Il Gran Visir dell'utopia

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Nell'aridità del deserto e verso il lungolago umido. Tra placidi aranceti e su un circuito di formula uno. A 3000 chilometri da casa e in mezzo agli amici di sempre. Portandosi dietro Barbin e dando il cambio ad Atapuma. Cercando l'accordo con Zhupa e dividendosi la fatica con Maestri. I peli incanutiti del pizzetto di Marco Frapporti c'entrano coi suoi 33 anni, ma più probabilmente hanno a che fare col suo stile di vita in bicicletta. Il 20% del Giro l'ha passato col vento in faccia; cinque giorni su venti in esilio volontario. Dei 3500 in programma, 640 chilometri li ha trascorsi lontano dagli occhi (del gruppo), certo non dal cuore (della corsa).

«Perché la fuga è un piacere, prima che un dovere», dice il Gran Visir dell'Utopia del Giro 2018. La fuga è ricerca del riscatto: «Quando sei lì davanti cerchi finalmente di prenderti qualcosa di tuo». La fuga è ricompensa: «Un modo per essere ripagato per quello che fai per gli altri». E palcoscenico: «Per una volta sei tu il protagonista». Non sempre di una festa: «Fosse arrivata una vittoria sarei stato più contento». Ma di uno spettacolo che vale comunque la pena vivere: «Questo Giro mi fa sentire appagato».

Avrebbe voluto arrivare a 1000 chilometri totali in fuga, Frapporti. Se non c'è riuscito è perché nello schema a tenaglia della sua squadra esiste una componente di fortuna. «Ogni giorno partivamo con 5 corridori designati ad entrare nell'attacco», ci ha raccontato Gianni Savio, ds e guru dell'Androni. «In questo modo quando la prima fuga veniva ripresa, chi ci aveva provato aveva il tempo di rifiatare. Quindi toccava al secondo provarci, poi al terzo, poi al quarto e infine al quinto. E poi si ricominciava, così da dare a tutti la possibilità di prendere la fuga buona. Bisogna essere determinati, ma anche trovarsi al posto giusto nel momento giusto».

Così è nato il record dell'Androni: in tutte le 19 frazioni in linea del Giro, c'è stato almeno un biancorosso all'attacco. In alcuni casi anche due; nella tappa di Cervinia addirittura quattro. Una specie di follia possibile soltanto in una squadra senza gregari: «Nella mia squadra tutti sono allo stesso livello. Anche quando si tratta di venire a prendere le borracce, i ragazzi si alternano. Sanno come e quando farlo, decidono loro come organizzarsi».

Se l'Androni è la Democrazia Corinthiana del ciclismo, Marco Frapporti è il suo Sócrates. Frapporti e l'Androni, l'Androni e Frapporti. Stessa filosofia di vita e di corsa. Sei anni insieme e qualcun altro all'orizzonte. Nell'attesa di prendersi un altro po' di vento in faccia. Di battere altri record, se ci sarà modo. Di mostrare al mondo una divisa, una barba appena imbiancata e un tatuaggio. Quello sul braccio destro di Frapporti, un ideogramma cinese che gli ha fatto guadagnare non pochi commenti straniti: «In molti mi hanno detto che potrebbe esserci scritto di tutto. Però io ho verificato: è davvero il mio nome».

 

 

 

 

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