I missed you, baby

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

"I cittadini di Christchurch hanno bisogno di sapere la verità". Così titolava il New Zealand Herald il 16 giugno 2011.

Due giorni prima, la città più popolosa dell’Isola del Sud era stata colpita dal terzo terremoto di magnitudo superiore a 6 nel giro di dieci mesi; quella del 22 febbraio, ipocentro ad appena 4 km di profondità, aveva provocato 181 morti, migliaia di sfollati e danni incalcolabili agli edifici. La cattedrale del Santissimo Sacramento, il cui architetto fu definito da George Bernard Shaw il Brunelleschi neozelandese, era stata dichiarata inagibile.

La verità che i media invocavano era piuttosto semplice: il tranquillo angolo di nuova Inghilterra in cui Christchurch era stata fondata a metà ‘800 in realtà non era affatto tranquillo. E le fragilità più inaspettate, si sa, esplodono in traumi dolorosissimi.

Il fatto che nella regione non fossero stati storicamente registrati eventi sismici di rilievo aveva solo nascosto la natura estremamente critica di quel pezzo di Nuova Zelanda. In seguito agli eventi del 2010-11, i geologi hanno individuato qualcosa come 100 faglie, tutte potenzialmente distruttive, in un raggio di 20 km da Christchurch. L’energia accumulata nelle rocce per millenni è destinata a liberarsi progressivamente: gli abitanti Christchurch potrebbero dover convivere con i terremoti molto a lungo.

Lo scorso 14 novembre una nuova scossa, magnitudo 7.8, ha colpito l’Isola del Sud. Nonostante l’intensità del terremoto, i danni a Christchurch sono stati pochi. Il piano di recupero adottato dopo il 2011 ha reso la città più sicura e gli abitanti più sereni. Quasi nessuno ha sentito il bisogno di comunicare attraverso i social la propria incolumità. Keagan Girdlestone, 19 anni, sì. “Ai miei amici in giro per il mondo: sto bene, non preoccupatevi quando leggerete le notizie provenienti dalla Nuova Zelanda”, ha scritto Keagan su Facebook. “Non vorrei che qualcuno pensasse di nuovo al peggio”.

Come dargli torto. Pochi mesi prima, le agenzie di mezzo mondo avevano battuto la notizia della sua morte in seguito a una tragica caduta durante una corsa in bicicletta. Era il 5 giugno 2016. 

 



Caro Keagan,
siamo i tuoi giovani compagni di avventura, quelli che vestono i fantastici colori del gruppo ciclistico “Fausto Coppi” di Cesenatico. Domenica scorsa le nostre ruote giravano serenamente per le strade di Rimini quando il destino ti ha procurato quel terribile incidente. Ci siamo molto rattristati quando abbiamo appreso dell’enorme sofferenza che stai affrontando. Per questo motivo ci teniamo ad augurarti un recupero immediato, per continuare insieme questa straordinaria lezione di vita che lo sport è per noi. Speriamo di vederti presto in bicicletta a seguire il tuo sogno e i tuoi obiettivi. Auguri, Keagan. Ti rivogliamo con noi il più presto possibile! 

 

Lunotto posteriore di un’automobile. Sangue caldo che scorre a fiotti dalla gola verso il petto. Voci di spettatori che urlano. Piano. Respira. Calma. Poi, il silenzio.

Questo è quanto Keagan ricorda del pomeriggio del 5 giugno. Stava correndo una gara internazionale Elite Under 23. La Coppa della Pace, una competizione vinta in passato da corridori come Vasil Kiryienka e Ben Swift. Poco prima dell’incidente, in un tratto in discesa nei pressi di Sant’Ermete, Keagan era caduto. Risalito in bici, si era fermato a bordo strada per sistemare una ruota e il GPS. Si sentiva stordito, quando finisci per terra a certe velocità è sempre un po’ così. 

Quaranta secondi dopo Keagan era incastrato tra i vetri del lunotto della sua ammiraglia. Un pezzo del cristallo gli era entrato nella gola, tranciandogli carotide e giugulare.

Emiliano Gamberini, il medico della corsa, si era trovato davanti una maschera scarlatta, Girdlestone era quasi esangue. Mentre sul web si diffondeva la notizia del decesso del corridore e la gara veniva ufficialmente sospesa, Gamberini aveva tamponato l’emorragia e preso una decisione rischiosa: niente elisoccorso - la prassi in casi come quello - ma ambulanza fino all’ospedale di Rimini. Se tutto fosse filato liscio e il traffico l’avesse permesso, in quel modo si sarebbero potuti recuperare 5-10 minuti decisivi per salvare la vita al ciclista.

Intanto il personale del reparto di rianimazione dell’ospedale Infermi di Rimini, messo al corrente dell’imminente arrivo di un paziente “in fin di vita con ferita penetrante alla gola”, si era attivato preparando la sala operatoria e provvedendo all’approvvigionamento di sangue di tipo zero negativo: non conoscendo il gruppo sanguigno del paziente, servivano donatori universali.

Alle 17.10, appena mezz’ora dopo che il 118 aveva ricevuto la richiesta di soccorso, Keagan era sotto i ferri. Era in coma e con la pressione sanguigna a 40. All’ospedale erano cominciate a giungere diverse telefonate: chiedevano l’ora esatta del decesso da comunicare alla stampa.

 



Wayne Girdlestone, il padre di Keagan, è nato e cresciuto a Pretoria (lo stesso Keagan ha come primo passaporto il sudafricano), ma dal 2004 gestisce il Virtual Training Center a Christchurch. È un allenatore di ciclismo, fornisce servizi di personal training e performance testing sia a professionisti che amatori. Il pomeriggio del 5 giugno – l’alba del 6 in Nuova Zelanda – non stava seguendo la corsa del figlio.

“Ho ricevuto una telefonata, mi dissero che c’era stato un incidente serio. Il peggio è stato quanto sono andato sui social e ho cominciato a leggere tutti quei tweet. ’RIP Keagan’, dicevano. Ma a me avevano giurato che era ancora vivo”. Intorno alle 22 italiane, a intervento concluso, un post Facebook di Wayne annunciava che il figlio era in condizioni critiche ma stabili. Chiedeva di pregare per lui e faceva sapere che i media si erano sbagliati a darlo per morto: “Keagan è un combattente”.

Il giorno dopo l’incidente Wayne e Deseré (la madre di Keagan, agente immobiliare) presero un aereo per l'Italia. Ad attenderli a Rimini c’era il dottor De Nardi che, ancor prima di lasciargli vedere Keagan, li mise al corrente: “Ieri avevamo dato a vostro figlio lo 0% di probabilità di sopravvivere”.

Tre giorni dopo, Keagan era uscito dal coma. Aveva riaperto gli occhi tra i Bravo! dei dottori. Nessuno aveva idea delle conseguenze che i ripetuti ictus sofferti prima e durante l’operazione potessero aver provocato sulla funzionalità del suo organismo, ma il solo fatto che fosse vivo appariva incredibile.

“Un taglio così netto e profondo non l’avevamo mai visto prima”, ricordano i medici. “Stando ai casi passati paragonabili al suo, Keagan sarebbe dovuto morire nel giro di due, massimo tre minuti”. All’ospedale di Rimini sono convinti che il caso del ciclista sudafricano finirà presto su qualche rivista scientifica di rilievo. 

 



Ciao Keagan,
sono Michele Leone, il chirurgo che ti ha operato. In tutti questi anni non avevo mai visto nulla di simile. Abbiamo fermato l’emorragia e ricostruito i vasi sanguigni del tuo collo. All’inizio il nostro timore era di non riuscire a finire il lavoro; dopo, eravamo preoccupati dei danni che avevi subito. Confidavamo nella tua gioventù, nel tuo desiderio di combattere e nelle capacità di tutti quelli che hanno collaborato prima, durante e dopo l’operazione. Sto seguendo i tuoi progressi attraverso Facebook e voglio usare questa nota per farti sapere che è una gioia immensa e una grande soddisfazione vederti migliorare. Spero che tu passa riprenderti del tutto, e magari tornare su una bici... Permettimi di mandarti un grande abbraccio. Michele.

 

Dopo dodici giorni in terapia intensiva a Rimini, a tre settimane dall’incidente, Keagan viene trasferito presso il dipartimento di neuroscienza dell’ospedale San Giorgio di Ferrara, dove inizia un complesso percorso di riabilitazione nervosa e muscolare.

Un terzo del lobo destro del suo cervello è stato danneggiato dalla mancanza di ossigeno nei minuti successivi all’incidente, con conseguente indebolimento e perdita di coordinazione della parte sinistra del corpo. Anche il braccio destro è parzialmente paralizzato per la rottura del plesso brachiale, un fascio di nervi che si trova vicino alla clavicola. Inoltre, il peso corporeo di Keagan è sceso da 67 a 50 kg: i dottori dicono al ragazzo che probabilmente non potrà tornare a camminare autonomamente.

La promessa del ciclismo che in pochi mesi aveva vinto la prima cui aveva preso parte in Europa, era arrivato 4° nella crono ai mondiali juniores ed era stato messo sotto contratto da una squadra WorldTour (la Dimension Data), adesso non riusciva a rimanere seduto per più di cinque secondi, o a bere senza schizzarsi. Il 2 luglio, bloccato nel suo letto d’ospedale, Keegan piangeva guardando in tv Mark Cavendish vincere la prima tappa del Tour de France.

 



Hey Keagan, sono Chris. Volevo solo mandarti un breve messaggio per dirti che sono scioccato dopo aver visto quello che ti è successo. Ci hai spaventati un bel po’, sappilo. Adesso riprenditi, e ci vediamo sulla strada presto, nel gruppo di cui fai parte. Auguri, bello! (Chris Froome)

 

Qualche mese e un prodigioso recupero dopo, Keagan racconta di sentirsi molto meglio: “Sono molto più forte di quando ho lasciato l’Italia. Mi sto impegnando al massimo nella riabilitazione, voglio fare il possibile per tornare com’ero prima che succedesse tutto questo. Certo, in alcune cose mi sento ancora molto debole...”

Le possibilità di recupero completo per Keagan sono legate al miglioramento dell’avanbraccio destro, i cui movimenti sono ancora molto limitati. Se i nervi danneggiati non ricresceranno entro pochi mesi, potrebbe essere necessario un nuovo intervento chirurgico. Solo tra tre anni sarà possibile avere un quadro definitivo sulle abilità che Keagan sarà in grado o meno di riacquisire.

Alzarsi dal letto, lavarsi i capelli e vestirsi sono ancora piccole imprese per Keagan, che dalla fine dell’estate scorsa è tornato a casa, a Christchurch, dove gli studenti del suo ex-liceo l’hanno accolto con una memorabile haka.

 



“Ma io amo ancora l’Italia”, ci tiene a precisare Keagan. “Vorrei tornare a Rimini un giorno, magari senza bici (ride), a godermi la spiaggia e le persone. È stato pazzesco il supporto che ho ricevuto, dentro e fuori il ciclismo. Faccio fatica a credere che ancora oggi, molto tempo dopo l’incidente, ci siano così tante persone che chiedono di me e mi incitano”.

Il primo post pubblicato sul suo blog personale, un mese e mezzo prima dell'incidente, Keagan l’aveva dedicato alla sua vita italiana. Si intitola “Moving to Italy” ed è una pagina di diario colorata, piena di speranza, ben scritta. Potrebbe non avere un seguito, però: “Non so quando riuscirò ad aggiornare il mio blog. Sono preso da molte cose in questo momento (ha da poco aperto anche un canale YouTube, nda), e sto lentamente cominciando a lavorare a un libro”.

Nella biografia di Keagan ci sarà certamente spazio per la notte in cui - come dice lui - aveva deciso di accettare la morte. “Era una delle prime notti a Rimini, dopo essermi svegliato dal coma. Avevo le allucinazioni. Mi sembrava di sanguinare dallo stomaco, ero convinto che gli infermieri volessero farmi del male. Pensavo che sarei morto, quella notte, e avevo accettato che fosse così. Ma il mattino seguente mi svegliai. C’era mia madre a tenermi la mano”.

Nonostante i medici non vogliano sentire parlare di miracoli e attribuiscano i meriti più grandi della sopravvivenza di Keagan all’impeccabile lavoro di squadra del personale ospedaliero, la lunga serie di cose andate nel verso giusto che ha permesso a Keagan di restare al di qua del confine con la morte, non lo lascia indifferente: “Sono morto fortunato ad essere ancora qui. Io credo in Dio, e credo ci sia una ragione a tutto questo. Sono stato salvato per un motivo, anche se ancora devo capire bene quale.”

Chissà se il progetto un po’ folle di tornare in bicicletta rientri in questo disegno più grande. “Anche se a questo punto non credo riuscirò mai a correre il Tour de France come avevo sempre sognato, voglio provare a tornare ai miei livelli. È diventato questo il mio sogno, ora”. 

 



All’inizio il punto non è stato tanto ricominciare a pedalare, quanto riuscire a mantenere la posizione sul sellino, rendere il busto capace di star su da solo e per un tempo prolungato. Poi sono arrivate le prime pedalate e un po’ di fiducia.

Il 7 novembre, a cinque mesi dall’incidente, Keagan è tornato a uscire in bicicletta. Una coffee shop ride, mezz’ora di sforzo leggero sulle strade di Chistchurch. C’era vento forte, quel giorno, e Keagan si è sorpreso di essere riuscito a mantenere il manubrio fermo. “Di cosa sapeva il caffè, alla fine? Di miglioramento! Un po’ anche di chicchi di caffè, ma soprattutto di miglioramento”, ha scritto su Facebook. “Non potevo credere che fosse successo per davvero. Mi sentivo sulla luna”.

Nel video che racconta la storica uscita, Keagan si rivolge alla sua bici: “I missed you baby”. Ha la voce metallica, anche una corda vocale gli è stata danneggiata dal vetro. “Sì, sembro un po’ Batman”, scherza. “Un mio provino per X-Factor è improbabile ora come ora”. Sul collo due cicatrici perpendicolari, rosse e profonde.

Dopo quel primo tentativo, Keagan ha preso a uscire in bicicletta quasi tutti i giorni, “perché la bicicletta è libertà assoluta”. Si diverte a mostrare i video dei suoi progressi a chi gli aveva pronosticato un futuro senza pedali. “Le loro facce mentre mi vedono pedalare dicono tutto. Voglio diventare l'incubo dei miei dottori”, sorride.

 



Nonostante la soddisfazione per gli impronosticabili progressi del figlio, Wayne Girdlestone non nasconde un pizzico di frustrazione. In un’intervista rilasciata a CyclingTips, ha detto di essere molto inquieto, di chiedersi continuamente il perché di questa storia: “Quando penso a cosa Keagan era in grado di fare solo pochi mesi fa, fatico ad accettare la situazione attuale. Alleno da molti anni, e posso dire con certezza che Keagan era nato per fare il ciclista. Le sue qualità fisiche e mentali non erano seconde a nessuno”.

La riluttanza di Wayne non è apprezzata da tutti in famiglia, e nemmeno tra gli amici e i medici. Papà Girdlestlone però insiste nel suo incoraggiamento convinto, quasi rabbioso: “Ho detto dal primo giorno che non accetterò nulla di diverso da un recupero completo, il che significa tornare ad essere competitivi ai più alti livelli dello sport. Però se alla fine lui deciderà di non voler correre più, pazienza. È mio figlio, gli vorrò sempre bene. Il punto è che deve avere la possibilità di decidere, di scegliere se rincominciare oppure no”.

L’approccio di Keagan appare più cauto, nonostante i 19 anni. È saggio nel valutare realisticamente le sue chance di tornare in Europa, un giorno, da atleta. “Sono giovane, quindi il professionismo è ancora una possibilità, seppure remota. Avevo una piccola possibilità di sopravvivere, e ci ho creduto, quindi perché non credere anche a quella di tornare a correre forte in bicicletta?”

Il futuro dirà. Per ora, Keagan è felice della sua nuova dimensione. “Vorrei essere un simbolo di speranza. Mi piace pensare che in qualche modo la mia esperienza possa toccare le vite delle persone che hanno bisogno di incoraggiamento ed ispirazione”.

Sull’avambraccio sinistro si è tatuato una croce con su appeso un caschetto, la scritta Rimini e la data dell’incidente: 5.6.16. “Il vecchio me è morto su quella strada italiana”, dice.

In tutto questo appare ancora misterioso, a tratti inspiegabile, il fatto che il nuovo Keagan sia, nonostante tutto, più positivo e ottimista del vecchio. “La felicità è l’atteggiamento migliore per affrontare la vita. C’è già troppa negatività nel mondo per arrabbiarci per gli ostacoli che ci capitano sulla nostra strada. La vita non è facile, alcune cose sono complicate, ma se rimani negativo l’unica cosa che raggiungerai sarà il fallimento. Se vuoi affrontare le difficoltà, devi convincerti di poterle superare”. 

 



Il sisma del 14 novembre ha provocato un innalzamento di due metri del fondale marino al largo di Lyttelton, il porticciolo usato da Robert Falcon Scott come punto di partenza per la sue spedizioni verso l’Antartide. In una delle piazze centrali di Christchurch c’è una statua dedicata all’esploratore scolpita da Kathleen Scott, sua moglie. Negli ultimi anni, la città è cresciuta molto, grazie soprattutto al flusso turistico generato dall’International Antartic Centre, una grandiosa esposizione curata da scienziati neozelandesi, americani ed italiani.

Christchurch è sempre stato un posto di confine. Da qualche tempo sulle strade intorno alla città è tornato ad aggirarsi anche il ciclista che era morto, e che invece ora è più vivo che mai.

 



Questo articolo non sarebbe stato possibile senza la disponibilità di Deseré Girdlestone, la mamma di Keagan, con la quale ci siamo scambiati più di una mail. Le sue, sotto la firma, contengono un messaggio: “Per favore ricordati dell’ambiente prima di stampare questa email”. Anche le mail di Keagan contengono un messaggio, in calce: “La vita è bella, goditela!”. Su Givealittle è ancora attiva una raccolta fondi per sostenere la riabilitazione di Keagan, alla fine di novembre erano stati raccolti oltre 28mila euro. 

Contrariamente a quanto ci ha detto nell'intervista, Keagan è tornato a scrivere sul suo blog l'otto dicembre del 2016. Il post si intitola "La fatica della riabilitazione", e a un certo punto Keagan dice così: <Non comportatevi in modo diverso con me. Sono lo stesso idiota di sempre>.

 

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