Aubisque, il gioco del mondo

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    Ha avuto il trauma infantile della Grenoble-les Deux Alpes

A Beòst, sul bordo della strada, c’è una bambina che gioca da sola a Rayuela, la versione sudamericana della campana, o “gioco del mondo”. Ha disegnato sull’asfalto sdrucciolevole otto cornici rettangolari con una matita rossa poco appuntita. La prima casella si chiama “Tierra”, l’ultima “Cielo”, arrivarci è quasi impossibile. Dietro di lei i pascoli raggiungono l’orizzonte, e suo padre, dalla veranda del camper, senza troppa attenzione la guarda spingere con la punta della scarpa il sassolino nel primo rettangolo e saltarci dentro. “Tierra!”.

Mentre Carmela sta per entrare a due piedi nelle caselle 3 e 4, Francisco si apre una lattina di birra e seduto su una sedia da campeggio - ma molto comoda - osserva una serie di cartoline di molti anni fa, comprate la prima volta che venne qui, giù nell’edicola del paese. Mi mostra la prima. L’Aubisque, visto da René Pellos, storico disegnatore del Tour, ha i tratti di un personaggio da patibolo, di un gigante di pietra che scruta i corridori con aria triste e amareggiata, perché il Tourmalet, suo fratello, lo guarda dall’alto e gli fa ombra. "Ecco come la maggior parte dei corridori vede i Pirenei", c'è scritto. 

Soffre di un complesso d’inferiorità, l’Aubisque, con i suoi soli 1709 metri, e per questo, di tanto in tanto, quando non c’è un caldo terribile, attira a sé nuvole e foschia, ovatta grigia e fulmini per il solo gusto di apparire apocalittico. Si nasconde, nel suo nome introverso, duro e subdolo in confronto alla chiarezza spavalda del Tourmalet, (che in dialetto guascone vuol dire “giro del male”). Tra orsi, aquile e pecore, c’è pure morte sull’Aubisque: Albert Bouvet giura di averla vista, al passaggio della corsa, dentro agli abiti bruciati di un pastore morto fulminato.

Tour 1969: Eddy Merckx va in fuga sul Tourmalet, poi incrementa a dismisura il suo vantaggio salendo verso Soulor e Aubisque. Arriverà un quarto d'ora prima di Janssen e Gimondi.

 

I Pirenei sono montagne umili, alla nobiltà e alla maestosità dell’epica alpina preferiscono essere chanson de geste: rabbiosi e desolati. L’Aubisque lo è di più, violato nel 1958 dalla prima diretta televisiva in alta montagna. Francisco, mentre parliamo di tutto questo, mi ricorda una frase di José Manuel Fuente: “le Alpi sono per i bravi, i Pirenei per i duri”. Intanto Carmela ha sbagliato per due volte l’ingresso a un piede nella casella 6, toccando la striscia rossa; la fine del gioco le sembra irraggiungibile, ma continua a saltellare e ricominciare. 

Storicamente l’Aubisque venne scalato per la prima volta nel 1910, quando la punta della scarpa di Henri Desgrange, inventore del Tour de France, spinse il sassolino su questo monte di aquile, orsi e nebbia, destinandolo alla leggenda. L’inizio non fu per niente facile. Il 21 luglio del 1910, la decima tappa del Tour con partenza alle 3.30 del mattino, prevedeva un percorso folle: Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque tutte insieme, con le strade ancora strette e sterrate. Lapize, che vinse quella tappa e poi pure il Tour, mise il piede a terra più volte ed accusò gli organizzatori senza mezzi termini: Criminali, ditelo pure a Desgrange. Assassini, non potete chiedere sforzi simili ad un uomo.” 

Octave Lapize e l'Aubisque, 1910.

 

Rayuela è anche famoso romanzo di Julio Cortazar, noto per aver distrutto la normale lettura sequenziale del romanzo, proponendone tre diversi modi possibili: come da prassi tradizionale, una pagina dopo l’altra, fino al capitolo 56; dal capitolo 73, seguendo un ordine stabilito dall’autore attraverso una tavola d’orientamento; oppure affidandosi alla sequenza casuale di capitoli scelta dal lettore. Anche l’Aubisque si può scalare da tre versanti diversi e, come tutte le montagne, con il passo che si vuole. 

Da Ovest, provenendo dai Paesi Baschi, passando proprio dalla strada con la bambina che saltella tra la terra ed il cielo, oppure da Est partendo da due versanti diversi del Soulor, arrivando da Argelès-Gazost o da una piccola variante su una piccola strada che attraversa il piccolo villaggio di Arbeost, incastonato sul fianco della montagna. Il versante Ovest è il più duro: dopo aver lasciato senza troppa fatica  il letto del torrente Ossau ed il villaggio di Laruns, si arriva a Eaux-Bonnes e lì si abbassa la testa di fronte a 14 chilometri senza tregua, hors-categorie.

L'Aubisque affrontato dal gruppo al Tour de France 2012.

 

Carmela, mentre io prendo in mano la cartolina di Octave Lapize, ha superato la casella 6. L’Aubisque la guarda impassibile, non fa complimenti né carezze, fa solo paura. È inerme e silenzioso. Anche il verde dei pascoli, all’apparenza lucente, appare ad uno sguardo più attento secco e slavato, si ingiallisce con l’aumentare dell’altitudine. È un’aridità che invita alla fatica, ed ognuno fatica come può.

L’unica certezza è che la storia passa dall’Aubisque, e chi ha fatto la storia del ciclismo in qualche modo da questo spaventoso col ci è passato. Lourdes è a due passi, ma l’Aubisque è una montagna atea. I Pirenei sono desolazione e petraie, falchi e poiane, racconti di banditi e di agguati, e da qualche tempo anche di uomini cresciuti che corrono in bicicletta, con un sassolino e la punta delle scarpe.

Ci sono i loro nomi incastonati nella pietra: Coppi, Bartali, Gaul e Merckx. C’è Berrendero che nel 1937 suggerì l’approccio migliore per addolcire il passo pirenaico: senza avventarsi in modo brutale, con la tranquillità con cui si affronta un tratto di pianura con colpi ben dosati. Non tutti hanno la stessa anima serafica. Jacques Anquetil, qui e in pochi altri luoghi, contraendosi ed ansimando, riteneva giusto sacrificare, per una volta, stile ed eleganza in cambio di una maglia gialla; Bahamontes nel 1964 sale sulle rampe pirenaiche inferocito, altro che con calma, ma i quasi due minuti guadagnati non gli bastano per vincere il Tour; Sean Kelly qui perse l’unica maglia gialla della sua vita, invece il suo compatriota Stephen Roche firmò sull’Aubisque la sua prima impresa nel Tour 1985.

Ma l’Aubisque non è solo salita, miete vittime anche in discesa. “Non mi ricordo niente, meno male che non abbiamo fatto l’Aubisque”. Thévenet, caduto nella discesa dell’Aubisque, travolto da Luis Ocaña, perse la memoria tanto da dimendicarsi completamente che l’Aubisque lo aveva invero appena scalato. Wim van Est nel 1951, da leader della corsa finì in un burrone: miracolosamente illeso, fu recuperato solo grazie ad una corda costruita con tubolari intrecciati. La sua caduta verrà usata qualche tempo dopo per una pubblicità degli orologi Pontiac: “Sono caduto a 70 metri di profondità, il mio cuore ha smesso di battere, ma il mio Pontiac funziona sempre”.

 

La celebre caduta di Wim van Est al Tour 1951.

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