durante la sua permanenza europea, a volte implorava di essere rispedito a casa per qualche giorno, perché senza Eritrea non sapeva stare. Le bici allontanano.

Daniel Teklehaimanot è stato proclamato sportivo africano dell’anno nel 2012.

 

Dopo l’operazione al cuore, Daniel torna a correre e vincere in Africa. Nel 2011 viene messo sotto contratto dagli australiani della Orica, con i quali diventa corridore completo. Nelle ultime, positive stagioni ha preso regolarmente parte alle gare del circuito internazionale: ha indossato per alcuni giorni la maglia a pois durante il Tour 2015; è arrivato 7° nella tappa del Ventoux di quest'anno.

Un altro “nipotino di Coppi e Bartali” (così Christian Prudhomme, direttore del Tour de France, ha ribattezzato i ciclisti eritrei) si è imposto nel frattempo all’attenzione mondiale: Natnael Berhane ha vinto l’edizione 2013 del Giro di Turchia.

 

“Gli Eritrei sono i nuovi Colombiani”
(Bernard Hinault)

 

Se l’Eritrea ha dalla sua il vantaggio competitivo regalatole da una fortunata geografia (allenarsi in altura dà vantaggi enormi, come noto) e, soprattutto, da una tradizione ciclistica senza eguali nel continente, va detto che quello di Asmara non è l’unico movimento in espansione.

Diverse scuole di ciclismo sono sorte, ad esempio, in Kenya. Il ragionamento è fin troppo elementare: perché non mettiamo su un sellino individui che dominano da decenni tutte le gare di fondo dell’atletica? Per quale motivo i polmoni capienti e le gambe sottili ma potenti di questi uomini non dovrebbero risultare devastanti anche in uno sport come il ciclismo?

L'idea (sostenuta solo parzialmente da evidenze scientifiche) è che il futuro del ciclismo mondiale potrebbe non essere necessariamente legato alla metodicità degli squadroni occidentali: la ricerca del programma di allenamento migliore e delle tecnologie più avanzate, che ha premiato atleti come Wiggins e Froome, potrebbe essere affiancata da un altro tipo di ricerca: quella di uomini biologicamente ed atleticamente meglio dotati. E in questo caso i subsahariani sembrano essere tra gli individui più adatti del pianeta.

Uno dei tentativi più sorprendenti fatti in questa direzione ha visto come protagonisti due americani di successo che, nel mezzo di una crisi di mezza età, nel 2006 decisero di esportare le due ruote nel paese più complicato del mondo: il Ruanda.

Tom Ritchey (ex biker e magnate delle mountain bike, famoso per il suo motto “My bike is my office”) e Jock Boyer (primo statunitense al Tour) divennero i volti di Project Rwanda. Obiettivi? Fornire biciclette ai coltivatori di caffè ruandesi e mettere in piedi una vera squadra di ciclismo. A Kigali.*

Boyer – che non sapeva nemmeno dove fosse, il Ruanda – partì per l’Africa e cominciò ad organizzare allenamenti nella foresta: ogni giorno si presentava un numero crescente di partecipanti. Le bici richiamano.

Molti di questi aspiranti ciclisti lavoravano come tassisti in bicicletta, Jock ne testò resistenza e potenza. I dati si rivelarono sorprendentemente soddisfacenti. In particolare, l’americano fu colpito dai numeri di uno scalatore minuto e compatto. Adrien Niyonshuti, insieme ad altri quattro autoctoni, andò a formare il nucleo della prima squadra di ciclismo del Paese.

Team Rwanda, l’utopia ciclistica più incredibile della storia del ciclismo mondiale, era realtà.

Team Rwanda in posa presso l’African Rising Cycling Center di Musanze.

 

Un giorno in allenamento Adrien scivolò e si provocò abrasioni su tutta la schiena. Cadute del genere sono frequenti nel ciclismo e nessun professionista le teme più di tanto, ma Adrien quel giorno apparve fortemente scosso.

“Quando vedo il sangue sull’asfalto rischio di diventare pazzo. Mi ricorda tutto il sangue che ho visto nell’acqua, nei fiumi, sulle strade. Mi ricorda il genocidio”.

Adrien aveva sette anni nel 1994, quando in cento giorni la popolazione del Ruanda fu decimata dallo scontro fratricida tra Hutu e Tutsi. Lui perse quasi tutta la sua famiglia: cinque fratelli e una sorella furono trucidati mentre cercavano riparo presso casa di una nonna; circa quaranta dei suoi familiari vennero trovati accatastati in un pozzo usato per la fermentazione della birra.

Storie come quella di Adrien erano comuni dentro Team Ruanda. Per quei giovani lo sport rappresentava realmente una possibilità di salvezza. Nessun giro di parole, nessuna metafora. Le bici fanno evadere.

Se Jock avesse potuto in qualche modo registrare la determinazione di Adrien, avrebbe dovuto inventarsi una nuova unità di misura. Nel 2003 aveva corso per la prima volta in bici, su un vecchio macinino regalatogli da zio Emmanuel, ex-ciclista. Il suo talento era emerso ben presto: Adrien si allenava come se dovesse correre il Tour de France senza sapere nemmeno cosa fosse, il Tour de France.

L’arrivo degli americani fu per lui la svolta: “se vuoi correre in bicicletta, non sprecare il tuo tempo. Devi dedicare tutta la tua vita a lei. E non devi bere birra”, dice Adrien. Sostiene tuttora che la bicicletta sia la sua unica fidanzata.

 

“Le tragedie possono renderti una persona migliore, oppure solo una persona più amara.”
(Jock Boyer)

 

Team Ruanda cresceva. Adrien cominciò a viaggiare, vide per la prima volta un treno fischiare e la neve posarsi. Una volta, in un albergo californiano, preferì dormire sul pavimento piuttosto che manomettere l'ordine della camera in cui alloggiava.

Nel 2004 il presidente ruandese Kagame, sospeso tra scelte illuminate e pericolose derive autoritarie, decise di bandire le tradizionali biciclette in legno locali, utilizzate per trasportare capre e banane: facevano apparire il Paese troppo arretrato. Poi elesse i componenti del Team ad ambasciatori del Ruanda nel mondo. Le bici incoraggiano.

Il Ruanda – undici milioni di persone in un territorio esteso quanto il Galles – stava ripartendo in grande stile. Educazione quasi completamente gratuita, mortalità infantile più che dimezzata, investimenti mirati, popolazione giovane, un tasso di crescita economica mai registrato prima sul pianeta. Così come mai prima nella storia una nazione aveva intrapreso un percorso così coraggioso verso un’integrazione quasi impossibile, quella tra vittime e carnefici.

Tutti avevano scelto non di dimenticare, ma di fare in modo che il passato non condizionasse il presente e il futuro del Paese. Il perdono stava prendendo il posto della vendetta.

Quello che il Ruanda stava mostrando al mondo era esattamente la stessa cosa che Adrien mostrava in bicicletta: una capacità di recupero senza pari. Jock, in particolare, era affascinato dalla capacità di soffrire di Adrien e dei suoi compagni. Una sofferenza orientata a un fine, il primordiale desiderio di non soccombere.


 

Adrien alternava ciclismo su strada e mountain bike con crescente successo. A un certo punto fu chiaro a tutti che avrebbe corso la gara di mountain bike alle Olimpiadi di Londra, dove sarebbe stato anche il portabandiera della nazionale.

Il Ruanda non ha mai vinto una medaglia olimpica e nel paese pochi sanno dell’esistenza dell’evento a cinque cerchi. “Il mio obiettivo? Concludere la gara”, disse Adrien.

Il 12 agosto 2012 Adrien concluse la gara olimpica: arrivò trentanovesimo tra gli incitamenti assordanti del pubblico londinese. Burry Stander, quinto al traguardo, disse di lui: “Tutti noi parliamo dell’importanza della preparazione, ma io penso che Adrien abbia avuto la preparazione più dura per questo evento. La vita l’ha preparato.”

Adrien Niyonshuti, dorsale 44, alle Olimpiadi di Londra.

 

Dopo Londra, anche per Adrien si sono aperte le porte del grande ciclismo. Quando lasciò Team Rwanda, Jock realizzò che sarebbe stato impossibile rimpiazzarlo, non tanto per il talento quanto per la voglia di arrivare.

Il lavoro quotidiano nel cuore dell’Africa non è semplice. Ai giovani atleti ruandesi bisogna insegnare l’uso delle posate a tavola, per esempio. Anche imparare a bere dalla borraccia senza perdere il ritmo della pedalata richiede lunghe settimane di esercizio.

A queste barriere si aggiungono quelle insormontabili delle motivazioni. Per molti africani correre Giro o Tour non è realmente un’ambizione; l’unico obiettivo concreto è di essere un sostegno economico per le proprie famiglie. Il pane sulla tavola e qualche spicciolo in tasca. Ma, senza il desiderio di spingere sempre più avanti i propri limiti, nel ciclismo non si va lontano. Dopo Adrien Niyonshuti, Team Rwanda ha continuato a migliorare tante vite, ma ha smesso di tirar fuori atleti di livello internazionale.

Jock e i suoi, in ogni caso, hanno messo in moto qualcosa. Una cosa che somiglia alla speranza, e che è grande più del Kilimangiaro. Le bici smuovono.

 

“Una volta qualcuno mi ha chiesto che piacere provassi a correre per così tanti chilometri. ‘Piacere?’, dissi io. ‘Non capisco la domanda.’ Non lo facevo per il piacere, lo facevo per il dolore”. 
(Lance Armstrong)

 

A Johannesburg, nel 2007, nacque la MTN. Douglas Ryder, ex corridore professionista sudafricano, decise di fondare una squadra di ciclismo che, rispetto a Team Rwanda, avesse un’ambizione definitiva: il dominio africano nel mondo delle due ruote. Come sponsor principale, il gigante delle telecomunicazioni nel continente.

Nel 2012 il team è stato promosso, primo africano di sempre, nella categoria Professional Continental: appena un gradino sotto il gotha del ciclismo mondiale. Un anno dopo, il tedesco Gerald Ciolek ha vinto la Milano-Sanremo indossando la divisa della MTN.

“Vogliamo diventare uno dei migliori team in assoluto, perché solo in questo modo i corridori africani avranno la possibilità di correre sui maggiori palcoscenici del mondo”, ha dichiarato Ryder.

Nel 2016 l'organico della squadra (che nel frattempo è diventata Team Dimension Data) comprende campioni del calibro di Boasson Hagen e Cavendish, ma gli atleti africani in rosa sono tuttora quattordici su ventotto. Ci sono, e non poteva essere altrimenti, anche Daniel Taklehaimanot, Adrien Niyonshuti e Natnael Berhane, i ragazzi che hanno ispirato un’intera generazione di eritrei e di ruandesi corrono insieme. Le bici uniscono.

La squadra di Ryder è da qualche anno legata a doppio filo a Qhubeka, un’organizzazione no-profit che si propone di donare biciclette in cambio di impegno a favore della comunità. In Sudafrica oltre un milione di bambini deve camminare più di un’ora, ogni giorno, per arrivare a scuola, con disastrose conseguenze sull’apprendimento.

Le bici sono il metodo più efficace ed economico per risolvere il problema.

Qhubeka fa parte di World Bicycle Relief, la ONG che in meno di dieci anni ha distribuito più di 220mila biciclette a studenti e lavoratori africani e sudamericani. Qhubeka è una parola zulu che significa progresso. Il Team Dimension Data ha ereditato il motto #BicyclesChangeLives. Le bici cambiano le vite.

 Duecentocinquanta biciclette pronte ad essere consegnate agli studenti di Limpopo, Sudafrica.

 

Kristian Sbaragli è un velocista toscano**. Ha ventiquattro anni e, da quando è professionista, corre nella squadra di Ryder. Kristian ha la chiara percezione di far parte di un progetto che sta cambiando lo sport mondiale: “Ho visto con i miei occhi i disagi che i bambini africani vivono quotidianamente. Noi proviamo a fare qualcosa che vada aldilà dell’ordine d’arrivo, qualcosa che migliori le loro vite.”

Ha la convinzione di essere al posto giusto nel momento giusto: “Ci siamo rinforzati, abbiamo aggiunto esperienza. Vogliamo dare tutto il supporto possibile ai talenti africani che abbiamo in squadra.”

È un uomo felice: “Sto crescendo, e mi rendo conto di essere un privilegiato. Vado in bici per lavoro e sì, sono contento di essere un ciclista professionista. E sono contento di esserlo in questa squadra.”

Il 14 gennaio 2015 Douglas Ryder ha ricevuto un sms da Christian Prudhomme, direttore del Tour de France: la MTN-Qhubeka è stata ufficialmente invitata a partecipare all’edizione 2015 della Grande Boucle, prima volta assoluta per una squadra africana.

 

 

I cartografi affermano che l’Africa è in realtà molto più estesa di quanto ci dicono le cartine. I demografi sostengono che entro il 2100 nel continente il numero di giovani tra 18 e 25 anni sarà superiore anche a quello della Cina, andando a formare la più numerosa popolazione in età sportiva di sempre. Gli opinionisti credono che non servirà certo aspettare così a lungo per applaudire il primo africano vincitore del Tour. Cinque, dieci, forse vent’anni. Succederà.

Il ciclismo avrà il suo Abebe Bikila, l’etiope scalzo della maratona di Roma. Prima di lui, l’Africa non aveva vinto nulla nelle gare di fondo dell’atletica leggera; dopo, è stato un dominio totale. I keniani amano ripetere “Siamo semplicemente i migliori. Forse non vinceremo oggi, ma vinceremo la prossima volta.”

Per dire con certezza che anche il mondo dei velocipedi conoscerà la sua black revolution, comunque, è necessario fare i conti con la psicologia complessa di popoli capaci di accettare come vicino di casa il vecchio carnefice e spesso incapaci, invece, di risollevarsi dopo aver perso una partita di pallone.

È necessario, soprattutto, credere in una visione del futuro a lungo termine, il che non corrisponde per nulla al modo africano di concepire il tempo e la vita. Secondo il filosofo John Mbiti, il senso temporale in Africa presuppone un lungo passato, un presente e un futuro molto immediato. Un evento che accadrà da qui a due anni, per esempio, non può essere concepito. Tecnicamente non se ne può nemmeno parlare: nessuna lingua africana prevede tempi verbali adatti a coprire un futuro così “distante”.

È solo l’immediato che riguarda veramente le persone, perché avviene dove e quando esse vivono. L’immediato parla della storia della corsa a tappe più antica del mondo che è stata riscritta da una squadra africana e, soprattutto, di una gara Olimpica in cui Teklehaimanot e Niyonshuti non sono più concorrenti esotici, ma ciclisti da tener d'occhio. Le bici scalpitano.

 

*La storia di Team Rwanda è raccontata nel romanzo Land of Second Chances del giornalista inglese Tim Lewis. Il volume è stato premiato come miglior libro inglese a tema sportivo del 2014. Anche l’acclamato docufilm Rising from Ashes (2012) tratta lo stesso tema.

**Kristian ha chiacchierato con noi in un pomeriggio di fine gennaio, dopo aver concluso un allenamento di 5 ore, sotto la pioggia, con il resto della MTN-Qhubeka. Era in ritiro a Maiorca prima dell’inizio ufficiale della stagione agonistica.
 

 

La prima versione di questo articolo è stata pubblicata su Crampi Sportivi.

Categoria: