All'ombra del torracchione - un caffè con Chris Froome

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

La prima cosa che si nota avvicinandosi a Montecarlo, in quella giungla di cemento e acciaio che fa a cazzotti col mare, è un'altissima torre uncinata blu. La seconda cosa, all'ingresso in città, è il traffico. Strano paradosso: qui tutti hanno i mezzi per vivere nell'agio, ma non fanno altro che replicare le stesse soffocanti dinamiche della vita quotidiana, solo più in grande. Chris Froome abita in quella torre uncinata, insieme a una decina di compagni di squadra, alla moglie e al figlio Kellan; del gatto Coco non si hanno più notizie, e non ho fatto in tempo a chiedergli aggiornamenti. Non so a quale altezza stia l'appartamento dei Froomes, so soltanto che è pieno di leoncini del Tour de France, come lui stesso mi conferma: sono praticamente ovunque. Ci accoglie al primo piano, altezza più umana, e la prima cosa che fa è chiederci se vogliamo un caffè. Certo che lo voglio, con la sveglia che è suonata quattro ore prima del solito per arrivare in tempo, ma soprattutto quando mi ricapita uno che ha vinto quattro Tour che si mette a farmi il caffè. Poco importa che faccia schifo, Montecarlo non è celebre per i suoi caffè, nemmeno quando escono da macchinette ormai standard in tutto il mondo.

Gli Sky non sono soli qui, basta farsi un giro in mattinata e si incontrano sempre un paio di professionisti, spinti qui da motivi fiscali e ambientali. Uno penserebbe che in quel traffico soffocante allenarsi sia un inferno, ma a detta di Froomey non lo è affatto. Si esce in bici direttamente dal retro del torracchione, poche pedalate e si sta salendo sulle montagne della Costa Azzurra. Ancora poche pedalate e si forma il peloton, perchè qui sono tutti rivali ma pur sempre vicini di casa, e le strade sono le stesse per tutti. Finchè si resta insieme, almeno, perchè poi capita che arrivi quello che va più forte, due settimane fa ad esempio era Gianni Moscon in trasferta monegasca, e ciao ciao gruppo, proprio come in corsa.

Mi chiedo sempre se in allenamento lo sguardo lo tengano sul misuratore di potenza o se si permettano di gettare almeno le pupille nel mare. Irraggiungibile, perchè di mezzo c'è sempre quel muro di auto, cemento e acciaio. E poi il riflesso del sole ti acceca, guai a pensare di essere ancora alla latitudine di Bergen. Non che ci sia il rischio di sbagliarsi, anche ad occhi chiusi basta aprire le orecchie. A Bergen Froome ha fatto solo le cronometro, nell'ascesa finale sul Fløyen dice che sembrava di essere sull'Alpe d'Huez. Ogni gruppo era un boato, bello finchè i boati dopo il suo passaggio non hanno cominciato a farsi troppo ravvicinati, qualcosa non tornava. Quel qualcosa era Tom Dumoulin. Al penultimo tornante ha controllato alle sue spalle dopo l'ennesima eco e ha intravisto un lampo arancione. Al che si è lanciato in una volata, quando si dice che il tifo non ti da' la spinta...

Uscendo da Montecarlo il torracchione non si vede più, di pubblico a incitarti neanche l'ombra, tuttalpiù la spinta è data dal desiderio di strade sgombre. Ci si perde facilmente, ma ogni svolta sbagliata ti spinge in dedali di tornanti che si avviluppano intorno alle autostrade senza mai intersecarle, dove può capitare di sbucare da una curva e trovarsi un serpente che attraversa la strada. Come una natura parassitaria, che si sfoga non appena ritrova lo spazio per respirare, e lo condivide con chi vuole pedalare. Quasi mi spiace che in una giornata così bella Froome non esca a pedalare, ma oggi resta nella torre, Kellan ha dormito tutta la notte e sarà più energico che mai, le bici parcheggiate in casa come i leoncini del Tour de France. Succede una volta all'anno.

 

 

 

 

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