L'attesa

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

In molti cercavano riparo sotto i bei portici che, qualche metro più in là, arrivano fino in cima al Monte. Altri bevevano spritz in uno dei bar della piazzetta. Qualcuno di quelli arrivati in bici trovava riparo dentro il Santuario: era stato un tempietto dedicato a Diana, poi diventò la chiesa della Vergine che aveva protetto Vicenza dalla peste; ci lavorò anche il Palladio. Trattasi insomma di un ottimo luogo per mostrarti riconoscente se in una giornata di pioggia battente rimani in sella, integro, nonostante l'asfalto scivoloso.

Poi c'erano quelli che, un attimo dopo l’arrivo, si erano fiondati nella zona del podio, nella vana speranza di farsi autografare da Gilbert o Contador cappellini che un’auto pubblicitaria aveva sparpagliato mezz’ora prima lungo il Monte Berico. Il gruppettino di cinesi accanto a me, invece, non sarebbe andato da nessuna parte. Sarebbero rimasti lì, con gli ombrelli rossi e gli Xiaomi in mano, finché il loro idolo non fosse passato da quella curva, a quattrocento metri dal traguardo della Imola-Vicenza, 12a tappa del Giro d'Italia 2015.

Il loro idolo era - ed è - Ji Cheng, e il problema è che in genere lui di solito arriva con una ventina di minuti di ritardo rispetto ai primi del gruppo. Di più: in un Grande Giro, prima di Vicenza, non aveva mai terminato una singola tappa nelle prime cento posizioni. Quel giorno sembrava stesse andando particolarmente bene, però. A un certo punto era anche apparso in un'inquadratura di Rai Sport, ancora nel gruppo principale, in coda: i cinesi avevano esultato. Quel pomeriggio Cheng si sentiva a suo agio per via del freddo e della pioggia, dato che casa sua è a due passi dalla Siberia: ad Harbin, dov’è nato, sono famosi per il festival internazionale delle sculture di ghiaccio. La temperatura media di gennaio è -20 °C.

Classe 1987, Cheng è stato il primo cinese al via di una Vuelta (nel 2012), il primo al via di un Giro (nel 2013) e il primo al via di un Tour (nel 2014). Arrivando ultimo nella classifica generale del Giro d’Italia 2015, avrebbe ottenuto una incredibile tripletta di maglie nere nei Grandi Giri, essendo stato già una volta fanalino di coda in Spagna e in Francia.

Ma per i suoi tifosi e i suoi compagni di squadra, è sempre stata una statistica irrilevante: per loro, Cheng è semplicemente “l’ammazza-fughe”. Al Tour 2014 si era persino guadagnato i complimenti pubblici di capitan Kittel, su Twitter, dopo aver chiuso sui fuggitivi di giornata e aver propiziato la volata del tedesco.



Una sola vittoria in carriera, nel 2008, alla prima tappa del Giro del Mar Cinese Meridionale: "Presi la maglia di leader, avrei anche potuto conservarla fino alla fine. Ma in squadra eravamo solo in cinque, e otto giorni erano troppi". Film preferito e fonte di ispirazione: The taking of Tiger Moutain, una specie di incrocio tra Dove osano le aquile e The revenant, con una tigre in luogo dell’orso. Grande passione dopo il ciclismo, la buona cucina: "Quando arrivai in Europa non sapevo della chiusura settimanale dei negozi. Un giorno avevo voglia di prepararmi un bel pranzo, ma trovai tutto chiuso. Dovetti accontentarmi di patate".

Il pomeriggio di Vicenza, quasi un quarto d’ora dopo Philippe Gilbert, Ji Cheng arrivò finalmente alla nostra curva, si prese un mare di applausi e tirò dritto verso il Santuario. Quella tappa era stata la migliore della sua carriera: 95°. Avrebbe poi concluso il Giro 156°, lontano mezz'ora dalla maglia nera di Coledan. Ancora non sapeva che nell'edizione 2016 della corsa rosa si sarebbe superato: 90° nella cronoscalata dell'Alpe di Siusi, con un passaggio in testa alla tappa; addirittura 54° nella Bressanone-Andalo, il giorno dopo. Terz'ultimo nella generale a Torino, il triplete di maglie nere non l'avrebbe più completato.

Nella sua scheda, sul sito ufficiale della Giant-Alpecin, Ji Cheng dice di essere fiero di essere considerato un buon esempio dai suoi connazionali. Sullo stesso sito, nelle scorse ore, è apparso un comunicato che li rattristerà: Cheng si ritirerà al termine della stagione 2016, subito dopo il Tour of Hainan. Chiuderà i suoi dieci anni da pro' a casa sua, come desiderava. 

"Fisicamente mi sento ancora bene", riconosce. "Ma sto invecchiando e ho altri obiettivi nella vita. Sono diventato papà da poco, devo assumermi le mie responsabilità". Non abbandonerà del tutto il ciclismo, però: "Vorrei lavorare con i ragazzi più giovani, dalle mie parti molti hanno più talento di me". Rudi Kemna, uno dei suoi direttori sportivi, è sicuro: "Era uno dei corridori più operosi e rispettati della squadra. Ci mancherà". 

Mancherà soprattutto a un miliardo e passa di cinesi che usano regolarmente la bicicletta, per i quali Ji Cheng è stato molto più che un esempio. Un eroe, secondo molti. “Ma quale eroe, io ho sempre e solo fatto il mio lavoro.”

 



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