Chi sei veramente, Primož Roglič?

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Facciamo che l’antefatto lo conoscete già. Giusto un accenno per chi se lo fosse perso.

Un vivace ragazzino nato tra i monti della Slovenia centrale si dedica al passatempo meno originale della regione: comincia a sciare, perché come tutti sogna di diventare il miglior discesista al mondo, tuttavia non uno di quelli tradizionali, a lui sulla neve riesce decisamente meglio prendere la scorciatoia, planare anziché curvare, più il trampolino è pendente e più si diverte e più vince, campione del mondo juniores di salto con gli sci nel 2011, il sogno può davvero realizzarsi e invece no, una caduta, la testa sbatte contro la neve e nulla, perde la conoscenza per qualche minuto ma la salute per molto più a lungo, lo aspetta un recupero faticoso, gli dicono la bicicletta è perfetta, lui ci sale e gli piace, scopre di andare anche piuttosto forte, si pone una domanda pazza: e se adesso provassi a diventare il migliore in sella a questo affare qui? Prova. Due anni dopo l’incidente lo ingaggia una squadra di ciclismo vera, l’Adria Mobil, corre sempre più veloce, vince il Giro dell’Azerbaijan e quello della Slovenia, altre tre stagioni ed eccolo in una delle squadre più importanti del mondo, la Lotto NL-Jumbo, i gialloneri d’Olanda, al primo anno vince una tappa del Giro (a cronometro), al secondo una del Tour (in salita) e una medaglia d’argento ai Mondiali (di nuovo a cronometro) – aveva fatto proprio bene a sognare così tanto. Per il terzo anno si mette in testa di provare a fondere le due anime e puntare per la prima volta alla classifica generale di una grande corsa a tappe, ma non una a caso, piuttosto la corsa a tappe: capitano al Tour de France.

Ora, questa sintesi non vuole essere il tentativo di sbarazzarsi in fretta della storia pregressa di Primož Roglič, di affermare che il suo in fondo sia il normale percorso di una promessa dello sport, magari giusto un attimo più movimentato. La traiettoria nel ciclismo di Roglič è effettivamente unica ed intrigante. Non v’è dubbio. Avrete letto e riletto del suo passato, e avete fatto bene.

Solo che il buon Primož è giunto al 6° anno di professionismo, ed è uno dei corridori con le quotazioni più in ascesa del gruppo: non può più essere soddisfacente continuare a descriverlo semplicemente come l’ex-saltatore con gli sci. Il Primož Roglič che si appresta a correre con grandi ambizioni il Tour de France 2018 è molto altro. È, prima di tutto, un ciclista con un profilo tecnico chiaro, e altrettanto precise idee sul futuro.

«Le caratteristiche di Primož sono del tutto coerenti col suo normotipo», ha spiegato in una recente intervista Jon Iriberri, il biomeccanico della Lotto-NL. «Ha mostrato fin dall’inizio spiccate doti a cronometro, in discesa e negli attacchi in solitaria da lontano. E in queste specialità è diventato subito uno dei più forti al mondo. Più che un lascito della sua carriera sportiva precedente, però, direi che il suo è talento puro».

Anche i motivi di cotanto progresso sarebbero molto precisi, ad ascoltare il tecnico: «Prima di tutto la disciplina, tipica dell’educazione sportiva dell’Europa dell’Est. Primož cura tutto alla perfezione. Non si dimentica mai di fare stretching, non si risparmia con gli addominali».

Poi c’è una questione fisica: «Nonostante l’elevato livello di forza che sviluppa, è dotato di una mobilità articolare impressionante». E un’altra di attitudine: «Non è un leader-tiranno, anzi a volte è fin troppo sobrio con i compagni. Uno come Van Emden, per dire, due giorni dopo essere arrivato in squadra era già lì a fare scherzi. Lui invece no. Però la gara lo trasforma: Primož in corsa diventa aggressivo, non guarda in faccia a nessuno. La competizione lo esalta».

Insomma, conclude Iriberri, «non sembra affatto che l’aver iniziato a pedalare tardi possa essere per lui un impedimento verso il raggiungimento dei più alti livelli dello sport».

Fondendo tutto questo nel suo sempre più distinto profilo di uomo da corse a tappe, nella stagione in corso Roglič è già riuscito a vincerne tre, due di esse di assoluto livello.

Dopo aver dominato il Giro dei Paesi Baschi, al Romandia ha subìto l’esuberanza di Bernal, ma è riuscito a conquistare la classifica generale. La settimana scorsa, poi, si è imposto al Giro di Slovenia, a casa sua, ribaltando la classifica nelle ultime due tappe. In salita e a cronometro, come al solito. Alternando coraggiose offensive e oculata gestione della corsa.

Il passaggio successivo lo attende tra pochi giorni. Il Tour de France darà enormi risposte ai quesiti ancora irrisolti sull’identità ciclistica dello sloveno. In palio non c’è più l’evoluzione da saltatore degli sci a ciclista: quella, l’abbiamo appurato, è stata completata, e con successo. Adesso c’è da stabilire se Roglič sia in grado di evolvere da specialista di corse di una settimana a contendente credibile sulle tre settimane; da cronoman di classe a scalatore di completo affidamento; da ottimo corridore a campione vero.

Più che la loro quantità, è stato il peso delle vittorie ottenute negli ultimi due anni a convincere i tecnici olandesi dell’esistenza di un’area ancora da esplorare per il Roglič ciclista. Lui, memore delle ambizioni d’infanzia, non si è tirato indietro di fronte alla possibilità di spostare più lontano i propri limiti. E allora eccolo qua, capitano designato per il Tour de France.

È molto complesso immaginare a quale, tra i percorsi dei big del gruppo, possa essere paragonato quello di Roglič. Verebbe da pensare che il suo intento dovrebbe essere quello di imitare Tom Dumoulin o, in misura minore, Rohan Dennis, i due esponenti più freschi della voluttuosa classe dei cronoman desiderosi di convertirsi alla montagna. Ma Roglič non è affatto un cronoman tradizionale.

Alto meno di 1 metro e 80 e pesante intorno ai 65 chili, definisce la sua tecnica nelle gare contro il tempo come un "concentrarmi sul farmi più piccolo possibile, continuando intanto a generare potenza". Per caratteristiche fisiche, insomma, si avvicina più al prototipo di scalatore che a quello di cronoman. In effetti è soprattutto sulle salite che si è concentrato in vista della stagione 2018.

Lo scorso inverno, oltre ad essersi allenato a lungo sui monti della Slovenia centrale, Roglič è calato di un paio di chili. Una scelta necessaria, certo non priva di rischi. Il timore di perdere insieme al peso anche un po’ di efficacia nelle prove contro il tempo è svanito presto, tuttavia, così sono rimasti solo due gli ostacoli sulla strada del compimento della metamorfosi.

Il primo è una mera questione di tempo-trascorso-in-gruppo. Perché la conseguenza principale della mancanza di esperienza di Roglič è la sua tendenza a finire per terra di frequente. Quando non corre contro il tempo o non è all’attacco, lo sloveno soffre l’intasamento del gruppo e finisce per cadere spesso e volentieri.

Per limitare questo tipo di danni i rimedi sono, senza troppa fantasia, migliorare la propria posizione, correre il più possibile e circondarsi di compagni di squadra affidabili. La terza è la soluzione più praticabile nel breve termine, difatti, per proteggerlo e sostenerlo in un Tour particolarmente foriero di insidie, la Lotto-NL metterà a disposizione del suo capitano una batteria di aiutanti di tutto rispetto: Roosen e Jansen sono garanzie sul piano; Gesink e Kruijswijk consistentissimi in salita.

Il secondo ostacolo è più che altro un interrogativo, e riguarda com’è ovvio la tenuta, il modo con cui il fisico di Roglič reagirà ai famigerati tranelli della terza settimana. L’ultimo Giro d’Italia è stato una specie di compendio sulla materia, con vittime eccellenti sia tra i contendenti nuovi (Yates) che tra quelli esperti (Pinot).

È plausibile che Roglič, che in carriera ha disputato soltanto due corse di tre settimane, e nessuna di esse nel ruolo di capitano, possa molto soffrire il primo impatto con 21 giorni consecutivi di massima efficienza atletica. Egli stesso ha più volte ricordato come, tra tutte, sia questa la differenza più tangibile tra salto con gli sci e ciclismo: la durata dello sforzo. «Quando salti è una frazione di secondo», ha detto una volta, «ma nel ciclismo si tratta di cinque-sei ore al giorno, e per molti giorni consecutivi».

Tuttavia i suoi preparatori sostengono che in realtà la tenuta fisica potrebbe non essere un problema troppo grosso. Secondo loro «da ora in poi il progresso di Primož è più che altro una questione mentale. Tocca solo posizionare i binari affinché la locomotiva mantenga la traiettoria prestabilita e non deragli».

La verità è che probabilmente nemmeno il diretto interessato conosce, ad oggi, la fondatezza delle proprie ambizioni. Parlare di Roglič alla vigilia del suo primo Tour da capitano è come parlare di un giovanissimo semi-esordiente: speranze, ottime premesse, ma poi boh.

La differenza sostanziale è che lo sloveno non è così giovane. Di anni ne ha quasi 29, e un’altra vita già alle spalle. Ma di quella si è già parlato a sufficienza. Adesso c’è quest’altra, e scalpita: osservare le nuove evoluzioni della traiettoria di Primož Roglič sarà uno degli spettacoli più intriganti dei prossimi mesi.

 

 

 

 

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