Cosa ci dice la stretta di mano tra Armstrong e Ullrich

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Armstrong è andato a trovare Ullrich e gli stringe la mano destra con vigore, una vena gli segna l’avambraccio a riprova dell’energia che sta mettendo nel gesto, l’impressione è che se si sfidassero a braccio di ferro Armstrong piegherebbe l’avversario senza troppa difficoltà: oggi Lance Armstrong batterebbe Jan Ullrich non soltanto in uno dei duelli a due ruote che li hanno introdotti al mondo vent’anni fa, ma persino in una sfida di forza bruta, in un tipo di confronto – quello fisico – in cui il secondo era sempre sembrato superiore al primo, una macchina da guerra prestata alla bicicletta, un carrarmato capace per qualche motivo di apparire del tutto a suo agio in sella a un mezzo che egli dava l’impressione di poter disintegrare ogni volta che avesse voluto, con una pedalata appena più violenta delle altre. 

E invece oggi Armstrong è molto più possente di Ullrich, i muscoli della parte superiore del suo corpo rendono estremamente aderente la t-shirt nera che ha addosso, una maglietta tirata qua e là dall’impeccabile stato di forma e da un paio di occhiali che pendono dal collo, occhiali trasparenti, da vista o forse da posa, quelli da sole sono al loro posto invece, aumentano il fascino del ciuffo brizzolato e riparano gli occhi dalla luce di agosto che inonda la clinica tedesca dove gli ex-rivali si sono incontrati, sullo sfondo si intravedono ombrelloni, sdraio e piscina, e due teste che emergono dall’acqua per nulla incuriosite dalla stretta di mano dei due, la mano diafana di Armstrong e quella lentigginosa di Ullrich, bracciali, anelli e qualche escoriazione, forse sono l’eredità dell’ultima folle uscita.

Ullrich ha bisogno d’aiuto, la sua esistenza è in crisi e il suo sorriso è appena accennato, le labbra inclinate dell’inclinazione dei malinconici e degli incongrui. Ullrich è inadeguato come l’abbinamento di colori di cappello, maglia e pantaloncini che ha scelto per questa foto, perché Armstrong ha cura di sé ma Ullrich molto meno, è sempre stato così e ancor di più adesso, il tempo galoppa e spazza la superficie degli uomini come un vento inferocito, una raffica che di essi svela l’essenza profonda, cosicché di Armstrong emerge netta la superiorità, la sua quasi estraneità rispetto al mondo, un mondo che egli è stato in grado di dominare e di beffare, il mondo poi si è preso la sua rivincita e purtuttavia non ha scalfito il suo carisma: Armstrong è incrollabile, e si allena ancora e commenta le corse, e supporta gli amici e vive la sua vita, e Ullrich nel frattempo si perde, si avvicina al mondo al punto di confondersi con le sue bassezze, forse è questo il motivo per cui è stato sempre più benvoluto del rivale: per le sue debolezze non nascoste, i suoi nei esposti al sole del Tour de France quanto e più del suo talento.

Armstrong celava e Ullrich esibiva, pochi esseri umani sono stati più diversi di Armstrong e Ullrich, che si respingevano e attraevano insieme nell’orbita malata del ciclismo che hanno vissuto, di un’epoca che non hanno scelto ma che hanno sposato, e che sabato scorso li ha fatti rincontrare. 

Armstrong è sempre Armstrong e Ullrich è sempre Aldrin, il secondo uomo sulla luna, a lungo tormentato da eventi infinitamente più grandi di sé, dall’aver passeggiato per qualche ora su una superficie magnifica, a gravità quasi nulla, e che però una volta ristabilita la giusta distanza è apparsa per quello che era: un pianeta di responsabilità e contraddizioni, di peccati e tribolazioni, i primi incidono sulle seconde e le seconde ingigantiscono i primi, ed è sempre più complicato tenere separate cause e conseguenze nel turbinio che le confonde, e da cui due giorni fa è emersa, vigorosa come un auspicio, una stretta di mano.

 

 

 

 

 

 

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