Alla prossima estate

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Ho scritto spesso di Chris Froome, ma mai con particolare trasporto. Parlare di Froome - Froome il corridore; l’uomo l’ho conosciuto finora soltanto attraverso i riflessi del corridore, ammesso che un uomo si possa conoscere attraverso qualche suo riflesso, o che si possa conoscere del tutto - ha sempre avuto per me il carico razionale del dovere più che quello emotivo del piacere. 

Tentare di trovare spiragli di avvicinabilità nella sua apparentemente inscalfibile corazza robotica. Provare a spiegare il fascino nascosto - a tratti molto ben nascosto - del suo modo di intendere le corse: rivoluzionario per alcuni, deprecabile per altri, di sicuro vincente. Ricercare il senso di continuare a guardare il Tour de France durante l’epoca del suo - quasi universalmente ritenuto inesaltante - dominio. Spulciare articoli scientifici sul rapporto tra asma e sport di resistenza, sugli effetti più o meno trascurabili di medicamenti più o meno innocui.

Tutti tentativi di convincere prima di tutto me stesso del fatto che il dominatore del ciclismo dei miei anni forse non possedeva esattamente le caratteristiche del mio eroe ideale, ma era lo stesso meritevole di plauso e considerazione. Froome mi ha costretto a riflettere su tutto il tempo che dedicavo a guardare corse che quasi mai alla fine venivano vinte da uno dei miei preferiti.

Non l’ho troppo amato, per questo. Avrei preferito, rimanendo ai grandi campioni di questi anni, dedicarmi di più alla fantasia di Contador, all’aggressività di Nibali, all’eleganza di Dumoulin, al romanticismo colto di Bardet e a quello più indolente di Quintana.

Invece, per una bizzarra forma di contrappasso sportivo, mi è toccato scrivere molto di Froome.

Perché - per via di una contingenza che nessuno di noi due ha deciso - mi sono trovato a seguire con continuità il suo sport proprio mentre lui ne era una stella di prima grandezza. Abbiamo compiuto trent’anni nello stesso decennio. Froome ha vinto quattro degli ultimi sei Tour de France, e li ha corsi tutti dal 2012 al 2018: sette mesi di luglio che lui trascorreva in buona parte bicicletta e io in buona parte sul divano, con la tv accesa a guardare lui e i suoi colleghi.

Avevo finito l’università, non avevo molto di meglio da fare, me lo potevo permettere. In ogni mia estate, da quando avevo 25 anni a quando ne ho compiuti 31, ho avuto a che fare in qualche modo con Chris Froome, una specie di vicino di ombrellone sulla stessa spiaggia dello stesso mare del Tour. 

Che estati discutibili, si dirà.

E in effetti scrivere di Froome in questi anni non è che mi abbia divertito più di tanto, eh. Però mi ha aiutato a lavorare su alcune cose. Mi ha educato a scovare i punti di forza nell’“avversario”; ad ammirare i pregi nel “nemico”. Tocca seguire un sacco di corse di biciclette per ricordarsi di queste due cose? No, figuriamoci. Ma forse non è proprio la capacità di allargare oltremisura gli orizzonti della competizione uno dei motivi principali per cui parliamo di sport?

Ho imparato ad apprezzare il corridore Froome e - in una qualche modalità - anche a volergli bene. Mi ha fatto dubitare su alcune cose e cambiare idea su altre.

Per esempio, sulla sua capacità di emozionare gli appassionati di ciclismo: l’attacco del Colle delle Finestre, l’anno scorso al Giro d’Italia, rappresenta probabilmente l’episodio singolo più intenso degli ultimi dieci anni di corse a tappe. Difficilmente tempo fa mi sarei aspettato che a realizzarlo sarebbe stato Froome, che invece ha clamorosamente  dimostrato di saper dare spettacolo attraverso la sua ossessione - e di saper far cambiare idea.

Ha provato, se mai ce ne fosse stato il bisogno, che è un corridore - e, di riflesso, un uomo - dotato di una ostinazione niente affatto comune. Adesso che il tempo e soprattutto gli eventi minacciano di cristallizzare il Giro 2018 quale ultimo grande trionfo della sua carriera, non si può che augurare sinceramente a Chris Froome di affrontarli con lo stesso strumento grazie al quale è riuscito a realizzare una delle imprese-simbolo di questi anni: la sua incrollabile tenacia. 

Alla prossima estate. (LP)

 

 

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