Una somma di piccole cose

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Mancano cinque tappe alla fine del Tour 2016 e Chris Froome dichiara che, nel corso dell’imminente giorno di riposo, potrebbe addirittura concedersi una pausa caffè. L’indomani, Simon Geschke della Giant-Alpecin si fa fotografare su Twitter con una birra in mano, scrive ironicamente «pausa caffè del giorno di riposo» e menziona nel tweet lo stesso Froome. Il britannico, dopo appena un quarto d’ora, risponde: «Penso di essere nella squadra sbagliata», scrive, allegando una faccina che piange dal ridere.

Froome non era affatto nella squadra sbagliata. In una potenziale classifica delle ragioni del suo terzo successo francese, l’apporto del Team Sky figurerebbe al primissimo posto, tant'è che meno di un mese dopo, parlando della gara olimpica, Chris avrebbe dichiarato di non amare le corse che non possono essere controllate usando la propria squadra.

La solidità degli inglesi, capaci di rimanere in quattro o cinque in un selezionato gruppetto comprendente i migliori venti scalatori in gara, ha reso inattaccabile il capitano: scattare mentre gente come Wout Poels e Mikel Nieve scandisce il ritmo in testa al gruppo significa rimbalzare indietro – e poi staccarsi – molto presto.

 

Migliorare dove occorre - L’unica, vera pratica da sbrigare nel Tour 2016, per Froome, è apparsa da subito la conquista della maglia gialla; la successiva difesa della stessa non sarebbe stata un problema. Il problema - sì, per gli avversari - è che, nella pianificazione dell’assalto al primato, la filosofia del team Sky (i celeberrimi “marginal gains”) e le caratteristiche caratteriali del kenyano bianco (ossessivo nella ricerca della perfezione) stanno producendo frutti via via più inarrivabili: Chris Froome migliora esattamente dove deve migliorare, e lo fa sorprendendo.

Sembra insicuro in discesa? Ecco che stacca tutti venendo giù dal Peyresourde, divertendosi come un bambino (l’ha detto lui). Storicamente gli mancano un po’ di forze durante la terza settimana di corsa? Ecco che modifica la preparazione in modo da mantenere un rendimento più costante. Una sorta di machine learning, direbbe qualcuno. Piaccia o meno, osservare un nuovo passaggio dell’evoluzione sportiva di Chris Froome sta diventando il motivo di principale interesse dei Tour de France di questi anni.

La sfida lanciata da Froome al ciclismo moderno è quella di provare a rendere spettacolare un approccio che, teoricamente, tende a concedere molto poco alle fantasie del pubblico: vincere per mezzo del controllo e della programmazione. 

 

Peculiare follia - Questo perché Froome aggiunge una dose di follia – la sua peculiare follia, che è fondamentalmente un’insana voglia di vincere – nel contesto tutt’altro che folle che è il modo di intendere la competizione ciclistica da parte del Team Sky. Estremamente significativo è il fatto che, per conquistare il suo terzo Tour, Froome abbia deciso di prendersi il primato colorando il prevedibile di imprevedibile, sfidando il caso – nemico giurato della programmazione – sul suo terreno preferito, attaccando in uno dei pochi spazi del ciclismo in cui estro e alea hanno ancora l’ultima parola: la discesa.

Poco importa, dal punto di vista del risultato finale, che Froome abbia attaccato in discesa più per cogliere astutamente un’opportunità che per il gusto di fornire uno show fine a se stesso. Io sono venuto per vincere; voi accontentatevi di godere dei modi diversi con cui sono in grado di farlo.

A tutto questo bisogna sommare la superiorità nei confronti individuali, quando l’apporto della squadra conta meno: Froome in salita non si stacca mai, a cronometro è più forte di tutti e, al Tour, è sembrato pure incredibilmente lesto nelle tappe tecnicamente insidiose, come ad esempio quelle esposte al vento. 

Pur mostrandosi, nel complesso, meno devastante rispetto alle edizioni 2013 e 2015 (pochissime frullate, nessun distacco abissale: nel 2016 primo e decimo della generale hanno terminato con appena 10 minuti di differenza, lo stesso distacco che nel 2015 separava primo e quinto), il terzo Froome francese è apparso altrettanto dominante per sicurezza, solidità, atteggiamento.

In un paio di occasioni – su tutte la finta di attacco salendo verso il Grand Colombier - ha quasi scherzato con gli avversari. Le speranze dei rivali, irretiti da cotanta dominazione, hanno albergato essenzialmente negli imprevisti. Ma anche qui, solo cattive notizie per i detrattori di Froome: Chris ha superato brillantemente sia l’episodio incredibile del Mont Ventoux che la caduta rovinosa scendendo dalla Côte de Domancy.

 

Di che pasta sono fatti i nemici? - Insomma, per aggiungere sfumature diverse al grigio quadro che racconta di un Froome che vince i suoi Tour de France con facilità sempre crescente, serve altro. L’ultima Vuelta a España ha dimostrato che, se esistono delle crepe nella corazza di invincibilità del britannico, queste possono essere aperte solo da avversari fantasiosi, propensi al rischio, tutt’altro che remissivi. La tappa con l'arrivo a Formigal, quella dell’all in di Contador e Quintana a 110 km dal traguardo, è il paradigma dell’ultima, grande vulnerabilità che Froome non ha ancora risolto, e che forse mai risolverà del tutto: isolato e sorpreso, attaccato da lontano e provocato, anche Chris può cedere.

Se ne sono accorti, tra gli altri, anche gli organizzatori del Tour de France, che hanno disegnato l’edizione 2017 limitando il più possibile il terreno che tradizionalmente esalta Froome (cronometro, salite secche) e disseminando invece il percorso di tappe perfette per imboscate e colpi di mano. La speranza è che, tra la tappa di Foix e quella di Le Puy-en-Velay, possa venir fuori una sorta di Formigal che dia respiro (e spettacolo) alla corsa a tappe francese, che è sempre la più importante, ma da qualche tempo anche la più noiosa, dell’anno.

In un’intervista rilasciata il giorno della presentazione della Grande Boucle 2017, Froome non ha esitato a indicare ancora una volta il Tour come l’obiettivo primario della stagione, un obiettivo che richiede dedizione totale e analisi approfondita delle proprie debolezze, facendo intendere che il suo ventilato ritorno al Giro d’Italia sarebbe stato quantomeno rinviato. Ebbene, non è detto che sia così.

 

100 Giri, 3 motivi - Il 24 ottobre, per mezzo del suo account Twitter, Froome ha fatto gli occhi dolci e inviato cuoricini in direzione Alghero. Qualche giorno dopo, in occasione del Criterium di Saitama, pur definendola "improbabile", non ha escluso del tutto l'ipotesi-Giro. Evidentemente il tracciato del Giro numero 100, duro e con molti chilometri contro il tempo (quasi 70: netta controtendenza), gli piace mica poco. E, a guardar bene, un’eventuale presenza al via del Giro numero 100 potrebbe essere più che un wishful thinking, e giovargli in almeno tre direzioni (quelli di VeloNews ne hanno trovate addirittura ventuno, noi siamo più sintetici).

1) Cancellerebbe l’onta della squalifica del 2010: ad oggi, il ricordo più recente di Froome sulle strade italiane è quello di un allampanato corridore in maglia Barloworld che si fa trainare da una moto sulle rampe del Mortirolo, non il massimo per colui che è già uno degli specialisti da Grandi Giri più vincenti della nostra epoca;

2) Gli offrirebbe la possibilità concreta di lottare per la doppietta Giro-Tour, una specie di Sacro Graal del ciclismo contemporaneo. Il secondo posto alla Vuelta 2016, infatti, conquistato un mese dopo aver dominato il Tour e non evolutosi in vittoria per colpa dell'etapon di cui sopra, suggerisce che Froome, all’apice della sua maturità atletica, possa realmente essere competitivo in due GT consecutivi: un suo tentativo, oggi, sembra decisamente più realizzabile di quello di Alberto Contador nel 2015. Inoltre, la scelta di Froome di correre Giro e Tour potrebbe innescare un’interessante reazione a catena, con Nibali, Contador e soprattutto Quintana già tentati dall’idea di poter battere l’inglese in almeno una delle due occasioni o, quantomeno, di dimostrare di non essergli da meno in fatto di ambizioni e tensione epica.

3) Insieme al rafforzamento della sua immagine pubblica seguito alle rivelazioni sui TUEs (a differenza di quanto accaduto con Wiggins, non è emersa alcuna zona d’ombra intorno alle pratiche di Froome), un tentativo di double garantirebbe a Froome un boost niente male a livello di affetto dei tifosi. Non è un mistero che Chris soffra molto per la cronica carenza di amore nei suoi confronti. Non riesce a spiegarsela, vorrebbe che le cose cambiassero.

 

L'importanza di farsi benvolere - L’ultimo, ma non meno significativo, elemento di novità apportato dal Tour 2016 è proprio il fatto che l’ex Mr. Robot sta lentamente riuscendo a far passare l’esigente pubblico del ciclismo da un tiepido rispetto a una più calda ammirazione nei suoi confronti. L’attacco più deciso del suo terzo Tour, Chris Froome l’ha sferrato sui Campi Elisi, con un discorso da tiranno illuminato: “Vive le Tour, Vive la France!”, ha concluso in mezzo ad applausi sempre più convinti.

Quando molti analisti ritenevano terminata almeno per un bel po' l’epoca dei Tour de France dominati consecutivamente da un solo protagonista, eccoci ad affrontare la realtà del regno di Chris Froome che, Giro o non Giro, appare destinato a una discreta longevità. Se è ancora piuttosto forzato affermare che Froome sia il meglio assoluto che potesse capitare al nuovo ciclismo, di sicuro le sue caratteristiche atletiche e umane lo rendono il campione più efficace di quest’epoca di transizione dello sport a due ruote.

La voracità e l’attitudine del britannico d’Africa si sono insinuate alla perfezione tra le pieghe di un ciclismo che segue regole di approccio teorico e condotta pratica evidentemente diverse rispetto a quelle che lo definivano anche solo dieci anni fa. Certo, l’idea di ciclismo che hanno Chris Froome e il Team Sky, tanto funzionale quanto aliena alla storia, non è l’unica via possibile. Il “partito della noia” in maglia nero-blu può essere mandato in crisi, sì, da necessari adeguamenti delle regole del gioco, ma, soprattutto, dal sorgere di qualche “leader dell’opposizione” all’altezza. 

Nell’attesa, tocca continuare a nutrirsi della fame insaziabile di un 31enne che tra un Tour e l’altro impara a lanciarsi in discesa a 90 all’ora, noncurante dei rischi e della famiglia, con il solo scopo di guadagnare una manciata di secondi in una corsa di biciclette che desidera vincere più di qualsiasi altra cosa al mondo. In fin dei conti, non è poi uno spettacolo così deprecabile. 

 

La prima versione di questo articolo è stata pubblicata (in forma parzialmente differente) all'interno di "Se qualcuno viene mi fa piacere", il libro dedicato da Bidon al Tour de France 2016. Maggiori info cliccando QUI.

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