[Bergen2017] La lingua universale del ciclismo

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

La fuga partì una sera di settembre di due anni fa, ma senza bicicletta, quella l’aveva venduta già da qualche settimana. Era in carbonio, di ottima fattura, forse valeva anche di più di quanto non gli avessero pagato, ma 3000 dollari sarebbero bastati ad arrivare in Europa. Autobus fino a Beirut, traghetto per la Turchia, gommone per la Grecia, poi tutto quello che sarebbe servito per raggiungere la Germania.

Il piano di Nazir Jaser, ciclista professionista, due volte campione nazionale siriano, era un attacco da lontano studiato nei dettagli, in segreto, con alcuni compagni di squadra in un ristorante di Damasco. Negli ultimi mesi anche l’ultimo tratto di strada buono per allenarsi, 40 km fino al confine col Libano, era diventato troppo pericoloso, posti di blocco ovunque, una volta per evitare un missile si erano dovuti riparare bici al seguito in un argine. Rimanere in Siria, per Jaser, non era più un’opzione, a meno che non avesse accettato la chiamata dell’esercito. “Ma io non volevo uccidere nessuno”, dice. “Io volevo solo andare in bicicletta”. Jaser pedala da quando ha 4 anni, viene da una famiglia piccolo borghese di Aleppo, suo padre ha esportato scarpe fino al giorno in cui è morto, allora Jaser, 14 anni, ha lasciato la scuola e ha cominciato a lavorare nel tessile: sarto per dodici ore al giorno, poi ciclista, molto veloce, ha vinto subito alcune gare ed è entrato nel giro della nazionale.

La prima cosa che fa a Berlino, alla fine della fuga, è scattare una foto alla torre della tv, la manda a madre e fratelli per dire loro che è arrivato e che sta bene; la sua famiglia adesso è divisa tra Giordania, Egitto e Arabia Saudita, la vecchia casa di Aleppo è un rudere. La seconda cosa che fa è cercare su Google un velodromo. Lo trova, si presenta con tre suoi amici ogni settimana, li accoglie Frank Röglin, un ex-dilettante dubbioso sull’apertura delle frontiere ma null’affatto scettico riguardo il valore dello sport. I siriani pedalano forte, Röglin diventa in breve tempo loro mentore e preparatore, gli trova uno sponsor e una bici, li iscrive a corsi di tedesco e a corse locali, ne vincono qualcuna.

Nazir Jaser è tornato così ad essere un ciclista, anche se al termine del suo secondo ciclo di lezioni di tedesco dovrà trovare un lavoro vero per rimanere in Germania, ed è quello che intende fare. Nel frattempo, a 29 anni, è stato selezionato per il secondo Mondiale della sua carriera. Ieri mattina si è presentato al quartier corsa di Bergen con la divisa di Firenze 2013, dopo averla conservata per quattro anni l’ha mostrata a Cyclingnews. In foto con lui c’è il compagno di nazionale Ahmad Badreddin, i due si conoscono da sempre ma non si vedevano da anni, uno fuggito in Germania, l’altro in Svizzera. “Il ciclismo ci ha dato una nuova vita e ora ci ha riuniti”, ha detto Ahmad. “Perché qui contano le gambe, sono la lingua universale del ciclismo”.

 

 

 

 

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