[Bergen2017] Allegro furioso

Nessuno sa chi apparirà per primo dalla svolta di Bontelabo, un curvone a sinistra ed ecco il porto di Bergen, l’arrivo della corsa un po’ più là. A tre e mezzo dall’arrivo c’era in testa Alaphilippe, da solo, si era scrollato di dosso l’indisciplinata brama di Moscon con un’accelerata irresistibile, sembrava potesse anche farcela, ma poi le immagini sono sfumate e adesso chi lo sa, sullo schermo c’è la torre di Rosenkrantz e un mare, o sarebbe meglio dire un fiordo, di tifosi. Neppure loro hanno idea di cosa stia succedendo in gara, andare a vedere una corsa sulle strade è un esercizio d’astrazione, d’altra parte, è immaginarsi per ore una trama che si risolve in un minuto. È raccontarsi una storia per il gusto dell’intrattenimento, è la vibrazione vichinga nell’attesa dell’inconosciuto, di scoprire cosa c’è oltre questa costa strappata a morsi dai ghiacciai di un tempo, se l’Islanda è davvero così inospitale e se la Groenlandia esiste sul serio, e cosa è successo prima della curva, se Alaphilippe è ancora in testa, e che fine ha fatto Kristoff. A tre e mezzo dall’arrivo non si sa più nulla, il mondiale norvegese ha azzerato il vantaggio di chi guarda la tv, stare in panciolle sul divano ha lo stessissimo valore di attendere al vento dopo la svolta di Bontelabo. Poi appare il gruppo.

Trenta corridori sfrecciano sul lungofiordo di Bryggen, da un lato il fisketorget e dall’altro le case in legno della vecchia banchina, i commercianti si facevano arrivare lo stoccafisso dalle Lofoten, lì piove di meno e i merluzzi essiccano alla perfezione. Il pesce a Bergen è così importante che gli organizzatori del Mondiale, quando si sono riuniti per battezzare la salitella senza nome di metà circuito, l’hanno chiamata Salmon Hill, immaginavano per lei un ruolo decisivo, tuttavia Salmon Hill non ha deciso nulla. L’aria è salata di porto e di gruppo lanciato verso il traguardo, in mezzo al banco in risalita spunta Sagan. In un arrivo così, lui è un’orca e i suoi avversari foche sugli scogli, lui provoca un’onda e quelle scivolano il mare, hanno il destino segnato. Lo si vede per la prima volta a mezzo chilometro dalla fine, poi di nuovo sul podio, dove ha lo sguardo soddisfatto dell’uomo che passa per fuorilegge ma si fa sedurre dall'amore, che ha raggiunto la meta al termine di un lungo viaggio. Quell’uomo forse è Peer Gynt, l'antieroe del poema di Ibsen, una storia di viaggio scritta in viaggio, messa in scena grazie alla musica di Grieg, il grande compositore di Bergen che spronato da Ibsen realizzò il suo capolavoro: una partitura travolgente, destinata a sopravvivere nella Storia e ad infilarsi in studi, cartoni animati e film. La sua forza, la semplicità.

Quando Peter Sagan vince le corse in bicicletta, fa apparire tutto drammaticamente facile. Lo fa con un sorriso scanzonato e una potenza irreale. È caduto in una primavera di sconfitte brucianti, è stato espulso da un Tour de France che avrebbe voluto esaltare, poi si è tagliato i capelli, si è rialzato ed è rientrato in porto. Lo muove la stessa ambizione di Peer Gynt, diventare imperatore del mondo, e ne condivide la stessa reputazione di perdigiorno. Sagan compone a Bergen uno spartito di semplicità e la sublima in una dedica affettuosa. Lo fa al termine di una corsa che tracima nel mistero, destinata al racconto orale, come una saga. La sua sinfonia culmina con un allegro furioso, è concretissima ma travolgente. Dicono che con questo suo terzo mondiale di fila sia entrato nella Storia, ma la Storia la cambiano gli eroi, non i ciclisti, come fa notare il nuovo campione del mondo, che poi è il vecchio campione del mondo. Sagan si chiede da tempo perché così tante persone continuino a guardare il ciclismo: torna a vincere, festeggia con un salto di gioia contagiosa. Risposta esatta.

 

 

 

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