Basta solo accettare tutto

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    Fondatore di Inkorsivo.com, scrittore, discesista mancato

A Zdeněk Štybar la Parigi-Roubaix non l'ha mai convinto più di tanto: «Meglio il Fiandre, è più adatto alle mie caratteristiche», diceva. «La Roubaix la proverò, ma non credo di poter essere protagonista».

Era il 2013 e Štybar su quel pavé non ci aveva ancora mai pedalato. Da allora, sulle pietre di Roubaix ha concluso quattro volte su cinque nei primi 6; due volte al 2° posto (2015 e 2017). Una progressione continua, interrotta solo da un virus nell'edizione 2016.

Ma quando fai parte del Wolf Pack, i lupi da classiche della Quick-Step, questi risultati non bastano a farti eleggere capitano del branco. Fino alla scorsa stagione c'era - indiscutibile - Tom Boonen; ora ci sono Philippe Gilbert con il suo folle sogno, Niki Terpstra che un cubetto di pavé l'ha già sollevato e, come se non bastasse, persino Yves Lampaert, che da un annetto si è messo in testa di cominciare a vincere.

Štybar, a dire il vero, a quest'affollamento c'è abituato e non lo soffre, anzi. Sa infatti che se dovesse essere lui il corridore in testa sul tratto di pavé di Hem, il penultimo, i suoi compagni romperebbero ogni tentativo di inseguimento del gruppo, proprio come farebbe lui per loro. Quello che preoccupa Štybar non è neanche la concorrenza degli avversari: sa come si vince contro i migliori, lo ha sempre fatto, sia in un circuito di ciclocross che in una corsa in linea. Ha battuto corridori come Sven Nys e Peter Sagan, per dire.

Quello che preoccua Štybar è una di quelle cose che sfugge al suo arbitrio e proprio per questo la rende un'incognita ancora più frustrante: il caso.

«Delle cinque edizioni che ho corso avrei potuto vincerne quattro: ho solo bisogno di un po' di fortuna». Difficile dargli torto, visto che le sue esperienze alla Roubaix sono una sorta di compendio a tutto quello che può frapporsi tra un corridore e la vittoria di una corsa.

Nel 2013 ha centrato in pieno uno spettatore sul Carrefour de l'Arbre. Nel 2014 la sorte gli mise davanti un compagno, Terpstra, che anticipò la volata e anche le velleità del ceco. Nel 2015 ad accompagnarlo dentro al velodromo c'era l'unico velocista del gruppo in grado di digerire il pavè di Roubaix, John Degenkolb. Nel 2016 il virus. Nel 2017 un altro spettatore che, pochi metri prima che la volata partisse, rischiò di farlo cadere dalla bicicletta.

Tuttavia forse è proprio per questa imprevedibilità che la Parigi-Roubaix riesce così bene a Štybar. Perché è un po' come nel ciclocross: sai come parti, ma difficilmente potrai dire in quali condizioni e, soprattutto, se arriverai. Del resto, come dice Marc Madiot, “la Roubaix è una corsa in cui bisogna accettare tutto”. 
I corridori si limitano a consegnarsi a quel giudice arbitrario che è il pavé per poi aspettarne la sentenza.

 

Il fango

A Zdeněk Štybar, a dire il vero, anche il fango l'ha sempre convinto poco. Sembra un paradosso per uno che ha vinto tre mondiali di ciclocross, che è nato nell'entroterra ceco e ha deciso di sposarsi e vivere in Belgio, dalla regione delle birre plzeň a quella delle tripel. Eppure lui ama “correre con il sole e il terreno asciutto”, altro che fango.

A guidare la carriera di Štybar, allora, pare esserci una sorta di machiavellico sadismo che l'ha portato verso ciò che il suo istinto guarderebbe con naturale sospetto. Echi e discordanze, riflessi e storture in cui è difficile raccapezzarsi. Un po' come guardare il proprio riflesso in una pozza di fango: non un'immagine uniforme, ma una serie di schegge da ricomporre per poterle rendere coerenti. Un intreccio sclerotico di infortuni, vittorie, gare e coincidenze.

La Roubaix del 2013, per esempio, quella in cui il talento su strada di Štybar venne certificato, lo costrinse pochi giorni dopo la sua conclusione a un'operazione al ginocchio. E poi la maledizione di Ardooie, innocua cittadina belga in cui è riuscito ad infortunarsi due volte di seguito a pochi mesi di distanza, prima all'Eneco Tour 2014 e poi, qualche mese più tardi, durante una prova di ciclocross.

Ma se l'impatto col fango gli comportò solo una lesione ai legamenti della spalla, quello sul cemento fu ben più coreografico. La bicicletta si lanciò in aria portandosi dietro Štybar, che riatterò di faccia sull'asfalto finendo la sua corsa contro le transenne. Ci rimise gli incisivi.

Da quella stagione suo padre lo segue in gara dopo aver ingerito un paio di ansiolitici, non si sa mai.

 

Denti bianchi

Non è dato sapere se il padre di Štybar fosse imbottito di tranquillanti anche durante il Giro delle Fiandre del 2015. Erano passati solo pochi mesi da quando l'asfalto di Ardooie aveva regalato a Štybar una forzata dentiera. Forse la colla non faceva abbastanza presa, forse Štybar aveva risparmiato affidandosi a a un dentista poco pratico, o magari fu solo colpa del caso, fatto sta che le pietre dei muri delle Fiandre gli fecero saltare le protesi. Gli incisivi gli caddero di nuovo, lasciando un cratere a separare i canini.

Štybar senior vide arrivare il figlio al traguardo con un mezzo sorriso vuoto, inebetito dalla fatica e dal dolore, invecchiato di cinquant'anni come un boxeur abbattuto. «È stato l'inferno in terra, non ho mai sofferto così tanto».

Che sia per questa capacità di incassare come un pugile che Štybar rende così bene alla Roubaix? A 40 all'ora le vibrazioni prodotte dal pavé producono delle punture continue, dei jab che colpiscono i reni, la nuca, le mani, le dita e la stessa circolazione sanguigna dei corridori. In tanti non reggono e si lasciano cadere al tappeto. Bisogna essere pugili più che ciclisti per arrivare in fondo alla Roubaix e per cercare di farlo prima degli altri. 

«Se uno è più bravo a soffrire è anche più probabile che sia un ciclista migliore, laggiù», ha detto una volta David Millar. E se c'è da rimetterci qualche dente, pazienza.

 

Nel romanzo d'esordio della scrittrice inglese Zadie Smith, Denti Bianchi, uno dei principali protagonisti è Clara Bowden, una donna bellissima, sensuale, potente, con un solo difetto, ma ben visibile: le mancano del tutto i denti superiori.

Come Štybar, Clara li ha persi per una caduta, anche se in scooter; come Štybar, Clara di solito porta una dentiera; come Štybar, Clara non vive nel suo paese d'origine; come Štybar, Clara ha radici estirpate, contorte, aggrovigliate.

Ma a differenza di Štybar, Clara non deve sobbalzare sulle pietre di Roubaix. Eppure, durante una festa per celebrare una possibile apocalisse, Zadie Smith le fa pronunciare le parole che potrebbero benissimo uscire dalla bocca svuotata di Štybar alla fine dell'Inferno del Nord: «Non credo che il Signore se ne avrà a male se non ho più i denti, del resto è la fine del mondo!».

 

 

 

 

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