Vita spericolata

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

La prima versione di questo articolo è stata pubblicata il 1° ottobre 2014 su Crampi Sportivi.

 

Prologo

Una storia che non istruisce - L’ultima volta hanno chiamato la polizia. Hanno riconosciuto la pedalata agile e lo sguardo impenitente. L’uomo senza numero sulla schiena, quello vestito interamente di nero. È lui. L’innominato. La vergogna. Il cattivo esempio. Il maledetto. Il diavolo.

"Se lui non lascia la corsa, vi penalizziamo tutti", aveva annunciato la giuria. "È una corsa amatoriale, ma lui non lo vogliamo". È squalificato fino al 2024, quando avrà compiuto quarant’anni. Squalificato dalle corse, qualcuno lo vorrebbe squalificato dalla vita. Stia a casa, si penta e si dolga. Si dimentichi della bicicletta.

L’ultima volta che Riccardo Riccò si era intrufolato in una gara amatoriale, in Italia, era stato il caos. Poi l’hanno invitato in Francia, gli hanno proposto di scalare il Mont Ventoux al tramonto, con qualche centinaio di altri impavidi grimpeur. Mont Ventoux Night Session. Una sfida nella sfida: il gigante della Provenza, mito tutto sassi, minaccia mortale. Di notte. La luce della luna che si riflette sulla luna stessa, che è la cima calva del monte. Il Cobra non ha paura del monte né della notte. Il Cobra dice che la notte è oblio, la notte è rifugio. La notte è morte, e la morte è bella. Bella come la vittoria. Il Cobra teme solo di essere cacciato di nuovo. Non capisce perché tutti ce l’abbiano con lui. "Sempre con me", dice. "Ma io non ho ucciso nessuno".

Nell'estate del 2013, i cicloamatori francesi lo accolgono e lo rispettano, sul Ventoux. Gli fanno i complimenti per la bici, marca Cipollini. Gli sorridono e gli chiedono consigli, pedalandogli accanto. Riccardo si commuove, e intravede una speranza. La speranza di una vita nuova. La vita nuova. Come l’opera di Dante, quella che Salvatore Lombardo, il suo amico scrittore, gli ha fatto conoscere per la prima volta qualche mese fa. Il Cobra vuole tornare. Vuole scalare le vette storiche del Tour de France. Ventoux, Galibier, Tourmalet: ascese da record. Riccardo vuole batterli, i record. Vive per le sfide. Vuole salire sul Mont Ventoux più veloce di Iban Mayo e completare l’Alpe d’Huez in meno tempo di Marco Pantani.

Alla cara memoria di Marco Pantani. E al piccolo Alberto. Le confessioni di Riccardo Riccò* sono un’epopea tragica e barocca. Un romanzo di distruzione. Una storia che prende a pugni e non istruisce, che pone domande e non si degna di rispondere.

 

 

Il Cobra non ha rivali - Possono togliermi tutto, dice il Cobra nel suo libro, anche la dignità. Ma non possono impedirmi di pedalare, non possono togliermi la bici. Se esiste una salvezza in questa vita per Riccò, questa deve senza dubbio discendere dall’amicizia e dalla paternità. Ma soprattutto dalla bicicletta. La bicicletta, strumento di liberazione fisica e spirituale, linea diretta verso un mondo migliore.

Qualche volta Riccardo si ferma nel bel mezzo delle sessioni di allenamento. Si ferma per contemplare la sua bici con un bel paesaggio sullo sfondo, come uno scultore che si perde nei dettagli delle mani e degli occhi della sua opera. Una volta Cipollini gli ha dato un consiglio. “Pensa solo a te e alla tua famiglia. Inventati una nuova vita.” Mario non aveva capito che la vita del Cobra non può essere altro che bicicletta. Attrazione irresistibile e compulsiva, nata quasi per caso, come tutte le storie d’amore che tutto cambiano e tutto travolgono.

Una sfida lanciata ad un compagno di scuola, che aveva iniziato ad andare in bici per dimagrire e che si impettiva per le sue piccole imprese. Il dodicenne Riccardo voleva dimostrargli che poteva fare meglio di lui. Non gli interessava vincere, voleva solo fare battere il suo compagno. Papà Riccò sorrise nell’intendere le intenzioni del suo ragazzino. Lui stesso era stato ciclista da giovane e sapeva che quasi certamente quello di Riccardo sarebbe rimasto il capriccio di un momento. Uno dei tanti, tipici di ogni bambino dagli occhietti vispi. Si annoierà presto, e vorrà fare altro. Come sempre.

E invece cominciò qualcosa di enorme. Maledetto quel giorno che gli comprai la prima bici, e maledetto quel mio sorriso compiacente. Chissà quante volte l’avrebbe pensato, papà Riccò, qualche anno dopo. Ma all’inizio no.

Riccardo assiste alle imprese di Marco Pantani e capisce di essere nato per emularne le gesta. Si innamora perdutamente delle salite. Decide che farà rivivere il ciclismo eroico, quello dove contano coraggio e passione, non i calcoli e la razionalità dello sport moderno. La sua sfida di bambino diventa una sfida spericolata al destino. Vuole scrivere una storia epica, non un bel tema da primo della classe. Riccardo diventa una promessa: è il prologo dell’epopea del Cobra. Il Cobra che non batte i suoi avversari, li esegue.

Diventato dilettante, Riccardo conosce però una parola che annebbia la mente e indurisce il cuore. Disillusione. I suoi avversari sembrano aerei da caccia, passistoni sovrappeso che volano in salita. Riccardo arriva ai piedi delle montagne già esausto e non riesce più a fare la differenza sul suo terreno preferito. Alcuni sorridono della sua ingenuità, così il Cobra decide di adeguarsi. Un piccolo aiuto chimico, una ‘cura’ di due mesi ed eccolo di nuovo vincente. “Se si gioca alla pari, il Cobra non ha rivali.”

Quando è ormai pronto a passare al professionismo, Riccò viene fermato più volte: ha dei valori di ematocrito costantemente sopra la norma. I suoi valori sono naturalmente sopra la norma, è un fatto biologico. L’ematocrito è la percentuale di globuli rossi nel sangue e, giacché i globuli rossi trasportano ossigeno, più alto è l’ematocrito, maggiore è la resistenza fisica di un atleta e più brevi i suoi tempi di recupero dopo uno sforzo intenso. Il limite stabilito dall’Unione Ciclistica Internazionale è del 50%. L’ematocrito di un uomo adulto è compreso in media tra il 42 e il 52%. Quello di Riccardo Riccò è costantemente al limite, intorno al 51-52%. Nel 2006 l’UCI riconosce finalmente che i valori elevati di ematocrito di Riccò sono naturali. L'emiliano diventa professionista con la Saunier Duval.

 

 

Riccò è un coglione - Il paradosso, negli sport di resistenza, è che quando lo sforzo fisico viene spinto all’estremo, l’ematocrito crolla, causando un picco negativo delle prestazioni atletiche. Per evitare questo inconveniente, esistono aiuti esterni. L’eritropoietina (EPO) e le autoemotrasfusioni servono a mantenere elevato il livello di ematocrito. Il trucco è non destare sospetti e rimanere sempre entro i limiti stabiliti. Se si fanno male i conti, o si sbagliano le quantità, c'è un'alta probabilità di essere beccati.

Tyler Hamilton, storico gregario di Lance Armstrong, ha dichiarato nel 2012 che ai suoi tempi il segreto erano le microdosi. Iniettate direttamente nelle vene, erano praticamente immuni ai test antidoping. Il libro di Hamilton è pietra angolare nel dibattito su sport, etica e doping. “Molta gente pensa che il doping sia per persone pigre che non vogliono lavorare duro. In realtà è vero il contrario”, scrive l’ex campione. L’EPO dà la possibilità di soffrire di più, di spingere molto più a fondo negli allenamenti, di impostare la preparazione in modo meticoloso e professionale.

Soprattutto, l’EPO permette di usare scienza e abnegazione per sopperire alle differenze biologiche che la natura e il caso stabiliscono. Hamilton aveva un livello naturale di ematocrito molto più basso della media: fosse stato per la sua fisiologia, non avrebbe mai potuto competere con atleti più fortunati di lui, nati con un sangue più ricco di globuli rossi. Anche allenandosi più a lungo e più duramente degli altri, fino a modificare radicalmente la conformazione muscolare del proprio corpo, non ce l’avrebbe fatta.

A ben vedere, la situazione ideale di “stesse condizioni di partenza” è un’utopia in molti sport. Emblematico il caso di Eero Mäntyranta, campione di sci di fondo finlandese che vinse sette medaglie olimpiche tra il 1960 e il 1968: Mäntyranta aveva circa il 65% di globuli rossi in più rispetto ad un normale uomo adulto; in uno sport di resistenza, fa tutta la differenza del mondo. Secondo una teoria scientifica non priva di sostenitori, un discorso analogo può essere fatto per i fondisti etiopi e kenyani, la cui struttura dei polpacci e delle caviglie li renderebbe particolarmente adatti alla corsa di resistenza.

Cos’è e dov’è allora quel quid magico che ci piace chiamare talento? Soltanto una formula chimica da trascrivere? Si può ridurre l’analisi delle prestazioni sportive dei grandi atleti ad una mera equazione matematica? No, no di certo. È tutto molto più complicato di così.

Quel che è certo è che Riccardo Riccò non si è dopato per sopperire alle ingiuste disuguaglianze della natura. Il Cobra non sa niente di Eero Mäntyranta, il Cobra vive di istinto. Riccardo Riccò si è dopato perché è un coglione (lo afferma egli stesso nelle sue confessioni). Riccardo Riccò si è dopato perché lo facevano tutti (o quasi). Riccardo Riccò si è dopato perché voleva essere il poeta in bicicletta che fa sognare di tifosi. Come una rockstar, come un divo del cinema. Doveva superare i limiti, osare sempre di più.

Riccò è caduto nella trappola nel 2008. È successo al Tour, la corsa che amava di più. È stato fermato al raduno di partenza della dodicesima tappa: positività al CERA, l’EPO di terza generazione. Venti mesi di squalifica.

Il ritorno alle corse, nel 2010, è con la Flaminia. Primi successi in primavera, poi una nuova batosta. La sua squadra non viene invitata al Giro d’Italia, la corsa che il Cobra preparava da due anni. Lui passa alla Vacansoleil e si concentra sulla stagione 2011. È cattivo come non mai. A novembre e dicembre si allena come un ossesso. I suoi carichi di lavoro sono impressionanti, insostenibili. Una sera, appena rientrato da una sessione massacrante, confessa alla sua Vania di sentirsi poco bene. Nella notte, impaurito per le possibili conseguenze di quella debolezza, tenta un’autotrasfusione di sangue arricchito di ferro. Conservava quel sangue in frigo da diversi giorni. Qualcosa però va storto, e finisce in ospedale in gravi condizioni. Il Cobra è affascinato dalla morte, ma la fugge con tutto se stesso. Decide di confessare tutto.

È il putiferio. Dodici anni di squalifica. Tutti abbandonano Riccò, l’intoccabile. Anche i tifosi, i suoi tifosi. Se muori, però, ti facciamo diventare un’icona. Riccardo ci ha pensato, a sparire per sempre. Una volta si è fermato un attimo prima di premere il grilletto.

 

“A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione.” (Jack Kerouac, Sulla Strada)

 

Il leone del PanjshirSalvatore Lombardo è un intellettuale italo-francese e un giorno ha deciso che valeva la pena di provare a salvare il Cobra. Lombardo è uno scrittore sempre dalla parte dei dissidenti, ovunque essi dissentano. Nobile di famiglia, esteta radicale che non esita a prendere le parti di ogni causa sudista. Ha pubblicato negli anni ‘80 il Manifesto del Romanticismo Barocco, movimento di ribellione estetica ed etica. Una passione viscerale per le due ruote: “il ciclismo praticato ai più alti livelli è una disciplina letteraria”, dice.

Salvatore l’artista e Riccardo il ribelle. Si sono incontrati, si sono capiti. Salvatore ha regalato a Riccardo libri di Kerouac, di Dante, di Petrarca e di Lawrence. Gli ha letto qualcosa di D’Annunzio. Riccardo ha fatto ascoltare Vasco Rossi a Salvatore, e ha raccontato di sé a un amico che lo ascoltava senza giudicarlo.

Salvatore ha parlato a Riccardo anche di Ahmad Massoud, il leone del Panjshir, che era stato suo amico personale. Uomo simbolo della resistenza afghana contro i sovietici prima ed il regime talebano poi, Massoud amava la poesia e la sua abilità strategica sfociava nella leggenda. Si diceva fosse invincibile, invisibile, ubiquo. Era su tutti i fronti della battaglia, laddove ci fosse bisogno di lui. Si batteva per la libertà del suo popolo e contro l’oppressione, specie nei confronti delle donne. Morì in un attentato nel 2001, fu candidato postumo al Nobel per la pace e divenne eroe nazionale.

Il Cobra di Formigine e il Leone del Panjshir. Salvatore ha convinto Riccardo a darsi un’ultima possibilità. Deve farlo per se stesso, per il figlioletto Alberto, per il ciclismo. Il Cobra può tornare e reinventarsi, dando spettacolo dove ha sempre voluto. L'idea è che sulle salite, sulle salite prestigiose del Tour de France, Riccardo possa stabilire nuovi record di ascesa. Da atleta pulito. L’appuntamento è per l’estate del 2014. Sul Mont Ventoux, ovviamente.

"Conversazione tra le rovine” è un’opera di Ruggero Savinio. L’artista, nipote di Giorgio De Chirico, è considerato esponente del romanticismo barocco, il movimento culturale teorizzato da Salvatore Lombardo.

 

Una storia di amicizia - Nella favola della rana e dello scorpione, quest’ultimo giustifica il suo folle gesto finale, che decreta la morte sua e della fiduciosa rana, con un laconico “È la mia natura”. La natura del Cobra deve essere quella di cacciarsi irrimediabilmente nei guai.

Fine aprile 2014. Riccardo accetta di dare un passaggio al suo amico Matteo Cappè, ex-corridore. Si fermano in un McDonald’s nei pressi di Livorno, dove Matteo aspetta due amici. È notte, sempre notte. Nell’istante dell’incontro, spuntano i carabinieri e sequestrano 30 confezioni di EPO e testosterone, che i due uomini dovevano consegnare a Cappè. Riccò e l’amico vengono denunciati. Il Cobra questa volta sembra non c’entrare nulla, l’acquirente non è lui, si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato. Piovono altre accuse e altri insulti; il progetto del record del Ventoux va a farsi benedire. L’ultima possibilità, bruciata. La redenzione, diventata incubo. Nessuno avrà mai più voglia di chiamare Riccardo, foss'anche soltanto per un’uscita in bici sui colli modenesi.

Ma la storia del Cobra, il suo romanzo romantico e barocco, è anche una storia di amicizia. Nei giorni successivi al nuovo scandalo, Salvatore Lombardo scrive sulla sua pagina Facebook che non rimuoverà mai dalla sua bacheca le foto con Riccardo, l’amico che paragona a James Dean.

In estate Riccò e Vincenzo Lombardo, il figlio ciclista di Salvatore, riprendono a pedalare. Il 31 luglio il Cobra cade rovinosamente mentre scende dal Ventoux: due costole rotte, cinque punti di sutura sul sopracciglio, escoriazioni varie. “Oggi è come se un camion mi avesse preso sotto, ma l’erba cattiva non muore mai, mi dispiace”, scrive su Twitter con la spavalderia di sempre. Una settimana dopo è di nuovo in sella. Ha detto a suo figlio Alberto, cinque anni, che il papà vuole tornare Cobra. Alberto gli ha sorriso e l’ha abbracciato.

 

 

Epilogo

L'erba cattiva non muore mai - Un po' di tempo fa, Riccardo Riccò ha pubblicato sul suo profilo Twitter una foto in cui è seduto sul letto, dopo un'uscita in bici. “Stanco ma felice”, è il suo commento. La fatica continua a non spaventarlo affatto. La vita forse un po’ sì. Ci sono uomini che un punto di equilibrio non lo raggiungeranno mai. Riccò sostiene che non accetterà mai l’ipocrisia di un mondo dove un cantante che ha assassinato la sua compagna può ottenere di tornare dai suoi fan, su un palco, dopo aver scontato una brevissima pena**, mentre un campione dello sport che ha sbagliato mettendo a repentaglio la sua stessa salute non gode di alcun diritto e può essere linciato senza limiti.

Riccò non farà mai pace nemmeno con se stesso, perché si fa sempre più strada, in lui, la consapevolezza di aver sprecato un talento enorme. Di aver bruciato stupidamente tutte le occasioni che poteva bruciare. Ma la felicità, nella vita di Riccardo, ha ancora diritto di cittadinanza. La felicità ha piena ragion d’essere se incontrata durante l’ultimo chilometro di una salita mitica o in una serata in pizzeria con gli amici o in un pomeriggio di giochi con il proprio figlio. Oppure ancora, nel rispetto e nel silenzio di chi ti ascolta senza giudicarti.

La storia di quest'uomo tormentato non vuole essere un esempio per nessuno. Riccardo Riccò, ciclista professionista, ha infranto più di una volta le regole del gioco cui aveva scelto di giocare. E quando non si rispettano le regole, bisogna scontare una pena. Nello sport, nella vita, ovunque.

Ma la storia di Riccardo Riccò non è solo un romanzo maledetto, che affascina con la sua irrazionalità, la sua durezza, il suo senso di morte e disperazione imminenti. È una serie lunghissima di interrogazioni. La storia di Riccò pone domande al ciclismo, sul rapporto con i suoi anni più bui e sul destino individuale delle vittime della (sacrosanta) lotta al doping. La storia di Riccò chiede al mondo dello sport in generale di rafforzare la riflessione etica e filosofica su quali siano - se ci sono - i limiti all'uso di scienza e tecnologia nella corsa al miglioramento delle prestazioni atletiche.

Il romanzo di Riccò chiede infine a noi tifosi di riconsiderare il nostro rapporto con i campioni dello sport. Da loro si pretendono sempre e comunque l’estro e la spettacolarità dei grandi artisti. Li si vuole artefici di imprese straordinarie, ma allo stesso tempo gli si chiede di essere esempi irreprensibili per la società intera, che invece è fatta per gran parte di cose e persone molto ordinarie: condannate le debolezze sportive, nessuno sembra disposto a perdonare la diversità umana di uno come Riccardo Riccò. O di un altro come Lance Armstrong, colui che una volta disse di sognare di morire in maglia gialla, in un campo di girasoli, dopo una discesa a duecento all’ora su una strada del Tour de France.

Chissà come sogna di morire il Cobra, che aveva sfidato un suo compagno di classe solo per il gusto di batterlo. Chissà se sogna dei funerali in giallo sul Mont Ventoux. Chissà se sogna di scomparire contemplando la sua bella bicicletta con un paesaggio colorato sullo sfondo. Chissà se invece sogna di finire come Ahmad Massoud, paladino della libertà ed eroe nazionale. O come James Dean, ribelle senza una causa. In realtà, forse Riccardo Riccò non sogna affatto di morire. Perché l’erba cattiva puoi calpestarla, puoi strapparla e puoi farla a pezzettini. Ma quella non muore mai. E a noi questo, in fondo, non dispiace affatto.

 

“Shake the dust off your feet, don’t look back.”

 

*Molti aneddoti citati in questo pezzo sono tratti da “Funerailles en Jaune”, le confessioni di Riccardo Riccò scritte insieme a Salvatore Lombardo. Il libro è stato pubblicato in Francia da AC Editions nel giugno 2014 e in Italia qualche mese dopo.

**Il riferimento (fatto dallo stesso Riccò nel libro) è al cantante Bertrand Cantat, fondatore del gruppo rock dei Noir Desir.

 

 

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