Malo is back

Il Tour de San Luis è una piccola corsa a tappe sulle montagne argentine: una settimana, niente di che, un punto di inizio per preparare la stagione. L'edizione 2016 segue il copione abituale: tappe interamente dedicate alle ruote veloci, le prime salite come terreno di caccia per scalatori sudamericani, poi spazio per gli attacchi. È alla vigilia di uno di questi, nel finale della quinta tappa, che le lande vengono svegliate da un enorme frastuono di biciclette accartocciate e sirene spiegate. A terra, steso, sull’asfalto caldo, c'è un corridore in maglia Movistar. Respira ma non si muove, tanto che dopo una corsa in ospedale degna di una cronometro decisiva, i medici non hanno altra scelta che forzarlo al coma. Durerà settantadue ore.

Al suo risveglio, Adriano Malori è lucido, parla, fa gli auguri di compleanno alla sua ragazza, ma di ciò che è successo ancora non comprende nulla: l'unica cosa di cui si rende conto è che la parte destra del suo corpo è sostanzialmente paralizzata. Comincia una sfida nuova per lui, che è già abituato a correre da solo, contro l'avversario più sfuggente che esista: il tempo.
 

Da San Luis si sposta a Pamplona, dove i medici della Movistar ne seguono la lenta riabilitazione. Adriano però non ne vuole sapere di tempi di recupero, non sopporta la totale dipendenza da amici e parenti, vuole prima di tutto tornare autonomo. Ci prova ogni giorno, sino ad alzarsi da solo per andare in bagno e poi finire per terra come un sacco di patate gettato sul tetro cassone di un camion. Il pianto fa da sottofondo alle sue giornate, sottofondo obbligato per un uomo che, dopo essersi trovando a soli nove secondi dal titolo di campione del mondo, si ritrova senza troppe speranze su di una sedia a rotelle.

Un giorno però nella sua camera si presenta un volto noto, un uomo piuttosto alto, dai capelli brizzolati e dallo sguardo sicuro: “Vieni Adriano, andiamo a mangiarci qualcosa”. Davanti a quel piatto di Paella, Malori intuisce quanta strada ancora gli resti da percorrere: “Adriano - inizia con tono quasi profetico un invecchiato Eusebio Unzué - tu eri nel punto più importante della tua carriera, ma ora il destino ti ha messo davanti un ostacolo che ti sembra insormontabile. Sta a te metterci due palle così”. Tanto basta per risollevare Adriano. Sospinto dall’umida brezza dell’inverno navarrino, si convince a mettere da parte il destino.

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“Dottore, potrò mai tornare a correre?”. La domanda, il sogno, Adriano la pone con leggerezza durante la quotidiana visita ortopedica. “Guarda, ho visto tanti ragazzi nella tua stessa situazione. Se sarai fortunato, la bici la riprenderai per andare la domenica dal fornaio”. Malori si incendia di rabbia, vorrebbe urlare, ma il medico lo ferma subito. “Facciamo così. Se mai tornerai a correre e a vincere ti offrirò una cena”.

Adriano ritorna in sella spinto da un'irrefrenabile voglia di reagire, riprende a cavalcare il mostro dalle mille facce che, dopo avergli regalato i momenti più belli della vita, lo aveva scaraventato in un letto di ospedale. Sale sui rulli e, con poca eleganza, riesce a fare qualche pedalata. Ripensa alla maglia rosa, ai mondiali, al Tour e a volte anche solo al soave fruscio dei pignoni. “Tornerà mai tutto questo?” “No, Adriano, forse è meglio trovarsi un lavoro”. Eppure la speranza è una fiammella che non si spegne, si ravviva veemente con una mezz'ora di test ad aprile, nel magazzino della squadra.

Una dozzina di giorni e Malori è di nuovo in strada a pedalare, una nuova prima volta in bicicletta. Riabilitazione al mattino, cinque o sei ore in sella al pomeriggio. Va così fino a maggio, quando i medici spagnoli gli danno l'agognato ok. Si può tornare a casa, ad allenarsi più forte che mai, a coltivare nuove speranze. Le stesse che nutre il CT Davide Cassani, che dal Giro d’Italia lancia il suo abbraccio di bentornato al giovane campione.

 

 

Un giorno, tornando verso casa dopo un paio di ore di allenamento, Adriano prova a cambiare e non ci riesce, la mano destra non si muove, addormentata completamente. Qualcosa non va, il destino non ha ancora esaurito la sua scorta di scherzi. Adriano se ne rende conto con la stessa velocità con cui prenota un nuovo biglietto per Pamplona. Altre visite, un nuovo baratro all’orizzonte: quando tutto sembrava finalmente tornato alla normalità, riecco gli incubi del passato. Questa volta però sono destinati a durare poco: due settimane di giorni di esercizi specifici e i medici lo rimettono in carreggiata, come se nulla fosse.

Adriano torna a pedalare con continuità, si interrompe solo per un matrimonio, in gran segreto, con Elisa, la sua ragazza, che tanto gli era stata vicina nei mesi precedenti. Riscopre il sorriso. Adesso è davvero tornato in sé, niente e nessuno lo potrà fermare. Nemmeno le placche in titanio che ha nella parte destra del viso, conseguenza delle fratture invernali: "Il titanio è più leggero dell'osso, andrò più forte in salita", promette.

Oggi Adriano Malori tornerà ad attaccarsi il numero sulla schiena. Dice che vorrebbe tatuarselo, quel dorsale, e non vede l'ora di dirlo al mondo, di raccontare la sua storia come esempio per tutti coloro che lottano nella speranza di un ritorno alla normalità. Una specie di favola: è così che appare la storia di Adriano Malori, ex-promettente cronoman italiano. Il destino sembrava avergli stroncato la carriera al suo apice, ma lui si è opposto con tutto se stesso, mettendoci la stessa grinta che, nel giorno dell’annuncio del rientro, gli si leggeva chiarissima sulle labbra tremanti per l’emozione. Era commosso, in parte dispiaciuto per le occasioni perse in questi otto mesi. Ora nessuno sa davvero come Adriano potrà tornare in gruppo, in quale condizione e con quali obiettivi. Ma l’unica cosa che conta oggi è la sua presenza. E chissà poi che un giorno l’ortopedico di Pamplona non possa ricredersi e pagare finalmente la sua cena, vedendo Adriano tornare a regalarsi un numero dei suoi.

 

 

A cura di Filippo Pelacci.

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