Tommeke-Tommeke-Tommeke!

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Nel salone che ospitava la conferenza stampa non c'era spazio per respirare, non ci sarebbe entrato nemmeno uno di quei ciclisti di oggi, scheletrici e lungagnoni à la Froome, in quella folla. A tre giorni dell'ultima recita in sella, in un anonimo capannone della campagna fiamminga, Tom Boonen si è seduto su un divano di pelle marrone, ed è stato assalito. Non certo una scena ordinaria, ma nemmeno inedita. Bastava tornare col pensiero a dodici mesi prima.

 

Roubaix, 10 aprile 2016

È storia nota, recente, dolorossima. Boonen parte per la Roubaix a fari spenti, è reduce da un infortunio bruttissimo nel finale della stagione precedente, una caduta all'Abu Dhabi Tour con 13 centimetri di frattura cranica e danni permanenti all'udito. Eppure è alla sua corsa, quella dove sa sempre cosa inventarsi, e finisce a deciderla ancora una volta. Svolta la gara con creatività, coraggio ed attenzione, più di testa che di gambe, e se ne accorge allo sprint finale, quando è anticipato dal veterano Mathew Hayman. L'urlo si strozza in gola a tutti i tifosi.

Dopo l'arrivo Boonen sorride, si complimenta con Hayman sottolineando quanto se lo meritasse dopo una vita di classiche corse davanti, guarda il trofeo dal secondo gradino del podio con sguardo stregato. Poi si trasferisce all'adiacente velodromo coperto Jean Stablinski per la conferenza stampa. La sala è talmente piena che non ci entrerebbe uno spillo, ma per il vincitore Hayman ci sono pochissime domande. Il mondo intero attende di sentire le parole di Tornado Tom.

Stamattina ho ricevuto un messaggio del medico che mi ha curato ad Abu Dhabi che diceva che sarei potuto risalire in bici. Forse sono un po' troppo avanti rispetto ai programmi.

 

Avanti, dove è sempre stato da queste parti in quindici anni di carriera. Se si esclude un 24° posto al secondo anno da professionista, le altre dieci volte che ha raggiunto il velodromo lo ha fatto tra i primi 10: quattro successi, due secondi posti, una terzo. Non c'è corridore nella storia di questa gara a poter vantare un'aderenza simile con il destino della corsa stessa.

Qualcosa di ancora più stupefacente se si considera la natura della Roubaix, una prova che può decidersi nel tempo di un battito di ciglia, tra cadute e forature in perenne agguato. Giornali e televisioni si affollano intorno a Tom Boonen, e il pensiero torna ancora più indietro, a quattordici anni prima.

 



Roubaix, 14 aprile 2002

Sul confine franco-belga è una giornata plumbea: la pioggia ha reso le stradine dei fiumi di fango, e i ciclisti arrancano con fatica rimbalzando sul pavè bagnato. Ma è un giorno di festa. A 40 km dal traguardo, nel settore di Mérignies, Johan Museeuw si è lanciato alla conquista della sua terza Roubaix. Al velodromo esulterà indicandosi la gamba che aveva rischiato di perdere due anni prima in seguito ad un incidente in moto. Il Belgio tutto festeggia il suo Leone, padrone assoluto delle classiche del nord della sua epoca, ma è un'epoca che sta per concludersi, e basta attendere tre minuti per capirlo.

Tom Boonen è uno dei mille predestinati che ogni anno si affacciano dalle campagne fiamminghe al professionismo. Per fare il passaggio è emigrato oltreoceano: ad assicurarsi il suo talento è stata l'americana US Postal, che lo schiera al via in supporto a George Hincapie. Sarà un ottimo supporto, pure troppo, perchè col passare dei chilometri, del fango e dell'oscurità, il mondo intero si rende conto di quanto quel ventunenne irradi luce.

Quando nel finale Hincapie cade in un fosso, Boonen quasi non si gira, tira dritto e sale sul podio all'esordio: un ragazzino impertinente con un sorriso stampato in faccia abbracciato al suo idolo, al campione che vide esultare la prima volta che andò di persona al Giro delle Fiandre; colui che in breve tempo, e per poco, sarebbe stato il suo capitano. L'anno successivo Patrick Lefevere allestisce una nuova formazione belga, la Quick Step, affiancando a Museeuw e Bettini la rivelazione del ciclismo fiammingo, quel Boonen che della squadra di Lefevere sarebbe diventato simbolo, bandiera, uomo del destino.

 



Roubaix, 10 aprile 2005

Dall'ombra del vecchio Leone Boonen esce abbastanza in fretta, giusto il tempo di acquisire i consigli giusti e iniziare a puntellare di vittorie il proprio curriculum. Comincia da Harelbeke, poi la Gent-Wevelgem, lo Scheldeprijs, nel 2004 vince persino due tappe al Tour, la seconda sugli Champs-Élysées. In Belgio è già amato per uno stile di corsa che non conosce il risparmio. Boonen agita la corsa da lontano, sin da giovane ha quest'abitudine di "fare la conta" quando mancano ancora un'ottantina di chilometri al traguardo: uno scatto secco e via, a vedere chi è capace di restargli a ruota, chi affrontare nel finale di gara.

Lo farà anche alla Roubaix del 2005, muovendo la squadra da lontanissimo per isolare il gruppetto di sette che si giocherà il trionfo. Boonen sprinta nel velodromo e ottiene un successo clamoroso, dopo la vittoria al Fiandre di sette giorni prima, è l'ottavo uomo della storia a realizzare la doppietta della Settimana santa. È la consacrazione definitiva: cinque mesi più tardi Boonen indosserà la maglia iridata a Madrid, diventando di fatto il nuovo re del Belgio e delle classiche.

La telecronaca della volata mondiale trasmessa da Sporza, cadenzata dall'urlo "Tommeke-Tommeke-Tommeke!" diventerà un remix trance che ancora oggi, a oltre dieci anni di distanza, sta fisso nei dj set di tutte le feste ciclistiche fiamminghe, dai ciclocross invernali alle grandi classiche. E il pubblico ubriaco, mentre balla e grida, sembra rivivere la stessa pelle d'oca di allora.

 

 

 

Roubaix, 12 aprile 2009

La supremazia di Boonen nelle classiche è inarrestabile. Il belga sembra fatto apposta per pedalare sul pavè. Per tanti osservatori è il migliore di sempre sulle pietre: alto ed elegante, pedala di potenza con lunghe leve che gli permettono di maneggiare al massimo la bici, lasciandola sobbalzare sotto le mani nude, sempre senza guanti. Sembra fatto apposta anche per stregare i cuori: è bello, giovane, biondo, simpatico, ha una muscolatura da supereroe e un nome semplice e secco, che suona bene in tutto il mondo a differenza della generalmente ostica lingua neerlandese.

Dopo un’epoca di fiamminghi chiusi, trincerati in una storia secolare, arriva questo ragazzo che parla quattro lingue, sorride a tutti. Demolisce di colpo una tradizione radicata. Il ciclismo stesso sembra piegarsi a questo destino trionfale. Tra il 2006 e il 2008 Boonen rivince Fiandre, Roubaix e Scheldeprijs, si aggiudica il quarto Harelbeke consecutivo e una maglia verde al Tour, gli manca solo una cosa ormai: il trionfo solitario nell'Enfer du Nord.

La lacuna è colmata nel 2009, in un velodromo trasformatosi in bolgia dopo che Tommeke si è involato sul Carrefour de l'Arbre per aggiudicarsi la corsa per la terza volta. Quel giorno di aprile Boonen è sul tetto del mondo. Si tratta di un posto dove è quasi inevitabile sentirsi soli.

Adulato come un sovrano, il Belgio gli dedica fumetti e canzoni ma lo obbliga anche a vivere con i paparazzi sotto casa, accerchiato da critici che non aspettano che di vederlo cadere in fallo. Ma Tom ci casca, eccome: da Roubaix 2009 inizia per lui un'altra vita, fatta di alcool, cocaina e auto veloci. È un uomo fondamentalmente solo, e ha contro una grandezza che non sa bene come affrontare. Si trasferisce all'estero ma la testa è altrove, corre forte ma è distratto, cade, si piazza, si ritira.

So che la mia vita ha avuto alti e bassi, che magari la gente dimentica, ma che io ho ben chiari”, ricorda oggi, un’era dopo.

Ma ai tempi Boonen era un re sempre più distante dal suo trono. Quel trono rischiava di essere usurpato dall'ascesa di Fabian Cancellara, la cui sfida Boonen accetta con la lealtà dello sparring partner, destinato all’umiliante sconfitta. Fa parte del gioco, Tommeke lo riconosce anche nei momenti più bui, tanto che alla sua festa di addio, la prossima settimana a Mol, partirà proprio di fianco al campione bernese.

Più di tre intere generazioni di fenomeni del pavè, di Van Petegem, Tchmil, Hoste, Tafi, Flecha, Ballan, Pozzato, Hincapie, Van Avermaet, Sagan, resterà Cancellara il suo rivale di sempre. Entrambi sanno perfettamente che l’esistenza altrui è stato il limite intrinseco alla realizzazione di carriere ancor più clamorose, che però proprio da questo confronto acquisiscono un valore maggiorato.

 



Roubaix, 8 aprile 2012

Capita che la Roubaix si corra la domenica di Pasqua. È abbastanza superfluo sottolineare che sia il momento ideale per una risurrezione. È il 2012 e Tommeke è tornato a primavera, ha vinto Fiandre, Gent-Wevelgem ed Harelbeke. È strafavorito, è in forma smagliante, ha i rivali più accreditati tra i compagni di squadra, la situazione è ideale per una vittoria. Quasi troppo facile, per uno che si è sempre incaricato della condotta della corsa.

Boonen se ne va ad Orchies, a 53 chilometri dal traguardo, scrollandosi di dosso - sull’asfalto! - persino un gregario come Niki Terpstra. Si esibisce in un'ora abbondante di sforzo solitario, una delle imprese più sontuose dell'Enfer du Nord, per andare ad eguagliare Monsieur Roubaix Roger De Vlaeminck e issarsi nuovamente nell'empireo di queste corse.

"Quel giorno potevo fare qualsiasi cosa, e praticamente l’ho fatta", ricorda Boonen.

È un cerchio che si chiude, tanto che forse avrebbe potuto pensare di smettere lì, a 31 anni, già eterno. Eppure l'eternità è una sfida che Boonen decide di cogliere. La sfida gli permette di rialzarsi dall'ennesima batosta, quando alla vigilia della Sanremo 2014 il medico chiama sua moglie Lore per comunicarle la morte del bimbo che portava in grembo. È il giorno più duro della vita di Tommeke, che supererà la perdita cominciando a guardare all'unico, grande sogno che lo guida dall'aprile del 2012: la quinta Roubaix.

"I momenti bui mi hanno aiutato a costruire le fondamenta più solide per quello che verrà", dirà qualche anno dopo.

Boonen smette praticamente di correre al di fuori delle sue corse: ai grandi giri non si presenta quasi più (due comparsate, non concluse, in cinque stagioni), va alle gare utili per prepararsi, fa il calendario belga, le classiche, i mondiali, le prove di inizio stagione per scrollarsi l'inverno di dosso, e basta. Ha sottratto piano piano tutte le altre ambizioni, diventando addirittura un gregario dei velocisti più quotati in squadra: Cavendish prima, poi Gaviria e Kittel, per il quale si è sacrificato mercoledì scorso allo Scheldeprijs, la sua ultima corsa belga.

 

 

Roubaix, 10 aprile 2016

Mathew Hayman fa una volata lunghissima, sul velodromo francese è una tattica che paga, ma l'australiano non riesce a realizzare nemmeno di aver vinto. Boonen invece realizza subito di essere stato battuto, e ci pensa su. Il giorno successivo diffonderà in rete una foto con in braccio una delle due figlie gemelle. "First or second, life goes on".

La vita di Boonen va avanti: dopo il dolore del passato, oggi ha una moglie e due figlie che adora e vorrebbe frequentare di più. Ma sente anche di essere arrivato vicinissimo all’obiettivo tanto inseguito, con la consapevolezza che non rimarrà per sempre così a portata di mano. A settembre il mondiale sarà in Qatar, terra di vento, sprint e successi per lui: può giocarsi un bis iridato non impossibile, per poi tornare a concentrarsi sul pavè per l'ultima volta.

A Doha, a più di 100 chilometri dal traguardo, la Gran Bretagna attacca nel vento, il gruppo si spezza e Tommeke si porta avanti a fare il vigile, dirige la propria squadra e la corsa, vuole sprintare per la vittoria ma si trova davanti Sagan e Cavendish. Come nel 2015, il primo a complimentarsi con lo slovacco è Boonen. Sorridente. Una delle ultime immagini del Boonen corridore è anche una delle più abituali: quando Boonen vince sono contenti anche gli avversari, quando vincono altri campioni, è contento Boonen. Per tutti, è soltanto one of the guys.

 



Roubaix, 9 aprile 2017

Serenità. Tommeke arriva alla sua ultima Roubaix con la tranquillità di chi ha un sogno, ma si è scrollato di dosso l'ossessione. Si è allenato a fondo in inverno, ha vinto a inizio stagione per poi cercare di lasciare le copertine ai compagni di squadra. Senza riuscirci, perchè l'uomo di questa primavera è lui, anche se non è il biondo aitante di qundici anni prima e la calvizie ha scoperto le sue orecchie a punta; c'è persino una nuova canzone a celebrarlo.

Intorno a lui, una continua processione: tifosi e corridori lo cercano all'inizio delle corse per salutarlo, i giovani compagni di squadra gli confessano di essere lì grazie a lui. Lo Scheldeprijs, la più antica classica del Belgio, per la prima volta cambia punto di partenza e da Anversa si sposta a Mol, nel paese di Boonen: 50 chilometri sulle strade dove Tommeke si è sempre allenato, il colpo di pistola al via! lo spara suo nonno. Un mercoledì pomeriggio con un pubblico da tappone del Tour de France, una cosa che Boonen non dimenticherà mai.

Per l'ultima primavera aveva messo un occhio pure sul Fiandre, dove è il primo a scatenare la bagarre: celebra il ritorno del Muur con un assalto a 100 chilometri dal traguardo, poi si rimette a fare il vigile, a indicare e tirare davanti, facendosi trampolino per l'impresa di Philippe Gilbert, l'altra star belga di questo decennio, con cui condivide i colori per la prima volta. Vorrebbe restare tra i protagonisti, Boonen, ma un salto di catena lo appieda sul Taaienberg, proprio lì, sul suo Boonenberg.

Lo schema si ripete a Roubaix: Tom è il primo ad accendere la miccia, a Wallers, a 102 chilometri dal traguardo; aumenta il passo nella Foresta di Arenberg; prende il vento in faccia a Sars-et-Rosières e ancora ad Orchies; frusta il gruppo a Camphin-en-Pévèle e sul Carrefour de l'Arbre. Una geografia di pietre, puntellate dai boati nel velodromo ogni qualvolta Tommeke si affaccia in testa al suo gruppo. Ma la corsa va altrove. Greg Van Avermaet solleva il trofeo e Boonen non disputa nemmeno lo sprint del suo gruppetto. Chiude tredicesimo, senza alcun un giro di pista per salutare: "Ho fatto troppi giri d'onore ultimamente. I giri d'onore sono riservati a chi merita di festeggiare oggi. Io sono arrivato qui per fare una doccia, non è necessario celebrarlo".

Tom Boonen chiude a Roubaix, dove tutto è cominciato, dove ha inanellato 4 vittorie in mezzo ad una carriera straordinaria, fatta anche di 3 Fiandre e 3 Gent-Wevelgem, 5 Harelbeke e 3 Kuurne-Bruxelles-Kuurne. Solo l'Het Nieuwsblad gli ha sempre detto di no, al Nord. E poi 6 tappe al Tour e 2 alla Vuelta, una maglia verde al Tour, 2 campionati nazionali belgi e, naturalmente, un mondiale.

Il ciclismo è penetrato in profondità nella sua esistenza, e proprio la vita è ciò che si affaccia continuamente nel racconto delle pagine più recenti di Boonen. "Questa vita termina a Roubaix, poi ne comincia un'altra", dice senza crederci nemmeno lui fino in fondo. Narra il suo ciclismo come vita reale, life goes on, non nascondendo mai le parentesi amare. E a chi gli chiede come si sveglierà una volta finito tutto, risponde ambivalente: "Sicuramente avrò i postumi da sbornia peggiori della mia vita. E sono sempre triste dopo una sbornia".

Un destino che lo accomuna agli appassionati di ciclismo di tutto il mondo, che si sono svegliati straniti dopo la sbornia di ciclismo regalatagli da Tom Boonen. Una sbornia cresciuta festa dopo festa, anche al termine dell'ultima Roubaix, perchè il risultato conta poco. Life goes on. Conta quella scintilla vitale che continuerà ad attraversarli negli anni a venire, quando la cassa comincia ad aumentare i BPM e il grido si solleva:

Tommeke-Tommeke-Tommeke!

 

 

 

 

 

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