Fausto dopo Serse

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

1952 - FAUSTO DOPO SERSE

Fausto Coppi aveva dominato il suo quarto Giro d’Italia. Aveva trionfato a cronometro e in salita, lasciando Magni e Kübler, secondo e terzo della generale, lontani quasi dieci minuti. Era pure riuscito a evitare che Bartali vincesse il premio di miglior scalatore: nella penultima tappa aveva lanciato all’attacco il francese Geminiani, e quello aveva tolto al trentottenne rivale il primato della montagna. Quando lo intervistarono a Milano, il Campionissimo raccontò però che le cose non erano state poi così semplici. «Aspettavo che fisico e morale si mettessero d’accordo», dichiarò a La Stampa. «Dovevo capire se ero ancora in gamba o se avessi dovuto rassegnarmi». Perché Fausto, pochi mesi prima, voleva rassegnarsi per davvero.

Il 29 giugno del 1951, durante lo sprint finale del Giro del Piemonte, suo fratello Serse aveva infilato una ruota in un binario del tram, era caduto e aveva battuto violentemente la testa. Rialzatosi, era giunto al traguardo senza troppe difficoltà, ma in albergo le sue condizioni erano presto peggiorate. Poche ore dopo, Serse Coppi sarebbe morto di emorragia cerebrale. Aveva 28 anni.

Il rapporto simbiotico che legava i fratelli Coppi, diversissimi eppure inseparabili, era materia di gran dibattere tra i suiveurs del ciclismo. Serse era considerato l’unico professionista che non sapesse guidare una bicicletta: fu paragonato, per il suo stile, a una papera, o a una fisarmonica, e ci si chiedeva come fosse possibile che nelle sue vene scorresse lo stesso sangue che irrorava l’eleganza di Fausto.

Serse amava cantare e ballare, Fausto era taciturno. Serse aveva gli occhi dolci e buoni, Fausto lo sguardo inquieto. Serse era incurante della gloria, Fausto della mediocrità. Eppure, giù dalla bici, i due si confondevano, uno completava le frasi dell’altro. Montanelli cantò l’umiltà di Serse, che «non aveva rancore verso la sorte che faceva di lui un comprimario». Buzzati scrisse che «Serse era di Fausto il portafortuna, il genio benefico, il vivente talismano. Complici, dunque: tanto legati che l’uno senza l’altro non poteva vivere.

Dopo la morte di Serse, Fausto non mangiò per tre giorni. Voleva ritirarsi dalle competizioni, e il Tour del ’51 lo corse nell’ombra. Per questo, vincendo il Giro del 1952, disse che il regalo più bello di quell’edizione era stato l’aver scacciato via un po’ di paura. Un mese dopo Fausto vinse anche il suo secondo Tour de France, ma chi lo conosceva bene sapeva che senza Serse non sarebbe stato mai più lo stesso.

 

Estratto da il Centogiro - 99 storie (più una) dal Giro d'Italia (Ediciclo, 2017).

 

 

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