Vincere tutto

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Questo articolo è una versione aggiornata del pezzo di approfondimento pubblicato su Crampi Sportivi il 28 settembre 2015.

 

Peter Sagan ha conquistato il suo terzo mondiale consecutivo, in un pomeriggio che ha consacrato la sua grandezza almeno da tre punti di vista. C'è il punto di vista geografico, tanto per cominciare: con Bergen, Sagan ha aggiunto l'edizione europea alle precedenti conquiste iridate (americana nel 2015 e asiatica nel 2016); tre titoli in tre continenti diversi, più mondiale di così non si può. C'è il punto di vista storico, perché, per quanto uno si possa impegnare nel sostenere che i confronti tra le epoche in uno sport come il ciclismo non servono a nulla, beh, certi record hanno più peso di altri, e oggi leggere il nome di Sagan nella stessa riga che contiene Merckx, Binda e Van Steenbergen non suona affatto pretestuoso.

C'è infine il punto di vista simbolico, cioè tutto il significato altro che può assumere una vittoria costruita con una pazienza estrema, una qualità che fino a qualche tempo nemmeno gli si conosceva, per giunta al termine di una stagione complicata. Il Peter Sagan che è apparso come un miraggio negli ultimi 500 metri del mondiale di Bergen ha lavorato per 267 km nel segreto del gruppo e per mesi nell'apparente sregolatezza di se stesso.

Un lavoro preparatorio che fa praticamente da sempre, da quando è nato 27 anni fa in Slovacchia, quarto figlio di una coppia di ristoratori, e poi in maniera più specifica da quando, piccolissimo, ha imparato ad andare in bicicletta, unico tra i fratelli a farlo senza il sostegno delle rotelle. Sagan, da allora, ha necessitato di un faticoso lavoro di continenza, di continua limatura, di paziente attesa, con lo scopo di dare forma e direzione ad un’esuberanza psicosomatica mai vista. “Perché”, sostiene con modestia, “io non sono bravo con la tattica. Io so fare solo quello che faccio.”



Fase 1 — TERMINATOR

Durante i lunghi e freddi inverni di Zilina — 200 km da Bratislava, paesone diventato di confine dopo la fine della Guerra Fredda e la conseguente disgregazione della Cecoslovacchia — tenere a casa il piccolo Peter tutti i pomeriggi deve suonare come una specie di tortura per i signori Sagan, che decidono di assecondare l’irrequietezza dell’ultimo nato facendogli fare tutti gli sport che gli passano per la testa. Calcio, nuoto, skateboard, karate, anche contemporaneamente. Per tre mesi, Peter segue persino un corso di ballo insieme a mamma Helena, adepta di Dirty Dancing.

È una domenica di aprile, però, a cambiare le cose per sempre. Peter si convince ad andare a vedere una corsa in bicicletta di suo fratello Juraj, promettente ciclista di 18 mesi più grande. Juraj vince, ma Peter passa tutto il tempo ad immaginare come l’avrebbe festeggiata lui, una vittoria; allo show che avrebbe messo su, e a quanto si sarebbe divertito a sentire il suo nome urlato dallo speaker. Tornato a casa, rivela a suo padre di voler cominciare a pedalare anche lui. Ha 9 anni.

“Sarà un altro capriccio dei suoi, gli passerà presto”, è questa l’opinione comune di Milan e Danka, fratello e sorella maggiori. Peter un mese dopo prende parte alla sua prima corsa, in sella a una bicicletta comprata in un supermercato e con sulle spalle il numero 1, assegnatogli casualmente. Vince per distacco, ed è un colpo di fulmine.

Comincia a correre ovunque e con qualsiasi mezzo, alternando con eguale successo strada, ciclocross e mountain bike: arriva praticamente sempre primo. A 13 anni decide di voler passare al downhill, ed è solo uno schiaffone ben assestato di papà Lubomir a fargli cambiare idea: troppo costosi i materiali, troppo pericolose le gare.

Durante gli ultimi due anni di liceo, l’unica scuola che frequenta con costanza è quella di recitazione, a conferma di una propensione innata per lo spettacolo: “Se avessi più tempo libero, mi piacerebbe diventare una star di Hollywood”, ha dichiarato una volta.

Alle lezioni di lettere e matematica, invece, non ci va praticamente mai. Ogni mattina, uscito di casa, dirige in realtà la sua bicicletta verso le strade pietrose della campagna slovacca, attraverso tre diversi parchi naturali. Il diploma riesce a prenderlo lo stesso, perché a scuola se la cava, ma ormai è chiaro a tutti che una carriera da ragioniere nella fabbrica Ford di Zilina o in una delle cartiere della zona non fa proprio per lui.

Nel 2007, durante il mondiale juniores su strada in Messico vinto da Diego Ulissi, viene notato da Gian Enrico Zanardo, che lo consiglia immediatamente a Roberto Amadio e Stefano Zanatta, della Liquigas: “Non lasciatevelo sfuggire, questo ragazzo ha una luce diversa negli occhi.” Intanto, appena diciottenne, Peter è un fenomeno assoluto della mountain bike: da juniores, si laurea campione nazionale, europeo e mondiale nello stesso anno, il 2008. “Ricordo che quell’anno migliorai molto nelle discese. Il segreto è non guardare ai lati, anzi non guardare niente”.

Sagan mostra una determinazione e una superiorità disarmanti, che lo rendono praticamente imbattibile, e portano in dote il primo nickname di una lunga serie: Terminator. Ma la MTB è un mondo piccolo e poco remunerativo, e allora Peter decide di dedicarsi esclusivamente alla strada: dopo un 2009 di transizione, trascorso a San Donà di Piave tra tostissime lezioni di italiano e interminabili partite a Call of Duty, l’anno successivo passa finalmente professionista con la Liquigas.



Fase 2 — RAMBO

“Dottore, ma io domani start?” Mentre gli viene ricucito il braccio sinistro con 30 punti di sutura, in seguito a una rovinosa caduta, Sagan muove le labbra solo per rivolgere questa sgangherata domanda al medico della sua squadra, in un pronto soccorso australiano. Il suo pensiero fisso è quello di poter continuare il Tour Down Under, la prima corsa della sua carriera da professionista. Non solo ci riesce, ma si mette anche in mostra andando un giorno in fuga con Lance Armstrong e giungendo poi 4° nella classifica finale. La sera, a cena, i suoi compagni devono imboccarlo, perché il braccio resta inservibile giù dalla bici. Il nuovo soprannome, Rambo, è cosa fatta.

La Parigi-Nizza del marzo 2010 è il teatro della grande rivelazione internazionale. Nella terza tappa, a 1 km dall’arrivo di Aurillac, si trova in un super gruppetto di testa con Joaquim Rodriguez, Tony Martin, Jens Voigt, Nicolas Roche e Alberto Contador. Quando Purito lancia la volata, Sagan prima lo affianca e poi lo salta agevolmente, sulla destra, andando a vincere la sua prima corsa da pro’. Sulla linea di arrivo, molta emozione e — almeno stavolta — nessuno show.

Due giorni dopo, ad Aix-en-Provence, il bis. In un modo diverso, in uno dei mille diversi di vincere una corsa di biciclette che Sagan conosce, e che sta cominciando a mostrare al mondo. Se ne va, da solo, su uno strappo impegnativo a 3 km dall’arrivo, poi consolida il vantaggio nel falsopiano successivo e resiste fino alla fine ai tentativi di ricongiungimento del plotone, voltandosi spesso a controllare e lanciandosi infine in uno sprint solitario. All’arrivo il vantaggio è ridotto a pochi decimi di secondo, guardando i fermo immagine sembra quasi che Sagan abbia vinto una volata di gruppo.

Il giorno dopo, i grandi del gruppo lo avvicinano alla partenza della sesta tappa, per complimentarsi con lui. Peter sorride a tutti senza capire una sola parola di quello che gli viene detto: "Il mio inglese è perfetto. Mi diverto a creare frasi senza senso, così la gente si allontana e mi lascia in pace, senza domande sulla fidanzata o su cosa significhi essere un fenomeno. Essere criptico è una cosa figa, aumenta il mio mistero."

Quella Parigi-Nizza è la prima delle svolte che segneranno la carriera dello slovacco, perché una delle chiavi per comprendere la fame insaziabile di Sagan è la necessità di ottenere una sorta di riconoscimento ufficiale da parte dei campioni del suo sport, per potersi dire finalmente uno di loro. Per riuscirci, l’unico modo che conosce è vincere: “Se batto un campione, significa che lo sono anch’io”.

Nel maggio successivo, al Giro di California, di campioni non ce ne sono moltissimi, e quindi Peter non ha troppi buoni motivi per mettersi in mostra. Però a Bakersfield, sede di arrivo della quinta tappa, gli organizzatori hanno messo in palio una chitarra, e tanto basta. Sagan, nel nome del rock, decide di vincere per portarsi a casa una chitarra spagnola decorata a stelle e strisce: oggi è appesa nel suo salotto, sopra un divano.

Dal punto di vista tecnico, “Rambo” si sta evolvendo sempre di più nella macchina perfetta che conosciamo oggi, un corridore che può selezionare le corse che vuole vincere e decidere come vincerle. 184 centimetri per 74 chili, solido mix di potenza e agilità: un chilo di più, e le sue doti di scalatore ne risentirebbero; un muscolo in meno, e la potenza da velocista puro scemerebbe.

È questo equilibrio che ha in mente il Sagan trevigiano dei vent'anni, ora che esce in bici portandosi dietro solo il cellulare e qualche euro: nessun panino, meglio sedersi con calma in uno dei tanti baretti sulla strada. Dentro i quali Sagan preferisce parlare il dialetto veneto.

 

Fase 3 — HULK

Per uno con la voglia di imporsi di Sagan, il Tour de France non solo è passaggio obbligato, ma habitat naturale. L’impatto dello slovacco sulla Grande Boucle, tuttavia, non è esattamente quello rispettoso e tradizionale di un predestinato. Sembra piuttosto l’atterraggio di un marziano, una grandinata devastante.

Peter partecipa al suo primo Tour nel 2012, ventiduenne, dopo che nella stagione precedente ha confermato la sua crescita con 15 vittorie, di cui 3 alla Vuelta. Prima della partenza per la Francia, solo per il gusto di avere una missione da compiere, provoca Paolo Zani, patron della Liquigas: “Se vinco la maglia verde a Parigi, mi regali la tua Porsche?” “Ok, va bene. Maglia verde e due tappe, e sarà tua”. Detto, fatto. Solo che Sagan di tappe ne vince tre, e la maglia verde non se la sarebbe tolta fino al 2017.  Chiamarlo Hulk è sin troppo facile.

La prima vittoria al Tour è manifesto programmatico di una carriera. Seconda tappa, prima in linea, arrivo in cima a uno strappo di 2 km e mezzo al 5%. Fabian Cancellara, in maglia gialla e probabilmente all’apice della sua maturità sportiva, allunga a metà della salitella. Gli sta dietro solo il giovane Sagan. Lo svizzero, dapprima con discrezione e poi platealmente, invita l’avversario a dargli un cambio, a passarlo, perché Boasson Hagen è già rientrato, e anche il gruppo si fa minaccioso. Sagan passa Cancellara, in effetti. Ma solo sulla linea del traguardo

Due giorni dopo, a Boulogne-sur-Mer, è in programma una tappa molto simile a quella di Seraing, e i compagni di squadra della Liquigas hanno una proposta: “Dai, Peter, vinci ed esulta muovendo le braccia come Forrest Gump!” Altro gioco da ragazzi. Sagan è in una condizione mostruosa, fa semplicemente quello che gli si ordina: “Quando a Forrest dicevano ‘corri’, lui correva. Quando a me dicono ‘vinci’, io vinco”.

 

-Peter, a che tappa pensi adesso?
-Mmh, a tutte.
-Peter, chi è il più forte?
-Io.
-Peter, chi è l’avversario più difficile?
-Non lo so, ma posso batterli tutti.

David Brailsford, del team Sky, non ha dubbi: “Vederlo vincere è come essere allo stadio quando segna Messi”. Ivan Basso, il suo capitano alla Liquigas, è in estasi: “Ha la forza di chi vince con semplicità, la potenza di chi taglia il traguardo ridendo. Il mondo ha visto un fenomeno”. Il Guardian sintetizza brillantemente: “Sagan è talmente speciale che bisogna consultare i libri di storia del ciclismo ogni volta che vince”.

Infine, inevitabile, il paragone col Cannibale. È lo stesso Eddy Merckx a sbilanciarsi: “Mi rivedo in Sagan.” Peccato che il diretto interessato non sia troppo d’accordo: “Io non voglio essere il secondo Eddy Merckx. Io voglio essere il primo Peter Sagan”.

 

Fase 4 — SAGAN

Quando, pochi minuti dopo esser diventato campione del mondo per la prima volta, Peter Sagan ha accennato ai problemi dell’Europa, alla necessità di cambiamento, allo sport come fonte di ispirazione, nessuno ha pensato che il ragazzo stesse semplicemente recitando, in una forma di esultanza più consapevole ed evoluta rispetto alle bischerate di qualche anno fa. D’altra parte, sarebbe allo stesso modo fuorviante parlare di processo di maturazione umana e sportiva finalmente completato, visto che l’uomo in questione aveva appena 25 anni di età, e decine di obiettivi ancora davanti.

Dopo un 2016 in cui ha portato a casa la sua prima classica-monumento e ha vinto in quasi tutti i modi immaginabili, la stagione 2017 sembrava voler segnare un deciso passo indietro nell'avanzata di Sagan verso la leggenda del ciclismo. Una primavera difficile e la discussa squalifica dal Tour de France avrebbero potuto frenarlo, invece lui si è tagliato i capelli (per la disperazione dei follower di questo tumblr) e si è preparato a un finale di stagione dei suoi. Il GP Québec è stato il 100° successo della sua carriera, il mondiale di Bergen il 101°. Sagan si è rimesso in carreggiata con la stessa naturalezza con cui fa tutto, con la semplicità disarmante con la quale balla, fa felici i tifosi in salita e disturba amorevolmente i suoi colleghi. Con l'autenticità con cui ha dedicato la vittoria a Michele Scarponi e alla sua famiglia.

In uno sport storicamente propenso a premiare gli atleti-sfinge, Sagan si è affermato come il più decifrabile dei campioni. Gli si legge tutto in faccia, scervellarsi nel tentativo di interpretare il significato nascosto delle sue parole e dei suoi gesti è esercizio ozioso; cercare un disegno compiuto nel progredire della sua carriera di ciclista è tentativo solo teorico.

Come era stato il sorriso di Tom Boonen a Richmond, la resa di Kristoff a Bergen ("You are a very hard man to beat", gli ha risposto il norvegese abbracciandolo dopo l'arrivo, mentre Sagan si diceva dispiaciuto di averlo sconfitto a casa sua) è un'altra efficacissima sintesi del tipo di riconoscimento che Sagan ha ottenuto con i suoi tre titoli mondiali consecutivi: non più la banale autorizzazione ad essere considerato un campione come gli altri, ma un’investitura più grande, un’elezione ad ambasciatore, una promozione a simbolo di uno sport proiettato verso il futuro ma necessariamente ancorato al meglio della sua storia. Peter Sagan, con la sua fantasia, con la sua voglia di essere sempre protagonista, con la sua leggerezza nel giocare a fare il favorito in ogni corsa a cui prende parte, attinge direttamente da lì.

Sagan in bici è l’incoscienza che ci manca e l’autenticità che abbiamo smarrito. Le sue cosce e i suoi polpacci, sempre tesi e pronti ad esplodere, sono la logica emanazione dell'essere umano che lui è, cioè uno che gli americani definirebbero larger than life: esagerato, appariscente, troppo forte, troppo vivo.

Difficile dire in cosa possa evolvere Peter Sagan nel futuro che lo attende, in cui sappiamo solo due cose con certezza: diventerà padre e continuerà a farci divertire. “A cosa serve pensare cosa ne sarà di me tra due o tra vent’anni?” 

Molto più semplice intuire invece cosa desideri dal futuro che lo attende: “Vorrei vincere tutte le corse. Vorrei vincere tutto. La vittoria è la mia essenza, in questo mondo”.



 

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