Il cacciatore

Articolo pubblicato per la prima volta l'8 luglio 2016 al termine della 7a tappa del Tour de France, e poi incluso nella raccolta "Se qualcuno viene mi fa piacere".

 

Il suo viso era bello e allegro. I suoi occhi verdi e amorevoli. Era mite con tutti, ma nella sua ira non c’era perdono.

Potrebbe essere la short bio di Stephen Cummings, luccicante vincitore a Lac de Payolle, invece è quella di Gaston Fébus, trecentesco signore della Guascogna. Divenuto conte appena dodicenne, Gaston Fébus coltivò per tutta la vita il progetto di riunire sotto il suo possesso l’intera regione pirenaica, dall’Aquitania alla Linguadoca, passando per Arreau e il Castello di Mauvezin, la sua tenuta di caccia preferita.

Uccelli, stambecchi, cervi, pure qualche orso: Gaston non rientrava quasi mai da una battuta senza la sua preda.

Ancora adesso, nel mese di luglio, si trova qualche appassionato di arte venatoria a spasso per i Pirenei. Li chiamano "cacciatori di tappe", e da queste parti sovente gli tocca industriarsi il doppio.

Oggi ce n’erano più del solito a confondersi tra le abetaie: per ingannare l'attendismo dei grandi han pensato bene di attaccare in ventinove. Branco, più che gregge.

Tra loro, Steve Cummings, 35enne bello - più o meno - e allegro - di sicuro. Una volta eccelleva nell'inseguimento, col tempo ha scoperto che preferisce essere inseguito. Prima di oggi, il suo bottino stagionale si era rimpinguato alla Tirreno-Adriatico, ai Paesi Baschi e al Delfinato. Mica male come antipasto.

In un tratto ombroso che i locali chiamano Amazzonia, Cummings si è lasciato alle spalle boschi e branco e si è lanciato in discesa, senza perdono, sotto lo sguardo serafico di qualche capra pirenaica.

Un secolo fa, quando il Tour de France iniziò ad esplorare la regione, da queste parti zampettavano ancora i bucardos, gli stambecchi dei Pirenei, con le orecchie tese ad evitare di imbattersi in qualche avventuriero col fucile. Di sicuro avranno scambiato per cacciatori anche quegli uomini in bicicletta, rumorosi e sferraglianti su pendenze allora proibitive.

Settantuno scalate dell’Aspin dopo, i bucardos si sono estinti e la vecchia salita non fa più la differenza, ma le capre sono ancora là, e conoscono il Tour meglio di chiunque altro. Hanno imparato che è una migrazione di cui non c'è da aver paura, anzi: il rito porta chiasso e un po' di sporcizia, ma lascia sempre qualche spuntino avanzato, e mette in fuga i lupi per un po’.

Si racconta che Gaston Fébus fosse anche un grande musicista. Compose una canzone che è tuttora considerata l’inno dei popoli di lingua d’Oc; la si intona tenendosi le braccia sulle spalle e ondeggiando lentamente: “Abbassatevi montagne, alzatevi pianure, affinché io possa vedere dove sono i miei amori”. Le feste occitane, dopo il banchetto e le danze, terminano così nell’ardore del canto collettivo.

Chissà se la Dimension Data riserverà al mite Cummings una celebrazione del genere, stasera. Se la meriterebbe: Steve non rientra quasi mai da una battuta senza la sua preda. (FC-LP)

 

 

 

 

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