Il ciclismo di Froome è una benedizione (forse)

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Questo articolo è la versione aggiornata dell'introduzione a "Dicevano che si sarebbe alzato il vento", il nostro ultimo libro sul Tour de France, il terzo consecutivo, come le ultime tre Grande Boucle vinte da Chris Froome. Per sapere cosa contiene il libro - e dove trovarlo - cliccate qui.

 

C’è una categoria di commenti ai post di Bidon che da sempre mi colpisce in modo particolare: si tratta dei ringraziamenti dei lettori che attribuiscono ai pezzi di Bidon il maggiore motivo di interesse di alcune corse, su tutte il Tour de France. "Grazie per aver reso emozionante questa corsa noiosa", scrivono alcuni. "Più che il Tour, mi mancherete voi", rispondono altri. Al di là dell'innegabile soddisfazione per quest'affetto che lega il nostro progetto ai molti che lo seguono, quest'anno i ringraziamenti dei lettori di Bidon hanno suscitato in me un anche una reazione più interrogativa.

Mi sono chiesto: ma se le corse a tappe dell’era di Froome fossero state effettivamente scoppiettanti, foriere ogni giorno di azioni epiche e di spettacolo, se i corridori avessero coinvolto gli appassionati di ciclismo molto più di quanto non l'abbiano fatto Froome e i suoi più o meno timidi avversari, in questo caso noi di Bidon avremmo tirato fuori pezzi migliori o peggiori di quelli che abbiamo scritto? La prima risposta non può che essere un "ovviamente migliori". Gli ultimi tre Tour de France, per esempio, non hanno certo rappresentato il massimo dell'imprevedibilità narrativa, anzi hanno riproposto una trama ampiamente consolidata.

Suspense, varietà e intrigo sono tre dei dodici elementi fondamentali che il giornalista inglese Edward Pickering ha indicato come essenziali per la buona riuscita di una corsa tappe, ed è chiaro che se i Tour 2015, 2016 e 2017 avessero offerto qualcosa in più rispetto anche soltanto a uno di quei tre elementi, beh, il compito dei narratori sarebbe stato enormemente facilitato. Raccontare l'azione è molto più agevole che descrivere l'attesa.

Ma non è andata così, lo sappiamo tutti, e ad un certo punto bisogna fare i conti con la realtà e farsi piacere quel che passa il convento. Noi di Bidon ci siamo trovati a scrivere di ciclismo durante l'era di Chris Froome. Non ce la siamo scelta, quest'epoca, uno non può mica decidere quando e dove nascere. Lo stesso Froome, durante una delle ultime conferenze stampa dello scorso Tour, ha espresso un concetto del genere, quando ha spiegato – con non troppa poesia, a dire il vero – che il ciclismo con cui è cresciuto non è quello di Merckx e Hinault; ha detto Froome che il suo ciclismo comincia con Armstrong e Basso, e non perché li consideri dei riferimenti assoluti, ma semplicemente perché erano loro i dominatori dell'epoca in cui lui si è appassionato allo sport, e sono stati loro a segnare un certo suo modo di interpretare le corse.

Il discorso fila. Alla stessa maniera, si potrebbe dire che il ciclismo di Bidon cominci con Chris Froome. Non perché Bidon apprezzi oltremodo stile e idea di corsa del keniano bianco, ma semplicemente perché il racconto che Bidon finora ha fatto del ciclismo* è inscindibile dalla presenza sul palcoscenico dei nostri anni di uno come lui. Anzi, ripensando alla domanda sulla corrispondenza tra la qualità di quello che si vede e la qualità di quello che si scrive, mi sono via via convinto che dover lavorare con una materia prima non propriamente attraente** quali sono stati i Tour di questi anni, sia stata per Bidon un’impagabile occasione di crescita. Mi spingo oltre: Froome e la Sky sono stati per Bidon una benedizione.



Il ciclismo nasce per essere letto prima ancora che guardato, per questo i primi inviati al seguito delle corse erano molto più scrittori che giornalisti. Le gesta dei campioni necessitavano della penna del cantore affinché un pubblico più vasto dei soli testimoni oculari potesse godere delle imprese. Oggi non è più così: l'ultimo Tour de France ha proposto la trasmissione in diretta integrale di tutte le 21 tappe della corsa, per esempio. Pochi angoletti del grande romanzo del Tour sono rimasti privilegio del solo linguaggio scritto, ed è esattamente lì che ci hanno spinti Chris Froome e il Team Sky.

Una corsa piena zeppa di colpi di scena forse si racconterebbe da sola, gli schermi in HD prosciugherebbero fino all'ultima goccia la tridimensionalità dei protagonisti, le parole scritte arriverebbero tardi e suonerebbero ridondanti. Possibile, non sicuro, la controprova non esiste perché un ciclismo di questo tipo noi non l’abbiamo mai raccontato. Quello che sappiamo con certezza, invece, è che raccontare una corsa fatta di tempi morti, poche imprese e grandi equilibri, come sono stati per larghi tratti gli ultimi tre Tour, è un esercizio che spinge all'astrazione e alla ricerca, allo studio dei luoghi e delle biografie, soprattutto a una maggiore cura delle scelte narrative.

È questo che Bidon prova a fare. È questo che ci spinge spesso e volentieri a tentare percorsi diversi e a privilegiare la scelta di storie e personaggi "alternativi" rispetto alle trame primarie delle corse. In un certo senso, il modo di correre della Sky toglie fascino al ciclismo guardato e ne restituisce un po' a quello letto, che può spaziare liberamente in territori non controllati da 8 divise blu e una gialla (o rossa). A volte è faticoso, ma ci divertiamo a farlo.

Questo significa che noi di Bidon auspichiamo un dominio Sky/Froome ancora molto duraturo, in modo da poter affinare il nostro stile e continuare a fare scelte alternative? Non esattamente. Per quanto Chris Froome resti un personaggio estremamente intrigante, dotato di un profilo psicologico e sportivo in continua evoluzione, è evidente che il suo modo di gestire la corsa riduca al minimo i tre indispensabili fattori di cui sopra. E siccome prima di essere aspiranti narratori siamo appassionati di ciclismo, a noi suspense, varietà e intrigo interessano eccome.

In un lungo profilo di qualche tempo fa scrivevo riguardo Froome che "la sfida più complessa che lo attende nell’ultima parte di carriera è quella di riuscire a trasmettere l’idea che la bellezza può rivelarsi anche attraverso la sublimazione di un'ossessione", dove l'ossessione è lo sfrenato desiderio froomiano di vincere e di essere riconosciuto nella sua grandezza. Nel racconto della 20ª tappa dello scorso Tour ho aggiunto che "Froome pensa che rivincere il Tour sia il modo migliore per essere riconosciuto nel suo valore, è tutta la vita che cerca l’approvazione degli altri, prima i fratelli, poi gli amici, ora il mondo, ha saputo cambiare per vincere ancora, ma al mondo sembra non bastare mai". Qualche giorno fa David Millar ha proposto sul Telegraph una provocazione dello stesso tipo: "Se Chris corresse per il Kenya sarebbe una superstar globale", ha scritto l'ex-cronoman. "È frustrante osservare quanto poco credito gli dia il pubblico britannico".

La vittoria della Vuelta 2017 aiuta non poco Froome dal punto di vista della rivendicazione del suo posto nella storia del ciclismo: a furia di successi e di record, Froome sta in qualche modo forzando i suoi detrattori a cambiare idea su di lui. In Spagna ha ottenuto un successo netto e consacratorio in una corsa ad elevato contenuto di epica, grazie soprattutto alla carica aggiunta dall’ultimo show di Alberto Contador. Al termine della tappa dell'Angliru, Froome si è lasciato andare in un raro pianto liberatorio, a conferma della fondamentale importanza che egli stesso attribuiva al double.

Tranne che nell'arrivo di Los Machucos, in cui ha mostrato una fragilità piccola e gradita (almeno al pubblico), per tutta la Vuelta Froome è apparso solido, quasi cannibalesco, nettamente superiore a tutti i suoi rivali, al punto che c'è chi auspica per il suo futuro un tentativo di tripletta Giro-Tour-Vuelta che avrebbe del leggendario.

Che Froome abbia intenzione di aggirare la cronica mancanza di connessione emozionale con i tifosi del ciclismo offrendo loro la realizzazione di un’impresa senza precedenti? Non impossibile, ma comunque molto difficile. Domenica sera il diretto interessato ha detto a L’Equipe che, per quanto non abbia ancora escluso la possibilità di correre il Giro nel 2018***, vincere un quinto Tour de France resta "l'obiettivo prioritario" della sua carriera.

È il Tour che continuerà ad essere il riferimento del britannico, ed è all’ultimo Tour che bisogna guardare per provare a immaginarsi i prossimi.



Dopo un'edizione 2016 estremamente confortante da questo punto di vista, con il capitano della Sky prodigatosi in un paio di azioni del tutto imprevedibili rispetto ai suoi standard, il Tour 2017 ci ha invece consegnato un Froome misurato e prevedibile come non mai. L’impressione è che il fattore anagrafico, con annesso inevitabile calo atletico, possa ulteriormente irrobustire la necessità del Team Sky di proteggere il suo leader impostando un gioco di squadra ancora più asfissiante per gli avversari – e per il Tour.

Insomma, l'ultima parte di carriera di Froome potrebbe riservarci qualche record, ma decisamente poco spettacolo. Anche per questo è necessario che organizzatori e addetti ai lavori continuino a interrogarsi sul futuro delle corse a tappe: il dominio di Froome, la sua rivoluzione, pone domande non solo a chi racconta il ciclismo, ma anche a chi lo pensa.

Il Tour 2017 da questo punto di vista ha dato alcune indicazioni di rilievo, e le prime indiscrezioni sul percorso della prossima edizione lasciano intendere che la volontà di sperimentare esista ancora. La gradevolezza dell'ultima Vuelta potrebbe costituire una fonte d’ispirazione, anche se l'unicità del GT spagnolo, la sua non-riproducibilità, sono piuttosto chiare a tutti. "La Vuelta ha cambiato l'idea delle corse a tappe", ha detto Javier Guillén, il patron della corsa. “Ma quello che funziona per la Vuelta, potrebbe non funzionare per Giro e Tour". Che fare, dunque?

Attenzione: non si tratta di trovare a tutti i costi il modo di impedire a Froome di vincere il suo quinto Tour, anche perché lui è talmente bravo ad adattarsi a percorsi, problemi ed avversari che probabilmente sarebbe inutile cercare di metterlo in difficoltà da questo punto di vista. In più, l'uomo e l'atleta sono del tutto degni del raggiungimento di nuovi, grandi obiettivi.

Si tratta piuttosto di fare qualche sostanzioso passo avanti nel tentativo di migliorare la resa spettacolare delle corse a tappe dei nostri giorni. Non esiste una formula unica, definitiva. Il ciclismo è uno sport estremamente complesso e in particolare questa epoca del ciclismo, per una lunga serie di motivi, non è paragonabile a nessuna delle precedenti. Non è pensabile riproporre oggi paradigmi tecnico-tattici che funzionavano trenta, venti o anche solo dieci anni fa. Il ciclismo del passato non tornerà, e non è detto che sia un male.

Occorre pensare a come migliorare il ciclismo di oggi, che ha già mostrato - più di altre discipline - di essere disponibile al cambiamento. Vivere questa fase storica può essere estremamente affascinante. Nessuno sa di preciso come si svilupperanno i Giri, i Tour e le Vuelta dei prossimi anni, tantomeno noi, che chissà se troveremo il modo di andare avanti con questa cosa strana che è Bidon. Certo la speranza è che la noia possa presto essere riportata sotto i livelli di guardia, e il lavoro dei narratori facilitato.

O forse è meglio di no: molte delle cose che avete letto finora su questa pagina, con i loro pregi e i loro difetti, sono nate proprio grazie alle ore di attesa proposte dalle grandi corse a tappe, nei lunghi pomeriggi del Tour in cui tutti dicono che potrebbe alzarsi il vento, e poi il vento non si alza quasi mai. Quei pomeriggi che da un lato frustrano chi ha voglia di raccontare, ma dall'altro lo stimolano, lo inducono a guardare di lato, e per questo se noi potessimo tornare indietro impiegheremmo i pomeriggi dei nostri mesi di luglio, anche quello non troppo spettacolare del 2017, esattamente allo stesso modo.

Sarebbe entusiasmante se pensaste una cosa simile anche voi, al termine della lettura di "Dicevano che si sarebbe alzato il vento". Grazie per la vostra fiducia. E grazie a Chris Froome per averci spronato.
 



*  Sono consapevole che il ciclismo non cominci né finisca con il Tour de France. A "Bidon" siamo appassionati di tutto il ciclismo, e abbiamo cercato di raccontarne più possibile, dal Giro alle classiche, dai mondiali alle Olimpiadi. Tuttavia quando in questa introduzione per semplicità si parla di “ciclismo”, si fa specifico riferimento al Tour de France.

**  Non sono affatto convinto che gli ultimi tre Tour de France siano stati brutti. In particolare, con riferimento al Tour 2017, credo che l’equilibrio tra i migliori abbia rappresentato un punto importante a favore della corsa, che complessivamente ha proposto un livello agonistico molto elevato. In ogni caso, è opinione piuttosto diffusa che i recenti Tour siano stati noiosi, o per l’appunto brutti, ed è impossibile non considerare questo punto di vista all’interno di un’analisi generale. Per questo quando in questa introduzione si parla di “noia”, “bruttezza” e così via, si fa riferimento all’opinione di una porzione considerevole di appassionati, non alla mia specifica.

*** La decisione definitiva sarà comunicata da Froome dopo i mondiali di Bergen (in cui Froome è tra i favoriti per la priva a cronometro) e dopo la presentazione del percorso del 101° Giro d'Italia. 

 

 

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