Peter Sagan vs. Steph Curry

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Nei primissimi anni del terzo millennio, essere un adolescente italiano appassionato di basket e ciclismo significava rimanere quasi sempre escluso dal grande circuito delle conversazioni maschili, almeno di quelle che non vertessero sul sesso opposto. In un’epoca in cui la pallacanestro era lusso riservato agli abbonati Telepiù o ai pionieri dell’internet, e le due ruote di casa nostra conoscevano la tremenda disillusione seguita al crollo del mito-Pantani, toccava reinventarsi esperti di calcio (o quantomeno di fantacalcio) per ovviare a una sensazione di esclusione fastidiosa almeno quanto quella che oggi rivive quando qualcuno comincia a dissertare di Game of Thrones e tu non ne hai visto nemmeno il pilot.

Personalmente devo dire che la scelta di cominciare a tifare per il Milan avrebbe pagato i suoi dividenti di lì a breve, ma questa è un’altra storia. Io, all’epoca, avrei semplicemente preferito discutere dei Blazers di Scottie Pippen e incensare le gesta di Gilberto Simoni.

Quindici anni dopo, le cose, almeno per quanto riguarda il basket, sono cambiate drasticamente. Oggi molti dei miei amici non solo sono in grado di sostenere una conversazione tecnica sulle finali NBA, ma potrebbero istruirmi alla grande riguardo il tiro da tre di Steph Curry o le doti atletiche di Giannis Antetokoumpo.

Ovvio, direte voi: viviamo in un’altra epoca, e inoltre tu ti sei trasferito in un’altra città e frequenti persone nuove. Vero. Ma questa personalissima indagine sociale contiene nondimeno un fondo di verità: mentre il basket nell’ultimo decennio ha accresciuto esponenzialmente il suo seguito, consentendomi finalmente di dare sfogo con continuità alle mie velleità di opinionista da bar della palla a spicchi, l’altra metà del mio cielo, il ciclismo, ha conosciuto il calo di appeal più clamoroso della sua storia, mettendomi più volte nella scomoda posizione di giustificare il mio imperituro interesse per lo sport a due ruote, piuttosto che di discorrere amabilmente intorno alle imprese dei suoi campioni.

Tuttavia, da un po’ di tempo si fa spazio in me la convinzione che quella che stiamo vivendo non sia soltanto e indubitabilmente l’epoca d’oro del basket, ma possa diventare anche un’ottima fase storica per cominciare a seguire il ciclismo, o almeno per ritrovare un pizzico della propria passione a pedali. Per un buon numero di ragioni, infatti, credo si possa affermare che il ciclismo si meriti un’ulteriore opportunità, e abbia tutte le carte in regola per aspirare a una forma di successo mediatico e popolare non solo degna della propria storia, ma addirittura paragonabile, in qualche maniera, a quella della pallacanestro contemporanea, definita da più parti “sport del millennio”.

Il tentativo in cui ho deciso di imbarcarmi è quello di portare avanti un parallelo tra i motivi del successo (presente) del basket e i motivi del possibile successo (futuro) del ciclismo. In due casi dirò che il ciclismo può funzionare perché sfrutta dinamiche simili a quelle del basket; in altri due cercherò invece di raccontare perché il ciclismo può funzionare anche se opera in maniera opposta rispetto al basket. Prima, però, un paio di doverose premesse.

Premessa: un parallelo tra due discipline così ontologicamente diverse può esistere solo a livello comunicativo e sociologico. Se ho deciso di metterle a confronto è perché sono parte della mia esperienza sportiva personale (sia attiva che passiva) e soprattutto perché mi pare evidente che stiano entrambe attraversando fasi cruciali della propria storia moderna.

Premessa/bis: nel seguito, per “ciclismo” si intenderà quasi sempre il ciclismo professionistico (quello del Giro d’Italia e del Tour de France, per essere chiari), mentre per “basket” si intenderà quasi sempre il campionato nazionale statunitense (NBA). Come enfatizzato dalle recenti dichiarazioni di Gianmarco Pozzecco (“Rischiamo di diventare uno sport da cortile”) e confermato dai dati del CONI (negli ultimi 5 anni il basket ha perso terreno rispetto alla pallavolo nella corsa al secondo sport tra gli sport italiani con più tesserati), non è certo tutta la pallacanestro che si sta facendo spazio tra gli interessi degli sportivi. È la National Basketball Association.



ANALOGIA 1: Due sport che cambiano

Al netto del piacere intrinseco all’atto del guardare i due sport in poltrona, in un palazzetto o bordo strada, un motivo di interesse aggiuntivo nei confronti di basket e ciclismo alle soglie del 2017 è dato dal fatto che entrambi stiano vivendo un’enorme fase di trasformazione strutturale, con le rispettive peculiarità.

BASKET – Per quanto riguarda il basket, la rivoluzione in corso ha un nome e un cognome: Stephen Curry. Il giocatore-simbolo dei Golden State Warriors, sta distruggendo una serie di assunti-base che tutto il mondo – giocatori compresi – possedeva da decenni. La sua abilità di segnare un canestro da qualsiasi posizione e contro qualsiasi tipo di avversario rende inefficace ogni scelta difensiva tradizionale; la sua capacità di rompere improvvisamente ogni regola classica della costruzione offensiva del gioco, concludendo l’azione prima ancora che la difesa abbia avuto tempo di sistemarsi, sta cambiando il modo di guardare e raccontare la pallacanestro. Per farla breve, di Curry e, più in generale, della Three-Point Revolution, da un paio d’anni discutono non solo i disperati coach avversari, ma anche un buon numero di opinionisti e storici del gioco.

Questo tema, caldo quasi quanto la mano di Steph, ha momentaneamente rimpiazzato un’altra, decisiva fonte di novità che mina le basi del gioco: i cestisti sono sempre più alti, più grossi e più atleticamente dotati, e le attuali dimensioni dei campi da basket cominciano ad essere decisamente strette per gente così. Sebbene le proposte di spostamento delle linee del campo siano ancora in fase di ‘talk’, non è affatto improbabile che in futuro prossimo la NBA debba fare i conti con le leggi dell’evoluzione e con le conseguenti accresciute capacità fisiche dei propri protagonisti.

CICLISMO – È interessante notare che pure nel mondo delle due ruote, dove non esiste un corrispettivo di Curry a livello individuale (anche se la rivoluzione organizzativa del Team Sky e del suo portabandiera Froome sta producendo effetti di tutto rilievo), alla base della trasformazione in corso ci siano proprio le capacità fisiche dei protagonisti. Che, eredità della lotta al doping dell’ultimo decennio, nel caso dei ciclisti non si sono accresciute, ma si sono evidentemente ridotte. Il ciclismo contemporaneo è uno sport nel pieno di una rivoluzione che l’ha reso più lento in salita, meno spettacolare, certamente diverso.

Attenzione: nessuno si sogna, qui ed ora, di scommettere sul fatto che il ciclismo professionistico sia diventato totalmente pulito. Forse questa è destinata a rimanere un’utopia. Ma, fuor di dubbio, le cose oggi vanno in un’altra direzione. Finita l’era degli scalatori di 80 chili, delle imprese impossibili dei capitani che attaccavano da lontanissimo, e del dominio assoluto di un unico campione che definisce un’epoca con il suo nome, oggi le grandi corse si vincono misurando gli sforzi, temporeggiando, puntando tutto sull’ultima salita. Molto meno divertente che dieci anni fa, diranno alcuni. Vero. Ma se all’epoca molte grandi imprese del ciclismo potevano essere legittimamente accusate di essere un misto di competizione, chimica e spettacolo, quelle di oggi sono con ottima probabilità ‘soltanto’ sport.

Organizzatori ed atleti si stanno dando un bel da fare, in questi anni, nel tentativo di rendere più fascinoso il nuovo ciclismo e di recuperare il famoso “spirito delle origini”. In attesa di vedere in azione le grandi novità che l’UCI ha pensato per il WorldTour, i primi rischiano di compiere spesso e volentieri scelte controproducenti (cfr. il proliferare di arrivi in salita nelle ultime Vuelta); i secondi devono fare i conti con una disciplina che, bandito il sostegno medico nella fase di recupero tra una corsa e l’altra, richiede un livello di dedizione fisica e psicologica senza precedenti.

Il ciclismo del 2016 è lontano da essere libero da contraddizioni e zone grigie, e sta pagando, a livello di appeal, il prezzo della sua scelta di provare a diventare il primo sport realmente doping-free. E le notizie che arrivano – ad esempio – dall’atletica, fanno pensare che il lavoro fatto negli ultimi anni dal ciclismo in tema di pulizia possa cominciare presto a dare i suoi frutti, sotto forma di vantaggio competitivo nei confronti degli altri sport.

Al netto delle difficoltà elencate, quindi, sembra effettivamente complicato non subire almeno un po’ il fascino di uno sport che ha saputo resistere alla tempesta che ha violentato in questo modo l’albo d’oro del suo evento più rappresentativo e che oggi sta cercando di rialzarsi, con enorme fatica, ma essendosi nel frattempo costruito un invidiabile bagaglio di esperienza e, soprattutto, la consapevolezza di essere entrato nella fase più biologicamente credibile della sua storia più che centenaria.

 

ANALOGIA 2: Squadre, ma soprattutto individui

BASKET – La lettera che Kobe Bryant ha dedicato al basket il 29 novembre 2015, annunciando ufficialmente il suo ritiro dal gioco che ha dominato per un ventennio, è una delle dichiarazioni d’amore più commoventi che uno sportivo abbia mai scritto. Unitamente alle celebrazioni che ogni palazzetto d’America gli sta dedicando, il Dear Basketball di Bryant spiega bene la misura in cui la pallacanestro possa essere considerata uno sport individuale all’interno di un contesto di squadra.

Alcuna intenzione di mettere in discussione le vette di assoluta bellezza che la pallacanestro, aka poetry in motion, può raggiungere quando giocata collettivamente, tipo così. Ma il gioco contiene anche un fondamentale elemento di individualità che lo rende terreno particolarmente fertile per l’affermazione delle caratteristiche tecniche e caratteriali dei singoli. Al di là di un banale discorso numerico (la pallacanestro è – esclusi bob, curling e beach volley – lo sport di squadra olimpico in cui il peso specifico individuale è più marcato: quando è in campo, ciascun giocatore costituisce il 20% di tutta la squadra) e di uno più tecnico (tutti attaccano e tutti difendono, usando combinazioni di skills individuali praticamente infinite), in un campo da basket vige ancora la regola primordiale dell’uomo più forte, che è quell’esemplare in grado di vincere la partita da solo e di imporre la sua legge e il suo stile.

Ecco, stile è un’altra parola chiave della pallacanestro mondiale (almeno da Michael Jordan in poi), con i grandi campioni usi a lanciare il proprio brand e ad ergersi a punti di riferimento di comunità e sottoculture sempre più ampie: se il mercato nordamericano sembra essere ormai quasi saturo (la scorsa estate la finale dei mondiali di calcio femminili è stata seguita più delle finali NBA), c’è un mondo intero che, dalla Cina all’India, è nel pieno della sua basketball fever. A fine stagione Kobe Bryant smetterà di sicuro, Tim Duncan con buona probabilità. Ma la NBA potrà continuare a contare molto a lungo sull’infinito carisma – e sugli ingenti introiti da merchandising – dei suoi protagonisti.

CICLISMO – Il ciclismo, da par suo, parte con il vantaggio di essere già per natura uno sport individuale. L’elemento di squadra è decisivo (ed estremamente accattivante nelle sue dinamiche), ma nei momenti di massima tensione competitiva – ovvero durante i duelli sulle grandi montagne – i campioni sono generalmente soli e costretti a comunicare una quantità di emozioni, diverse e personali, tali da definire personaggi estremamente complessi e profondamente caratterizzati.

Certo, il ciclismo professionistico è lontano anni luce dal livello di mirata propaganda ed intelligente auto-celebrazione raggiunto dal basket americano. Da questo punto di vista, la comparsa di un animale da palcoscenico come Peter Sagan (uno che, per dire, potrebbe realisticamente pensare di avere successo con una propria linea di sneakers) è autentica manna dal cielo, e può diventare catalizzatore di un processo di affermazione mediatica di tutta una serie di individualità forti.

Vengono in mente, per fare un esempio, la freddezza di Chris Froome e la latinità di Nairo Quintana e Fabio Aru: questo tipo di rivalità – attualmente ancora latente ma potenzialmente esplosiva – fa parte del ricco menu ciclistico delle prossime stagioni.

Menu arricchito anche dal tentativo della vecchia guardia (Contador, Nibali, Valverde) di far valere ancora le proprie ragioni. Come nella NBA, dove gli Spurs di San Antonio rimangono una delle franchigie più competitive della lega nonostante l’età media tutt’altro che verdissima, anche nel ciclismo professionistico, in questa fase di rapidi cambiamenti, il ricambio generazionale ai più alti livelli sembra procedere a ritmi un po’ più lenti. Un ulteriore motivo di interesse, allora, viene dalla scoperta dei nuovi equilibri di forze che si creeranno dopo che l’attuale generazione di campioni avrà detto basta.


“Conceptual bicycle design inspired with love about Jordan brand” (Mikecycle).

 

CONTRAPPOSIZIONE 1: Idee di gioco agli antipodi

BASKET – Recentemente è stato pubblicata una rara intervista radiofonica in cui James Naismith, il professore canadese che decise di appendere due cesti di pesche ai lati opposti di una palestra coperta per permettere ai suoi studenti di esercitarsi in un gioco di squadra anche d’inverno, descrive come andò la prima partita di pallacanestro della storia. A quanto pare fu una specie di massacro: un tutti contro tutti infarcito di sgambetti, pugni e calci di ogni sorta.

Al netto dell’assenza quasi totale di regole, la cui definizione avrebbe permesso al gioco di evolversi in qualcosa di decisamente più raffinato, l’aneddoto funziona bene per descrivere lo spirito pionieristico del basket, che nacque come gioco didattico orientato a sviluppare la capacità di controllare il proprio corpo e quella di trovare il proprio posto nel campo.

CICLISMO – Si capisce immediatamente come questa impostazione sia antitetica rispetto a quella alla base dello sviluppo del ciclismo competitivo, che succede quando la bicicletta smette di essere solo sport e diventa anche gioco. La nascita delle grandi classiche di un giorno e – soprattutto – dei grandi giri a tappe, infatti, fu opera quasi sempre di giornalisti romantici che, a cavallo tra ‘800 e ‘900, si ingegnarono nell’ideazione di eventi capaci di attirare il pubblico più vasto possibile. Nessuna funzione didattica, evidentemente. Anzi, agli atleti venivano spesso richiesti sforzi indicibili, con il duplice obiettivo di esplorare i limiti della resistenza umana e di ottenere imprese grandiose da raccontare.

Insomma, nello stesso anno (il 1891) in cui a Springfield, Massachusetts, nasceva uno sport che sarebbe diventato manifesto di destrezza e potenza, bello da vedere e ancor più da praticare, al di qua dell’Atlantico si correva la prima Bordeaux-Parigi, prototipo di un ciclismo che si affacciava fuori dai velodromi e che qualche decennio dopo sarebbe stato definito eroico, emblema di un’Europa dallo spirito bollente come non mai.

 

CONTRAPPOSIZIONE 2: Modernità vs Anacronismo

Conseguenza della netta distinzione di cui sopra, la storia successiva dei due sport, pur smussando gli angoli delle origini ha condotto basket e ciclismo verso lidi di senso ben differenziati ancora oggi.

BASKET – Il primo è lo sport moderno per eccellenza. Globalizzato, ben venduto, rapido e urbano, il basket viaggia alla stessa velocità della società in cui viviamo. Il basket è la grande città, gli aerei supersonici, le notti illuminate, un colpo di fulmine, l’hip-hop, gli highlights esplosivi, un salto sulla sedia, la Bud in lattina. Il basket è il mondo digitale, è un videogioco pazzesco, è il sogno americano, è tutto e subito.

CICLISMO – Il ciclismo, all’altro estremo, è un anacronismo sorprendentemente resistente. Il ciclismo è il jazz, la diretta-fiume alle due di pomeriggio, è il paesino di montagna, è un corteggiamento estenuante, è il tempo analogico, è l’ultima follia dell’uomo, è il divano e la peroni da tre quarti. Il ciclismo trova la sua ragione essere nella concretezza sempre attuale della bicicletta e nell’apparente banalità del pedalare; il ciclismo si nutre della perenne uguaglianza della sofferenza e trova senso nelle stesse, sorprendenti dinamiche che inducono i romanzieri moderni a scrivere libri più lunghi.

Mentre la pallacanestro parla la stessa lingua del mondo che racconta, il ciclismo richiede una fase preliminare di decodificazione. L’idea è che questo sia un ottimo momento storico per fare un investimento del genere, cioè per concedere allo sport delle biciclette una ragionevole dose di tempo e di energia: non sono mai state così alte le probabilità che il ciclismo in cambio possa restituire, appieno e in modo affidabile, la sua parte di verità sul mondo; una risposta totalmente diversa, ma del tutto complementare, rispetto a quella già fornita con successo dal basket.

In definitiva i due sport, immaginati alla fine del 2016, appaiono tessere di forma e colore diversi che possono incastrarsi e fare chiarezza nel puzzle intricatissimo che è la contemporaneità. Dopotutto, seguire la traiettoria della palla a spicchi per intuire dove rimbalzerà, o scrutare oltre il tornante successivo per capire se la salita sta finendo, sono azioni che richiedono lo stesso tipo di esercizio: tocca comunque alzare lo sguardo e allargare la prospettiva.



La prima versione di questo articolo è stata pubblicata il 5 gennaio 2016 su Crampi Sportivi.

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