"Chiamami col tuo nome" è (anche) un'ode alla bicicletta

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

“Chiamami col tuo nome” è il nuovo film di Luca Guadagnino, regista palermitano, già autore di “Io sono l’amore” e “A bigger splash”. Il 25 gennaio arriva in Italia, ma negli Stati Uniti è già uscito da tre mesi, e tutti ne hanno parlato (quasi esclusivamente) bene. Il sito Rotten Tomatoes riferisce di un 96% di recensioni positive; Metacritic si ferma al 93%, ma definisce comunque il risultato un “universal acclaim”. Secondo il Guardian (e anche secondo Pedro Almodóvar, Paul Thomas Anderson, Xavier Dolan e diversi altri registi) è il film più bello del 2017, e ha ricevuto 4 nomination ai prossimi premi Oscar, tra cui quella per il miglior film.

Si tratta di una storia d’amore intensa e raffinata, della durata di un’estate. È l’estate che cambia per sempre la vita di Elio, 17 anni, che studia musica e si interessa di arte e letteratura. Elio si innamora di Oliver, ricercatore americano di archeologia, carismatico e brillante, arrivato in Italia per lavorare alla sua tesi di dottorato insieme al padre di Elio, professore universitario dalle ampie vedute.

Il film ha una natura fortemente internazionale, dalla co-produzione (Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti) al mix di lingue originali (il film è stato girato in italiano, francese e inglese), alla scelta degli attori (i protagonisti sono Armie Hammer e il giovane Thimotée Chalamet, entrambi americani). Eppure, si tratta di un film profondamente italiano. Nelle location (la provincia cremasca, con inserti di Bergamo e del Garda), nello stile, nelle abitudini dei personaggi.

Il desiderio tra Elio e Oliver nasce durante luminosissime giornate di chiacchierate, nuotate al fiume e – soprattutto – uscite in bicicletta. Nell’estate del 1983, a Crema e dintorni, sembrano andare tutti e solo in bicicletta. I due protagonisti, le loro amiche, i (pochi) italiani rimasti in città. Le auto sono rare e relegate agli spostamenti più lunghi, come quando il padre di Elio invita Oliver ad accompagnarlo a Sirmione, dove è stata appena emersa dal lago un’antica scultura greca.

Se le auto, nel film, sono unicamente un mezzo, le bici sono anche un fine. Segnano simbolicamente l’evolvere della storia, a partire dalla loro prima comparsa, cinque minuti dopo l’inizio della pellicola: Elio e Oliver lasciano il casale e vanno per la prima volta in città, pedalano su strade deserte e silenziose. Gli uccelli cantano, le bici vengono parcheggiate accanto ai tavolini del bar, sempre in vista.

Quella di Oliver è bianca, il sellino altissimo; quella di Elio è scura e ha un portapacchi posteriore. Sono entrambe dotate di cavalletto. Ripartendo dopo la prima sosta al bar, la bici di Elio urta quella di Oliver: è uno dei primi contatti fisici tra i due, ed è mediato dalle biciclette. Attrici molto più che non protagoniste, le biciclette restano in scena per lunghi minuti.

In un altro passaggio altamente simbolico, il domestico tuttofare Anchise riconsegna a Oliver la sua bici dopo aver raddrizzato e gonfiato le ruote. Oliver rivela a Elio di essere caduto, gli mostra una larga ferita sul fianco. È il segno che la loro relazione finirà con l’essere dolorosa, prima o poi, non subito. La parte centrale del film è difatti un crescendo di intensità fisica.

Quando Elio confessa per la prima volta i suoi sentimenti a Oliver, le due bici sono poggiate alla recinzione del monumento alla battaglia del Piave, una accanto all’altra, testimoni della svolta. Poco dopo, la telecamera è fissa su una strada sterrata: sopraggiunge Oliver, pedalata leggera. Attende l’arrivo di Elio, poi è quest’ultimo a sfidarlo. “Andiamo americano!”, urla il ragazzo. I due si allontanano, appaiati, mentre suona il pianoforte di Sakamoto. Il cielo è sereno, i prati verdi, eppure sottotraccia monta una percepibile tensione.



È un lungo fotogramma durante la seconda parte del film, quella in cui l’amore è definitivamente esploso, ad assegnare alla bicicletta un ruolo nuovo: le bici di Elio e Oliver sono poggiate a un muro in pietra del casale, intrecciate, il manubrio di una incastrato nel telaio dell’altra. In Chiamami col tuo nome la bicicletta supera la curiosità ancora bambinesca di uno Stranger Things, ma è ancora lontanissima dalla saggezza matura di un Don Matteo. Qui le bici assumono un potentissimo valore erotico. Luca Guadagnino le osserva di continuo, dedica loro spazio e tempo, gli attribuisce un valore profondamente artistico.

Le bici si alternano alle finestre spalancate, alle tavole imbandite, ai letti disfatti. Sono il simbolo di tutto quello che il film vuole raccontare: cambiamento, fuga, libertà, scoperta di sé. Un’estate - quell’estate - ma anche tutte le estati; un amore – quell’amore – ma anche tutti gli amori. Le biciclette sono uno degli oggetti principali che il regista sceglie per sostenere il suo desiderio di rendere una vicenda così particolare - persino irrealistica in certe dinamiche - una storia avvicinabile, universale.

Perché forse non tutti abbiamo provato la stessa intensità (e lo stesso tormento) del sentimento che nasce tra Elio e Oliver, ma tutti abbiamo presente quanto devastante possa essere la duplicità di un amore, di un’estate, di una bicicletta.

È bello e significativo che in un film che parla di tutto questo, e che riesce nell’ambizioso tentativo di trattare gli oggetti come personaggi decisivi della storia, proprio le biciclette siano uno dei motori degli eventi, nonché il principale elemento che permetta di identificare il luogo dove si svolge il tutto. Che non è un posto indefinito, dopotutto, ma è una delle grandi patrie mondiali dell’arte - e delle due ruote.
È l’Italia.



 

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