Nella foresta è meglio

Ragioni e prospettive della scelta di Peter Sagan, che in Brasile correrà la prova di mountain bike.

È giugno, mi sveglio di prima mattina e il primo nome che leggo sul display del cellulare è Peter Sagan: la giornata andrà nel verso giusto. Corro a mettere gli occhiali e leggo curioso. Peter Sagan, con schiettezza d'altri tempi, affronta gli organizzatori di Rio: "Voi mettete giù un percorso che mi taglia fuori dalla corsa all'oro? Bene, io provo a ritagliarmi una mia medaglia personale".

Certo, Sagan ha inforcato la mountain bike ai suoi esordi, ma alzi la mano chi si aspettava un così improvviso ritorno. Di sicuro non mio padre, appassionato occasionale di ciclismo, ma grande fan dello slovacco. Appena realizzo appieno la notizia, lo chiamo per avvisarlo: "Ma va!", risponde seccato. "Stava semplicemente ironizzando sul percorso troppo duro, adatto a rapporti da mountain bike". "Mmh, non credo", rispondo. "Su certe cose Peter non scherza, mai!". E infatti ho ragione io: la Slovacchia, non una potenza ciclistica di primissimo livello, ha chiesto e ottenuto una speciale wildcard per il campione del mondo di ciclismo su strada, che quindi prenderà il posto del connazionale Martin Haring, adattato a sua volta alla prova in linea.

Per poter comprendere al meglio il character Peter Sagan è opportuno ripercorrere velocemente il suo passato: irrequieto ed indisciplinato, il giovane Peter trascorre le sue giornate in sella, attraversando i boschi della natia Žilina. Corre con qualsiasi cosa gli capiti sotto mano: con indosso la sua t-shirt da tennis, ad esempio, va fortissimo pure su una bici acquistata al supermercato. Soprattutto, Peter vince, e vince con una voracità inaudita per la sua categoria. A tredici anni vorrebbe dedicarsi al downhill, ma papà Lubomir gli fa cambiare idea molto presto. Sarà la grande fortuna del giovane Sagan.

Nel 2007 prende parte ai mondiali su strada ad Aguascalientes, Messico: per una volta non vince (il podio è tutto azzurro, occupato nell’ordine da Ulissi, Ratto e Favilli), ma, pur non conquistando l’oro, Peter attira l’attenzione di Gian Enrico Zanardo, il quale lo segnala immediatamente a Roberto Amadio e Stefano Zanatta, ds della Liquigas. Il giovane fenomeno però non si lascia distrarre dalle voci di mercato e si concentra solo e soltanto sulla bicicletta, in particolar modo sul cross-country. Nel solo 2008 diviene prima campione nazionale, poi europeo e infine, giusto per non farsi mancare nulla, anche campione del mondo Juniores: il futuro è suo.

Il mondo della MTB è però assai poco remunerativo, si sa. Pochissimi i professionisti a tutti gli effetti, piuttosto basse le ricompense. Dopo un anno di sostanziale attesa, sfruttata per i primi corsi di italiano, Peter passa finalmente alla Liquigas, e qui iniziano i problemi. Per i suoi avversari. Peter cambia disciplina ma mantiene un'incredibile voracità nell’arraffare successi in serie. Il resto è storia recente: le maglie verdi, le acrobazie, il titolo iridato.

In tutto questo, tuttavia, Sagan non abbandona del tutto il suo vecchio amore per la MTB, tanto da essere scelto già ai tempi della Cannondale per pubblicizzare la Flash F1 (quella, per capirci, con la mono forcella anteriore). Insieme a lui c'è Marco Aurelio Fontana.

 

I like to be free, and in the forest it's better.

 

Fontana, bronzo a Londra 2012, è ricordato anche come colui che perse il sellino nell’ultimo giro del circuito sulle colline londinesi, riuscendo comunque ad agguantare la prima medaglia azzurra al maschile nella MTB. Il 31enne di Giussano è attualmente sesto nel ranking UCI e tra i favoriti per la prova di Rio: nell'ottobre dello scorso anno ha vinto la preolimpica brasiliana, e anche l’inizio del 2016 ha lanciato segnali positivi al biker italiano, con un paio di successi e un secondo posto  sulla montagnetta di Milano, alle spalle di Nino Schurter. Nel post-gara ha rilasciato questa che, più che una promessa, pare una vera e propria minaccia a tutti i più diretti rivali.

È proprio lo stesso Schurter il principale indiziato per la medaglia d'oro. Il campione svizzero, in maglia iridata, quest'anno non ha fallito nemmeno un evento: sei gare, quattro vittorie, un secondo e un quarto posto; negli ultimi cinque anni si è laureato quattro volte campione del mondo. Una specie di Peter Sagan del cross-country. Il loro passato del resto non è troppo differente: Schurter, argento a Londra 2012, è di quattro anni più vecchio rispetto allo slovacco, ma pure la sua storia parla di una parentesi su strada - sia pure molto breve - nel 2014, miglior risultato un’ottava piazza nella seconda tappa del Tour de Suisse, regolato nella volata dei battuti proprio da Sagan.

Con la loro versatilità e il loro amore per ogni forma di competizione a due ruote, Peter e Nino rappresentano due enciclopedie viventi dell'andare in bicicletta, e chissà che non siano proprio i due campioni del mondo in carica (cross-country e strada) a giocarsi la corsa di Rio. Verosimile? Chissà. Affascinante? Di sicuro. Toccherà controllare contendenti agguerriti come il ceco Jaroslav Kulhavj (campione olimpico in carica ma ancora a secco in questo 2016) e soprattutto il francese Julien Absalon, 36 anni, che invece da gennaio ha vinto tre volte ed è stato già due volte campione olimpico.

Per Sagan è francamente difficile pronosticare anche solo un podio: al di là della concorrenza, il ritorno al cross-country, inizialmente presentato come una breve parentesi di relax post-classiche 2016, non è stato propriamente esaltante. Non che poi, a ben vedere, ci interessi più di tanto quale sarà il risultato finale di Peter alle Olimpiadi. Stiamo parlando di uno che su strada ha vinto tutto nel giro di pochi anni e che decide di andare a caccia della gloria in una prova difficile e non più "sua", senza alcun timore del fallimento. Sagan è uno a cui l'autostima non deve certo insegnarla nessuno (neanche Zlatan Ibrahimović), ma la sostanza non cambia: la sua scelta esalta soprattutto perché dannatamente controcorrente. 

La storia del ciclismo recente è piena di campioni che, una volta affermatisi, hanno compiuto il passaggio inverso rispetto a Peter - cioè dalla MTB alla strada - ma mai viceversa. Prendiamo Kessiakoff, per esempio, pluricampione svedese di MTB e medaglia di bronzo ai Campionati del mondo 2006, ritiratosi nel 2014 dopo aver corso per quattro anni in casa Astana e aver avuto il piacere di ridersela dopo essere sfuggito alla Calibro 22 del Pistolero per soli 17 secondi. Oppure prendiamo Ryder Hesjedal, caso ancora più eclatante: già due volte campione del mondo nel cross-country, dopo un paio di anni di gavetta in squadre minori nel 2006 viene ingaggiato dalla US Postal Service; negli anni successivi ottiene qualche buon piazzamento, poi, nel 2012 l'exploit: l'ex-biker (che ha annunciato il ritiro al termine di questa stagione) vince il Giro d’Italia strappando la maglia rosa nella cronometro conclusiva all'eterno secondo, Joaquim Purito Rodriguez. 

Che dire poi di Cadel Evans, unico iridato in entrambe le discipline, famoso anche per la sua indicibile grinta ("Io, per principio, non mi ritiro. Io, sulla bici, piuttosto ci muoio")? Bicampione del mondo nel cross-country (1998-1999), il ventitreenne Cadel stupisce tutti sin dal suo primo Giro, inizialmente in appoggio a Garzelli, poi come capitano, arrendendosi solo a una crisi di fame nel corso della penultima tappa. Si fa fatica a tenere il passo delle vittorie dell'australiano su strada: nel 2009, a Mendrisio, si laurea campione del mondo; nel 2010 l'incredibile tappa di Montalcino al Giro (con un tempo del genere, chi avrebbe potuto trionfare se non un ex-biker?); soprattutto, nel 2011, il tanto agognato trionfo alla Grande Boucle.

Insomma, è possibile tracciare una sorta di fil rouge che colleghi tutti questi ex-biker lanciatisi su strada: che tu sia un fenomeno (vedi Cadel Evans), un buon corridore (Hesjedal) o un onesto gregario (Kessiakof), il passaggio su strada non può che giovarti. Ed è per questo che Peter stupisce con il suo forse estemporaneo, certamente anticonformistico, desiderio di libertà.

Indro Montanelli non aveva tutti i torti: "Il denaro opera stranamente sulla psicologia di chi lo desidera, rendendo uno stradista rigidamente conservatore chi fino a ieri è stato un biker rivoluzionario". Si riferiva al garibaldino Zanazzi, sorprendentemente in maglia rosa nel Giro 1948 e divenuto improvvisamente attendista e pauroso. Il concetto è più o meno lo stesso anche dopo settant'anni.

Peter Sagan allo stato attuale delle cose può permettersi di rimanere rivoluzionario. In realtà può permettersi proprio di tutto: cosa volete che sia un'Olimpiade in mountain bike per uno che balla come in Greaseimpenna sul Ventoux? Lui è di fatto il faro del mondo delle due ruote, l’unica possibilità concreta che ha il ciclismo di raggiungere un'attenzione mediatica paragonabile a quella di altri sport più popolari, e non solo per tre settimane l'anno. E allora perché non tentare l’impresa? Se domenica avesse successo, Sagan scriverebbe di diritto una pagina della storia del suo sport. Se non dovesse farcela, pazienza: io e mio padre gli vorremo bene lo stesso, forse di più.

 

A cura di Filippo Pelacci.

Una versione più estesa della biografia ragionata di Peter Sagan è disponibile qui.

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