Al bar del Poggio

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Sono trascorsi 60 anni da quando la Milano-Sanremo ha deciso di svoltare a destra un'ultima volta, prima di entrare in città, trovando nel Poggio il suo momento di massima fibrillazione. Un'ascesa breve che si conosce a menadito, ma che, come un passo alpino, non conduce sino in vetta. Oltre l'ultima curva c'è ancora una collinetta brulla che si innalza per qualche manciata di metri: la chiamano Monte Calvo, il nome che ha ispirato Valeria, quando nel 2004 ha aperto il bar del Poggio.

Per 364 giorni l'anno, il Bar Monte Calvo è un posto assai tranquillo. Ma nel giorno della Sanremo il personale raddoppia e sono straordinari per tutti, dall'alba al tramonto, senza pause. Tanto che anche le tre bariste osservano una settimana di ritiro pre-gara: dieta rigida e a letto presto. Tutto per un transito di pochi secondi tra i primi, qualche minuto di attesa per gli ultimi, una giornata intera per chi fa spola tra bancone e transenna. Abitanti locali, tifosi, persino qualche ex corridore. Una volta fu Moser ad affacciarsi: cercava un bagno. Una decina di anni fa fu Zabel: si fermò per un caffé e ammise di essere proprio lui, l'ultimo Mister Sanremo. Oggi la sua foto con le bariste è appesa all'ingresso.

Il via-vai si ripete anche in questa stagione, in cui il pubblico è forzatamente meno numeroso, «ma di solito non fa così caldo», osserva inappuntabile un anziano, prima di ordinarne un'altra. Al Bar Monte Calvo l'offerta di birre è ampia, ma in queste giornate le marche si riducono a due: più fresca o meno fresca. Perché anche senza l'assalto di pubblico, verso il frigo si susseguono più scatti che in corsa, e raccolgono lo stesso distanziato entusiasmo in sala. Forse l'attacco di un italiano avrebbe smosso un po' di più, ma come fa notare un altro avventore «gli italiani sono tutti qua», e indica la sala davanti alla televisione, invero ben più internazionale di quanto si immagini.

In realtà, gli scatti sul Poggio non sono seguiti da boati in sala perché quando la testa della corsa svolta imbocca la salita il bar si svuota: tutti fuori, alla curva. L'attacco di Alaphilippe non l'ha visto nessuno. Qualcuno rientra per vedere l'arrivo, ma i più incitano gli ultimi, inforcano le bici e se ne vanno, sazi di una giornata in cui il risultato conta proprio poco. «Per noi questa è la festa del paese. Una volta qui c'erano le serre e i fiori, ora ci rimane la Sanremo e oggi sono tutti a grigliare, nelle case e sui balconi. Noi siamo qui a lavorare, ma festeggiamo così». Una festa che quest'anno rischiava di saltare e invece è tornata, seppur meno affollata e fuori stagione. Ma con la consapevolezza che per la prossima manca molto meno del solito, solo sei mesi e sarà di nuovo primavera: gli abitanti di Poggio riaccenderanno le griglie e gli abitanti del mondo saranno al Monte Calvo, birra in mano e sguardo al televisore. Ma solo fino all'inizio della salita, poi tutti fuori.

 

 

 

 

 

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