Classifica appunti – Note sparse sul Giro d'Italia 2020

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Una serie di appunti presi durante il Giro d'Italia 2020 da Leonardo Piccione e qui riproposti con una parvenza d'ordine. Elenchi, pensieri, foto e stralci da un viaggio al seguito di un'edizione della Corsa Rosa diversa dal solito, per molti aspetti unica.

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La voce di Costantino della Gherardesca è il segno: abbiamo fatto di nuovo tardi. Sui quarantadue pollici della sala stampa va ora in onda Resta a casa e vinci, il quiz che Raidue propone ogni pomeriggio dopo la fine delle trasmissioni ciclistiche. Fuori è già scuro. Quasi tutti i giornalisti accreditati hanno inviato il proprio contributo alla rispettiva redazione e sono già in viaggio verso un’altra città, un albergo che non hanno mai visto prima, un letto su cui non hanno ancora dormito. Noi abbiamo appena cominciato a stilare la scaletta del nostro podcast.

Il dileguarsi dei colleghi spiana la strada alle domande del conduttore, che rimbalzano dagli altoparlanti alle pareti della grande stanza producendo un’eco via via più insistente. Chiediamo di abbassare il volume della tv, un addetto ci dice che possiamo. L’improvviso silenzio rivela che l’inviato danese è al solito zelante, ticchetta sulla sua tastiera senza soluzione di continuità. Sta scrivendo di Fuglsang: il campione suo connazionale potrebbe vincere il Giro d’Italia, l’Ekstra Bladet l’ha mandato qui apposta. 

Dall’altro angolo della sala giunge un colpo di tosse di cui decido di non voler scoprire l’originatore: se mi voltassi verso di lui rischierei di sembrare sospettoso, il mio sguardo potrebbe indicare timore o, peggio, accusa. E se pure sorridessi immediatamente dopo, come a dirgli tranquillo, non ho assolutamente nulla contro di te, mi sono girato solo per una specie di riflesso condizionato, lui non riuscirebbe a cogliere la distensione delle mie labbra: portiamo entrambi la mascherina. 

Entrambi siamo qui a riferire di una corsa di biciclette che per centodue edizioni ha introdotto alla bella stagione, costituendone invito e anticipo, e che quest’anno invece conduce dritti all’inverno, a giorni fredde e corte, dentro un mondo che osserva ritornare minacciose le ombre di una delle primavere più spaventose che si ricordino, la scorsa.

I bollettini sanitari si allungano alla stessa velocità con cui le giornate si accorciano oltre i vetri degli edifici che di volta in volta ci fanno da rifugio: aule magne di scuole medie intitolati a giudici antimafia, palazzetti dello sport calcati un tempo da quelle che furono glorie del basket, seminari regionali addobbati con foto di papi e vescovi assortiti, albergacci di montagna già chiusi o non ancora aperti, comunque inquietanti. 

Il tesserino plastificato che ci pende dal collo è il passepartout per accedere a una serie di luoghi sottratti alla loro mansione quotidiana e consegnati per un giorno al Giro d’Italia, o per meglio dire agli uomini e alle donne che cercano di trasformare il Giro d’Italia in qualcosa che somigli a un racconto, a una storia da tramandare nonostante tutto.

Che storia è quella di un Giro che attraversa l’Italia mentre più che l’ottimismo proprio dell’estate monta nei paesi il timore dell’inverno e delle sue insidie, con le strade semivuote, le scuole chiuse non per vacanze ma per sanificazione? 

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Mi trovo dentro questo circo per la terza volta, a quale titolo non lo so ancora di preciso. Non sono un reporter, non vado a caccia di scoop, non rincorro i corridori dopo la linea d’arrivo per rubare loro una smorfia di dolore o una mezza frase ansimante. Con i ciclisti preferisco parlare al mattino, quando i loro pensieri non sono ancora annegati nella fatica. Ogni volta che posso vado a vedermi gli arrivi di tappa in strada, dove finiscono le transenne. Alla sala stampa preferisco i tavolini dei bar all’aperto, come testimoniato dalla macchia di caffè che attraversa il mio pass diagonalmente, cicatrice di un espressino che mi sono rovesciato addosso a Matera, o forse era Brindisi. 

L’addetto alla sicurezza delle aree stampa, che ogni giorno mi misura la temperatura corporea e mi scannerizza il QR-code stampato sul pass, l’altro giorno mi ha detto sa, con queste mascherine non riesco a riconoscere nessuno ma lei sì, lei è quello col pass macchiato. Sono maldestro e unico, un po’ me ne compiaccio.

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Una foto che ho salvato: un addetto alla logistica rimuove un banner pubblicitario al termine della terza tappa, dentro un campo di lava.

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Due cose belle che ho visto: 

- La sagoma protettiva e a un tempo minacciosa del vulcano in fondo alla via Etnea, nel centro di Catania.

- Il gomito rabberciato di Domenico Pozzovivo, che disincentiverebbe a pedalare chiunque tranne lui, che ha cambiato modo di stare in bici pur di essere competitivo al Giro (11° alla fine).

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Due cose belle che ho sentito:

- Le cicale che frinivano nella Valle dei Templi, beatamente ignare del calendario

- Il clangore prodotto dai cambi delle biciclette dei corridori quando, all'attacco di uno strappo al 10%, scalano all'unisono

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Nel pomeriggio il Giro è arrivato a Brindisi, così in serata abbiamo tirato dritto fino a Corato, casa mia. I miei ci hanno accolti con taralli e focaccia, e io ho pensato a quanto sia bizzarra l’improvvisa fusione tra il Giro d’Italia e la mia vita normale, l’incontro tra due mondi che ritenevo ermetici, la sovrapposizione davanti a un piatto di orecchiette della versione di me che parla molto di ciclismo e della versione di me che parla poco, tantomeno di ciclismo.

Chissà se un giorno, e dove, e di fronte a cosa, riuscirò a unificare anche tutte le altre versioni di me, così incompatibili l’una con l’altra, e a scoprire chi sono veramente.

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Al mattino – era il giorno della Giovinazzo-Vieste – ci siamo svegliati con la notizia della positività al virus di Simon Yates, uno dei favoriti alla vittoria del Giro. La bolla era stata violata, il mondo aveva ufficialmente contaminato il nostro giocattolo preferito. Quella mattina ho pensato di rimanere a casa: aveva senso continuare la risalita dell’Italia? Come avremmo potuto continuare a raccontare le nostre piccole storie di ciclismo, quando le divagazioni proprie della corsa sembravano sul punto di essere soffocate dal peso stringente dell’attualità? Era opportuno che il Giro continuasse la sua utopica fuga dai guai di questo tempo, e che noi lo inseguissimo imperterriti?

C’era una luce commovente quel giorno sulla Puglia. Gli ulivi traboccavano d’argento, le curve del Gargano abbracciavano un mare pastello: se il Giro fosse stato interrotto, nel podcast avremmo parlato esclusivamente di baie nascoste e pini inondati dal sole. Invece poi la tappa è partita, e io pure.

Ero in spiaggia con i miei pensieri, a metà strada tra un tedesco che prendeva il sole e un cane che inseguiva un gabbiano, quando sullo schermo del mio smartphone ho visto che a trecento metri da me Alex Dowsett esultava con i pugni chiusi e le lacrime agli occhi per la sua insperata vittoria di tappa. Dowsett che non ha un contratto per la prossima stagione, che guarda con timore al mondo in cui crescerà suo figlio. A Vieste ha vinto un ragazzo della mia età, con le preoccupazioni della mia generazione.

Ritornando verso la sala stampa ho recuperato due borracce vuote a bordo strada: una della Groupama, l’altra della Deceuninck. Stavano seminascoste tra l’asfalto e il marciapiede, presso una fermata delle Ferrovie del Gargano. Poco più avanti un ragazzino me ne ha chiesta una. «Quale vuoi?» gli ho chiesto. «Una qualsiasi» ha risposto lui con un’alzata di spalle. Gli ho dato quella della Deceuninck. «È la borraccia della maglia rosa» gli ho detto dicendo la verità con una probabilità pari a 1/8.

Poco più tardi, in conferenza stampa, Alex Dowsett ha dichiarato, sintetizzando il senso della giornata e forse di tutto il Giro, che l'emozione-chiave di questo frammento irripetibile della sua vita più che la gioia è il sollievo.

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Un'altra foto che ho salvato: Philippe, da Gent, si versa del Montepulciano nell’attesa della pioggia - e della corsa - in cima allo strappo di Controguerra.

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Due frasi che ho letto:

- «Il vento mi fascia di sottilissimi nastri d'argento / e là, nell'ombra delle nubi sperduto, giace in frantumi un paesetto lucano.» (Rocco Scotellaro, su un muro di Craco)

- «Odio la Peroni!» (anonimo, su un muro di Taranto)

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Tre frasi che ho ascoltato:

- «Italy and cycling, that's the perfect combination!» (Lucy, trentenne inglese, seduta col suo ragazzo ad attendere il Giro su un muretto all'attacco della salita di Portella Mandrazzi)

- «Quelli con la vita facile, non lo so come fanno.» (Luigino, abruzzese di 85 anni, rimasto orfano durante la guerra, poi instancabile marciatore e oggi appassionato gestore insieme a sua moglie di un delizioso bed&breakfast a Tollo)

- «Adesso faccio un po’ di tutto, ma anche niente. Mi sto specializzando sul niente.» (Gilberto Simoni, due volte vincitore del Giro e uno dei primi ciclisti per cui ho fatto il tifo, incontrato sul lungomare di Cesenatico sotto il diluvio)

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João Almeida veste la maglia rosa da dieci tappe, e la maglia rosa è tenuta a presentarsi in conferenza stampa tutti i giorni. Questo significa che sono dieci giorni consecutivi che il giovane Almeida circa tre quarti d'ora dopo la fine della corsa si siede davanti a una webcam e attende che sullo schermo appaiano i giornalisti che, dalla sala stampa, non molto lontano da lui ma fisicamente separati da lui, gli pongano qualche domanda.

Al decimo giorno, nessun inviato sembra avere altre domande per lui. Gli è stato già chiesto tre volte di Cristiano Ronaldo. Noi siamo i soli a presentarci anche oggi. Gli chiediamo che musica ascolta, che temperature predilige. Lui risponde assai conciso, ma non svogliato. Gliene facciamo altre due, replica educatamente. Dopodiché fa un cenno di saluto e se ne va. Penso che siamo tra le persone con cui ha parlato di più in questi giorni, e io non facevo tante domande a una persona dall'ultima volta che ho giocato a Trivial Pursuit.

Almeida cresce giorno dopo giorno, come uomo e come corridore. Ha un carattere solido almeno quanto le sue gambe. Forse un giorno vincerà il Giro, forse no, di sicuro sarà un bel ciclista. Si ricorderà di noi, della volta, durante quello strano Giro di quello strano anno, quando ci inventammo domande superflue pur di non lasciarlo solo durante una conferenza stampa in cui nessun altro sembrava aver voglia di parlare con lui?

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La rubrica del mio smartphone si è rimpolpata considerevolmente in queste settimane. Un Giro corso nel mezzo di una pandemia è un Giro in cui il contatto con i protagonisti abbiamo dovuto cercarlo anche - soprattutto - nell'accezione della richiesta posta a una ventina di addetti stampa: "Vorremmo intervistare un corridore della tua squadra. Ci gireresti il suo contatto?"

Per "Chat, si gira" abbiamo chiacchierato virtualmente con diciannove corridori del Giro. Con quasi tutti abbiamo chattato nel post tappa; la maggior parte mentre si faceva massaggiare, altri durante il trasferimento sul bus. Con uno o due al mattino. Tra le cose che mi ha lasciato in eredità questa rubrica - oltre al numero di telefono di circa un girino su dieci - c'è il messaggio ricevuto da Enrico Battaglin alle 21:49 del 22 ottobre, a poche ore dalla fine della tappa dello Stelvio:

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Due dichiarazioni fatte da corridori: 

- «Io lo so bene chi è Cristiano Ronaldo, ma non sono certo che lui sappia chi sono io.» (João Almeida dopo la terza domanda riguardante il suo rapporto con lo sportivo più famoso del suo Paese)

- «Grazie Jacopo, oggi hai fatto una velocità muy forte.» (Arnaud Démare al suo apripista Jacopo Guarnieri dopo la quarta vittoria di tappa)

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Due domande poste da cantautori:

- «Te ne sei accorto sì, che parti per scalare le montagne e poi ti fermi al primo ristorante?» (il cosentino Dario Brunori, ascoltato salendo verso Camigliatello Silano)

- «Hai più pensato a quel progetto di esportare la piadina romagnola?» (il romagnolo Samuele Bersani, ascoltato durante il trasferimento in auto verso Cesenatico)

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Terza foto che ho salvato: Un padre, visibilmente provato dall’uso smodato del fischietto rosa del Giro fatto da suo figlio, tenta un allungo sul lungomare di Porto Sant'Elpidio.

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Quando ci siamo ritrovati a girare per un indefinito numero di volte intorno alla stessa rotatoria di Castrovillari abbiamo compreso che il navigatore di serie della nostra auto forse non funzionava, o necessitava di un aggiornamento, o semplicemente noi non eravamo in grado di comprenderne l'oscuro linguaggio. È allora che ho preso il coraggio a due mani e ho collegato il mio smartphone allo schermo dell'automobile, consegnando il nostro destino a CarPlay e dell'app Mappe. 

Durante un Giro d'Italia, poche soddisfazioni superano quella di imboccare al primo colpo la strada alternativa suggerita dal navigatore per riuscire ad aggirare correttamente la corsa e rispuntare sul tracciato di gara più oltre, davanti ai corridori, su una strada magnificamente libera in cui è possibile sorpassare a piacimento le auto della polizia e fregarsene degli autovelox.

Le frecce nere su sfondo rosa appiccicate ai pali dei segnali stradali sono il segno che la missione è compiuta: al Giro d'Italia la frase più bella del mondo non è "Ti amo", ma "Siamo sul percorso".

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Alla partenza di Udine siamo arrivati talmente tardi che tutti i corridori avevano lasciato l'area dei bus, cominciando a incolonnarsi in vista del via. Non c'era nemmeno più di Yukiya Arashiro, solito fare un salto all'ammiraglia in extremis per recuperare una mantellina di scorta o chissà che.

Ma un corridore l'abbiamo incontrato lo stesso, quella mattina. Era al di qua della transenna, come noi, e aveva accomodato sulle sue spalle un bimbo di quasi due anni che gli somigliava, in testa un cappellino da baseball con la visiera all'indietro. Alessandro De Marchi sognava da tempo di correre la tappa numero 16, la tappa che passava da Buja, di fronte a casa sua. La sua squadra alla fine ha fatto altre scelte, però lui al Giro è venuto lo stesso: ci ha portato Andrea, suo figlio.

Dice Alessandro De Marchi che Andrea è già parecchio indipendente: ha ereditato dal padre il vezzo o la necessità di andare in fuga.

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Quarta foto che ho salvato: la signora Anna, 90 anni,  appassionata di tutti gli sport compreso il ciclismo, che è venuta a vedere avvolta nella bandiera del Cesena (anche se tifa per il Milan).

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Altre due cose belle che ho visto:

- in Friuli, il tratto di statale con a un lato il cartello di ingresso nel comune di Tramonti di Sotto e all'altro quello di uscita dal comune di Tramonti di Sopra (la deviazione per Tramonti di Mezzo era un po' prima; ad Alba saremmo arrivati qualche giorno dopo)

- la finestra di una casa di Monteaperta aperta, o per meglio dire spalancata, col televisore del salotto spostato nei pressi del davanzale in modo che i due signori di una certa età piazzatisi in piedi all'esterno, di fronte a tale finestra, potessero rimanere aggiornati sullo svolgimento della corsa nell'attesa che la stessa sfrecciasse loro accanto.

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Quattro botteghe in cui tornerò appena possibile:

- la gelateria "Le Cuspidi" di Agrigento

- la piadineria "Dam Dam" di Cesenatico

- la "Casa del Prosciutto" di San Daniele del Friuli

- la distilleria "Albergian" di Pragelato

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Due tratti di due corridori che mi hanno colpito:

- gli occhi chiarissimi e indagatori di Lachlan Morton

- la risata sonora e contagiosa di Ben O'Connor

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Quinta foto che ho salvato: una mamma porta la figlia a vedere il primo Giro d'Italia della sua vita a Valdobbiadene, dicendole che stanno per passare tanti "tati in bicicletta".

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Il Giro sale, l'autunno scende. Viene a prendersi ore di luce, a cambiare il guardaroba di uomini e boschi. I sandali dei bambini di Vieste diventano sneakers a Monselice, stivaletti ad Asti. I pini di Tortoreto, verdi, vengono rimpiazzati dagli abeti rossi di Pala Barzana, poi dai grandi larici ocra di Sestriere, attraversati - questi - da raggi di sole via via più obliqui e, a livello stradale, dalle trenate via via più dannose di Rohan Dennis, l'uomo-simbolo della settimana in cui la Ineos ha ribaltato il Giro d'Italia.

Impressionante come la squadra inglese, costantemente all'attacco, sia riuscita a rimettere in sesto il suo Giro dopo il ritiro di Thomas. Ancora di più come in questo scorcio di stagione abbia completamente rinnovato la percezione di sé che dà all’esterno, alleggerendola e umanizzandola, trovando una nuova primavera nel cuore di uno strano ottobre.

Più in linea con il mese in corso, invece, il Giro di Vincenzo Nibali, insolitamente anonimo nelle tappe decisive, spesso isolato nella terra di nessuno, mai davvero davanti ma nemmeno troppo indietro. Una prestazione autunnale, la sua, malinconica e dignitosa insieme. Ha tutto del tramonto, questo suo Giro, anche un certo emblematico splendore.

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Altre due cose belle che ho sentito:

- Il fruscio delle foglie che ci piovevano addosso in un viale alberato di Tarcento

- Il silenzio quasi mistico nei tornanti pedalabili dello Stelvio, quando gli altri, i più duri, stanno lì appesi di fronte come una voglia e un presagio 

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Due interviste fatte in piazza Duomo l'ultimo giorno:

- a Mikkel Honoré, 23 anni: «Che farai dopo il Giro, Mikkel?» «Vado a casa per qualche giorno, poi dal dentista e infine ad aiutare mio suocero nella raccolta delle olive. Ho bisogno di staccare da tutto e di rilassarmi.»

- ad Adam Hansen, 39 anni: «È stato un piacere poter parlare con te in questi anni, Adam.» «È stato un piacere per me correre il Giro.  Grazie per questo magnifico Paese, grazie ai tifosi italiani per essere stati i miei migliori amici.»

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La sesta foto che ho salvato: la signora Alida di Cividale del Friuli, che non ama troppo essere fotografata, ha gonfiato talmente tanti palloncini che - sfinita - ha rinunciato al progetto di appenderli a un filo e li ha ficcati tutti dentro una carriola.

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Mi sta simpatico Geoghegan Hart. Tao è un ragazzo educato, sveglio, brillante. È appassionato di molte cose, ma soprattutto di ciclismo. Da ragazzino lavorava in un negozio di biciclette di Londra, poi si è fatto strada nel mondo del ciclismo grazie alla sua dedizione, alla voglia di imparare e migliorarsi. Un mese fa - eravamo ancora in Sicilia - ha detto che non immaginava di poter vincere il Giro nemmeno nei suoi sogni più selvaggi, ma che adesso che questa cosa è successa non cambierà nulla: continuerà a svegliarsi ogni mattina col desiderio di uscire in bici e di amare la propria vita.

Mi sta simpatico anche Jai Hindley, di quella simpatia che discende dalla sconfitta ma soprattutto dalla speranza riposta in lui e in questa generazione di corridori, tutti più giovani di me, che si è impadronita del ciclismo in una delle stagioni più difficili e improbabili che si ricordino, come una benedizione o un risarcimento.

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Altre due cose che ha detto il vincitore del Giro:

- «È una domenica come le altre.» (prima della cronometro decisiva)

- «Quando ho capito di poter vincere? Forse questa mañana, or maybe next week.» (al termine della cronometro decisiva)

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Questo non è stato “il Giro della rinascita”, come si era ipotizzato mesi fa immaginando il ritorno del ciclismo sulle strade della penisola alla stregua dell’evento storico che fu il Giro del 1946. Qualcuno a inizio ottobre ha optato per “Giro della ripartenza”, ma col passare delle settimane anche questo appellativo è scolorito di fronte alla prospettiva di un nuovo stop generale. Il Giro 2020 è finito il giorno prima che in Italia entrassero in vigore le nuove misure di contenimento del contagio, lasciando la chiara impressione che le tre settimane della Corsa Rosa siano state l'ultimo vero svago nazionale per un po' di tempo a venire.

In questa prospettiva, il Giro 2020 ha portato a termine il suo obiettivo primario che, al pari di ogni organismo vivente, è quello di perpetuarsi. Di conservare se stesso e prolungare la propria missione. Quella del Giro è la stessa che secondo Gianni Rodari hanno le favole: nell'attesa che il senso dell’utopia venga riconosciuto tra i sensi umani alla pari con la vista, l’udito e l’odorato, mantenerlo vivo.

Questo Giro è stato esso stesso una piccola utopia, com'è utopia ogni viaggio in questo tempo in cui ci sembra di muoverci in equilibrio su gusci d'uovo. Gli analisti del futuro diranno forse con più consapevolezza se correre il Giro d'Italia nel 2020 fu un memorabile atto di resistenza o un evitabile azzardo. 

Dopo aver avuto il privilegio di essere stato parte di un evento a suo modo irripetibile, oggi sono tornato a casa. Come tutti, non ho idea di cosa succederà nei prossimi mesi. Non so dove andrò, né quando. Il prossimo Giro d'Italia è vicino eppure remoto. So solo che in questo momento la Murgia è avvolta da un magnifico cielo d'ottobre, un manto azzurrissimo macchiato appena da un pezzetto di luna. La NASA ha appena annunciato che c'è acqua, lassù.

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L'ultima foto che ho salvato: concluso il suo undicesimo Giro d'Italia, Dario Cataldo svolta l'angolo tra Piazza del Duomo e Via Orefici e torna a immergersi nel mondo.

 

Foto in copertina: Tornanti.cc

 

 

 

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