Tutto il cuore di Michael

Come tutti gli appassionati di ciclismo, Michael Goolaerts amava la Parigi-Roubaix. Negli ultimi giorni aveva pubblicato sul suo profilo Instagram due foto del suo personalissimo conto alla rovescia. La prima lo ritraeva in sella alla sua bicicletta, durante la ricognizione del percorso; la seconda seduto su una scala metallica mentre si sistema uno scarpino e guarda alla sua sinistra, concentrato.
“-1”, c’era scritto nella didascalia.

Non aveva ancora 24 anni. Viveva la fase più eccitante di una carriera sportiva, e probabilmente, di tutta l’esistenza: quella in cui le aspirazioni si trasformano in percorsi, i sogni in prime volte. La sua aspirazione era di vivere facendo il ciclista. In un’intervista due anni fa aveva detto: "Non sono una bestia da allenamento, ma pedalare tutti i giorni mi diverte". 

Nel 2017, dopo alcuni mesi da stagista con la Lotto-Soudal, era passato professionista con la Veranda’s Willems, la squadra belga con cui correva anche quest’anno. Si era presentato al mondo al Giro delle Fiandre del 2017, quello dell'epica cavalcata di Philippe Gilbert, e con una presentazione niente male: partito in fuga da Anversa al chilometro zero, era rimasto allo scoperto per quasi 200 chilometri. Una faticaccia, eppure il suo commento il giorno successivo era stato eloquente: "200 chilometri all'attacco nelle Fiandre più belle. Pelle d'oca per tutto il giorno! Giornata indimenticabile!".

In vista della stagione 2018 la sua Veranda’s Willems - essendo la squadra di Wout Van Aert, pluricampione del mondo di ciclocross e astro nascente delle prove su strada - era stata invitata a tutte le grandi classiche di primavera: per uno come Goolaerts, cresciuto a Heist-op-den-Berg, nel cuore delle Fiandre, tutto ciò significava poter disputare molte delle sue corse preferite, alcune di esse per la prima volta.

Il suo 2018 era sbocciato così tra Kuurne-Bruxelles-Kuurne (20°), Dwars door West-Vlaanderen (9°) e La Panne (ancora 20°). Il 1° aprile era partito per il suo secondo Giro delle Fiandre, ed aveva pensato bene di seguire il copione dell’anno precedente. Perché Goolaerts amava andare in fuga, seguire quell'istinto tutto fiammingo di pedalare col vento e il mondo in faccia, ché a guardare solo la schiena degli avversari non ci si diverte poi tanto. Così si era inserito di nuovo tra gli attaccanti del mattino, anche se questa volta era stato respinto già prima del Muur: crisi di fame e conseguente ritiro. "Ho fatto un errore da principiante", aveva scritto. "Nei primi 60 chilometri ho mangiato troppo poco".

Ieri era partito per la prima Parigi-Roubaix della sua carriera da professionista: una corsa fatta di grandi sforzi solitari, particolarmente adatta per uno che aveva iniziato col calcio, per imitare il fratello maggiore, ma poi era passato alla bicicletta "per poter essere più indipendente nelle scelte". Allora eccolo in fuga anche alla Roubaix.

In tanti all'attacco, e Michael a dare cambi regolari e a sobbalzare su un pavé che conosceva bene sin dall'infanzia. Conosceva un po’ meno il suo cuore, a quanto pare, che uno scossone dopo l'altro ha finito per sbilanciarsi e trascinare tutto per terra. La fuga va, Michael Goolaerts resta lì, nel settore di Biastre, tra le pietre e un costone stradale.

I medici non sanno ancora specificare se l’arresto cardiaco che l’ha colpito sia stato provocato da un impatto col suolo o se invece sia stato l’infarto a farlo cadere di bicicletta. Forse nessuno lo saprà mai, d’altra parte è un accertamento che non cambierà la triste sostanza di un altro corridore morto mentre pedalava. 

Per tutto il pomeriggio di ieri abbiamo sperato di ricevere aggiornamenti confortanti sulle condizioni di Michael. Il silenzio della squadra e dei medici ci ha lasciato nel dubbio che la gara sarebbe potuta presto risultare irrilevante, tuttavia alla fine abbiamo deciso di scrivere della Roubaix vinta da Sagan come avremmo fatto in una circostanza “normale”. Abbiamo escluso ogni riferimento all’incidente di Goolaerts dal pezzo di commento alla corsa, innanzitutto per via delle informazioni ancora frammentarie a nostra disposizione, e poi per una specie di infantile rifiuto del fatto che l’eventualità peggiore potesse realizzarsi. 

A noi piacerebbe sempre e solo parlare di ciclismo, e quella di ieri è stata una grande giornata di ciclismo; vorremmo che un incidente come quello di Goolaerts non entrasse mai nei nostri resoconti. Nel tardo pomeriggio di ieri ci sembrava che l’unica cosa sensata da fare fosse scrivere di quanto di bello avevamo visto in tv, nella speranza di poter presto dire anche di Micheal Goolaerts, certo, ma solo per raccontare uno degli attacchi da lontano che amava.

Invece le notizie giunte da Lilla in tarda serata ci hanno messi di fronte alla realtà, rendendo inadeguato il nostro pezzo post-gara e superfluo ogni commento che non fosse un pensiero di ricordo per ragazzo di 23 anni che non c’è più. 

Tutto quello che possiamo fare oggi è dedicare a Goolaerts spazio e qualche parola, per quello che contano.
Quelle che seguono sono due piccole riflessioni su questa orribile vicenda.



Il conto salato del ciclismo
di Leonardo Piccione

Scrivo di ciclismo da pochi anni, essenzialmente perché a un certo punto sono stato rapito dal fascino di una disciplina che contiene in sé gli elementi della competizione sportiva ai massimi livelli e insieme quelli della grande narrativa.

Quando mi chiedono il motivo del mio interesse per il ciclismo, rispondo spesso che ha a che fare col fatto che scrivere di ciclismo mi consente di “parlare d’altro”: della geografia dei luoghi attraverso cui le corse passano, e della loro storia; del senso dello spingersi ai limiti, delle questioni etiche e letterarie che sottende; delle biografie dei protagonisti, i corridori ma anche gli spettatori, così tanti e così diversi. 

Mi è parso chiaro fin da subito che il ciclismo possiede la non comune capacità di fondere in un filo narrativo unico tutta una serie di questioni che hanno a che fare da vicino con le esistenze non solo di chi corre, ma anche di chi guarda. Tutti gli sport hanno il potere di trascendere la vicenda giocosa che li costituisce, a dire il vero, ma nel ciclismo esso è come amplificato, e credo sia questo il motivo fondamentale del fascino particolare che esercita su di me e su milioni di appassionati nel mondo. 

Tuttavia questa onnicomprensività di temi presenta periodicamente un conto salato. Poter parlare di tutto significa dover parlare a volte anche di questioni tremendamente grandi e serie; di cose che non ci piacciono, o di cui abbiamo paura, o che semplicemente non conosciamo.

Io non mi sento affatto in grado di parlare di morte, anche se comprendo benissimo che la sua presenza latente sia connaturata a un’attività pericolosa qual è l’andare in bicicletta. Di più: credo che l’elemento del rischio sia in qualche modo parte integrante di quel fascino cui accennavo prima. Gli appassionati di ciclismo sanno di essere appassionati di un gioco giocato costantemente ai limiti, ma non per questo quando il baratro gli si spalanca davanti appare loro meno profondo e stordente.

Michael Goolaerts era un appassionato di ciclismo. Forse anche lui era attratto dal fascino dei limiti, o forse invece gli piaceva pedalare e basta, sarebbe stato bello poterglielo chiedere. Nei prossimi giorni arriveranno probabilmente le risposte ad alcuni perché, si discuterà della evitabilità della tragedia, dei modi con cui impedire che altre ne accadano in futuro. È giusto e necessario. Ci interrogheremo altre volte sui limiti, e sul loro senso. 

In questo momento però la sola cosa che si può fare è ricordare con tutto l’affetto possibile un atleta che, come tutti i protagonisti dei racconti che il ciclismo ispira, era un ragazzo con i suoi sentimenti, le sue fragilità e le sue passioni.

Qualcuno sostiene che morire mentre si fa qualcosa che si ama sia una specie di consolazione, ma non è vero. Quello che si ama si vorrebbe continuare a farlo per sempre, e oggi è semplicemente e profondamente doloroso sapere che invece Michael Goolaerts, ciclista e appassionato di ciclismo, non potrà mai più.

 



Il dovere di un ricordo
di Filippo Cauz

L'ultima foto caricata su Twitter da Michael Goolaerts lo ritrae tutto solo in bici negli ultimi metri del Muur di Geraardsbergen. Sono i metri più letali, dove la strada già comincia a spianare ma la gravità è un gancio che tira indietro, verso la piazza del paese.

C'è un'altra forza però che spinge il corridore verso la Cappella, immortalato in un lieve ondeggiare, conseguente della fatica e della crisi di fame che lo sta aggredendo: è la muraglia di folla che lo affianca, da entrambi i lati, stringendolo idealmente in un abbraccio fatto di rumore, birra, fumogeni e bandiere, l'incredibile fortuna che può capitare soltanto a un fiammingo in fuga al Giro delle Fiandre. Michael ha accompagnato la foto con un commento più che mai sintetico: "that crowd", e poi l'emoticon di due mani che applaudono.

Non so se sia stata quella l'ultima volta che Goolaerts ha pedalato sul Muur, terreno abituale dei suoi allenamenti. Di certo non ci passerà mai più, perchè nel settore di Biastre, dopo un centinaio di chilometri di Roubaix, non è terminata soltanto la sua carriera, ma anche la sua vita.

È fuggito dalla testa, dalla fuga, da dove amava stare. Tre classiche monumento disputate in carriera, tre fughe dal mattino. Due al Fiandre, l'ultima verso Roubaix. Una caduta di cui sappiamo fin troppo poco, un cuore schiacciato di colpo tra la fatica e la grandezza di questa storia. Lui rimane sdraiato a bordo strada e irrompe nei pranzi domenicali, nelle visioni prospettiche di chi sta contando i ciottoli verso il velodromo di Roubaix.

Passa laterale rispetto alle immagini, come uno dei tanti che in questa corsa-circo assaggiano l'asfalto, la dura pietra, il fango e l'erba rinsecchita. Solo che i tanti si rialzano, Michael Goolaerts ci dicono che no, ancora non è in piedi. Bisogna attendere le undici di sera, quasi sei ore dopo l'arrivo al velodromo, per apprendere che Michael non si è più rialzato. Al velodromo ci è arrivato un suo compagno di fuga, Silvan Dillier, e magari con la giusta alimentazione pure lui non sarebbe finito lontano. Invece la sua prima Roubaix è stata un altro genere di traguardo, un traguardo finale.

Per chi il ciclismo si trova semplicemente a osservarlo da lontano, a raccontarlo mediato, sempre più mediato da una foresta di canali informativi più o meno diretti, contorti dall'affidamento a traduttori incerti, questa è una situazione da spalle al muro. Non ti aspetti mai la tragedia, rifuggi al pensiero stesso della morte in diretta, ancor più se di un ragazzo così giovane.

Ci si può perdere nel pensare ai propri 23 anni, al mondo di allora, o ad altri pomeriggi ugualmente dolorosi, alle traiettorie di Fabio Casartelli e Wouter Weylandt, alle ruote armate sotto i cui colpi sono caduti Antoine Demoitié, Michele Scarponi o Mike Hall. O a quando a tradire è proprio l'organo che rende il ciclismo possibile, il cuore, lo stesso che si portò via Daan Myngheer, che di Goolaerts era stato persino compagno di squadra per qualche mese.

Si prova la mancanza di una persona mai conosciuta, se non in maniera mediata. Talvolta nemmeno quello, come il caso di Goolaerts, "soltanto" uno di quegli splendidi fuggitivi che scuotevano le corse del Nord, che pedalavano col cuore proprio nel cuore del ciclismo, in quel triangolone racchiuso tra Lille, Anversa e Liegi.

Ci si affida alle sue pedalate, e a quel sentimento un po' da voyeur che porta a ricostruirne la traiettoria per pezzi, un'intervista, i social network, i ricordi soprattutto di chi gli era vicino davvero, senza filtri virtuali. È lo strano processo di avvicinarsi a qualcuno che si è allontanato per sempre, come pedalare sul Muur, quando vuoi raggiungere la Cappella a tutti i costi, ma la gravità ti trascina di nuovo verso Geraardsbergen.

Wout Van Aert, uno che con Goolaerts correva tutti i giorni, da sempre come compagno o rivale, lo ha ricordato così: «Non riesco ancora a rendermi conto che questa storia sia finita. Il tuo eterno sorriso mi ispirerà sempre. Riposa dolcemente».

Il sorriso di Michael Goolaerts noi invece non l'abbiamo mai conosciuto, forse ci sarebbe capitato presto, al termine di un'altra bella e lunga fuga, perchè il ciclismo dà sempre qualcosa indietro a chi pedala col cuore, ed oggi ci obbliga a dare qualcosa a chi proprio dal cuore è stato tradito. Il dovere di un ricordo, di rendere in qualche modo diretta anche questa lontana ispirazione.

Rust zacht maat, Michael.



 

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