Federico de la Mancha

a cura di Seymour Bartleby

 

La Mancia, regione della Spagna centrale, è un'estesa pianura che, nonostante il nome datole dagli arabi (mancha = terra secca), offre da sempre ai suoi abitanti terreno fertile per allevamenti e coltivazioni. Pianeggiante dunque, eccezion fatta per l'altopiano della Serra Alcaraz, poco più di 700 metri sul livello del mare. Le estati sono bollenti e gli inverni rigidi.

Forse fu proprio la desolazione della pianura a perdita d'occhio a solleticare le fantasie di Cervantes, che rese eterno il nome di questa regione ambientandovi il suo Don Quijote. La monotonia dell'orizzonte cavalcato con l'immaginazione trasforma greggi in eserciti e mulini in giganti. E deve esser stato con la stessa fantasia che da ragazzino tale Alejandro Martín, chiamato da tutti Federico, rubava la frutta al mercato e, carico come un mulo, la consegnava in bicicletta fuori Toledo, immaginando fughe solitarie sui Pirenei mentre con una sola pedalata si scrollava delle guardie.

È alto e secco, Federico, le gambe lunghe e il naso a punta. La fisionomia dei predestinati, e pure il cognome: Bahamontes vuol dire qualcosa come scavalcamontagne. E ne scavalcherà di montagne, quasi sempre davanti a tutti. Appena la strada impennava, Federico cancellava d'un tratto l'indigenza di quella pianura triste e monotona senza un ostacolo oltre il quale buttare il cuore.

Il cuore a Bahamontes scalpitava ogni qual volta la strada si inerpicava, così iniziava a rotear leggero le pedivelle, e a farsi beffe di chi provava a stargli dietro. Iniziò a vincere nell'estate rovente del '46: arriva alla partenza giusto in tempo, dopo aver consegnato la frutta e pedalato per 60 chilometri. Indossa una canotta da basket, nelle tasche una banana e un limone.

Nel '53, ancora dilettante, durante una gara nelle Asturie si invola tutto solo lasciando al palo molti professionisti. A restare con un palmo di naso c'è pure Juliàn Barrendero, allora tecnico della nazionale spagnola, il quale, ripresosi dallo stupore, cerca, s'informa e bussa alla porta di casa Bahamontes. Federico lo fa accomodare, è una casa modesta, una famiglia di contadini, le lampade ancora a petrolio. Deve chiederlo a mia madre, risponde educatamente al CT.

Lei è nell'altra stanza seduta in penombra, un soffio di vento attraverso le finestre aperte fa danzare le tende ordinatamente. Sul tavolino a fianco della sedia ci sono un bicchiere d'acqua e un rosario. Appresa la notizia, la donna lo afferra e inizia a sgranarlo paziente, sa che il rosario di suo figlio è una corona a 53 denti, e che lui sa recitarlo con grazia cardinalizia. Che le ruote di Federico ascendano laddove le preghiere dovrebbero arrivare, o dove non servono più. Il Tour de France.

*

Per Gianni Brera i Pirenei sono montagne povere e, naturalmente, lì fa più caldo, perchè solo le montagne ricche godono di ventilazione apprezzabile. Così Bahamontes, abituato alle prime, divora le seconde. Sul Galiber si scrolla senza fatica il peloton dalla ruota posteriore e scollina con un quarto d'ora di vantaggio. E cosa fa Bahamontes? Impaurito dalla discesa, come tanti scalatori, si ferma e, aspettando il gruppo, si mangia un gelato. Alla gente non par vero di veder così da vicino un campione. Bahmontes appoggiato al muretto gusta il suo gelato, poi si accoda agli avversari, sbigottiti.

Col tempo imparerà anche a scendere. Senza mai eccellere, sia chiaro, ma difendendosi a sufficienza per conservare il fieno messo in cascina quandola strada saliva. Le salite, quelle ne farà sempre di più, sempre più forte. L'unico ad aver vinto la classifica degli scalatori in tutti e tre i Grandi Giri. Al Tour questa speciale graduatoria la dominerà per sei volte, senza però mai vestire la maglia a pois: sarebbe stata introdotta il decennio successivo.

Vestirà la maglia gialla, in compenso, vincendo il Tour nel '59, benchè i suoi detrattori glielo assegnino di sguincio, attribuendo il successo più all'antipatia di parte dei corridori, e non solo loro, verso Henry Anglade, suo principale avversario. Sarà. Rimane il fatto che nella cronoscalata del Puy de Dôme, 14 chilometri con pendenza media del 7,5%, l’Aquila di Toledo sale a una media di quasi 21 km/h, rifilando 1'26" a Charly Gaul e 3' allo stesso Anglade.

Perché se c'era da rimboccarsi le maniche, Bahamontes non si tirava mai indietro, che fosse per salire il Tourmalet dalla parte sbagliata o per inseguire, scendendo di bici, un tifoso che lo aveva apostrofato. Ed era testardo Bahamontes, tanto nell'affrontare i Pirenei quanto nel ritirarsi senza se e senza ma quando il cuore non gli diceva giusto, lanciando le scarpe in un dirupo.

È stato un ballerino, un coraggioso, un pazzo, un funambolo. Soprattutto, è stato un grimpeur, lo è ancora, e il suo cuore segue il tempo di un vecchio adagio: "Prendi la bicicletta e vai".

Categoria: