Custode dell'agonia

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Jérémy Roy è professionista da 16 anni e ha portato a termine 15 grandi giri, ma raramente ha vissuto un finale di corsa più intenso dell’ultimo in Italia. Sabato pomeriggio, lungo l’ascesa del Col Saint Pantaléon, si è trovato a essere uno dei custodi di quella che ha definito “l’agonia a pedali di Thibaut Pinot”.

Poco dopo l’inizio della penultima salita del Giro 101 il capitano della Groupama-FDJ ha ceduto di colpo, completamente svuotato di energie e di salute (a fine tappa sarebbe stato ricoverato per un principio di polmonite). Mentre Pinot prendeva a zigzagare nella disperata ricerca di un sollievo, Roy lo confortava del conforto speciale e insostituibile dei gregari: un ritmo pedalabile, una pacca sulla spalla, qualche spinta. «In quel momento non c’era più nessuna classifica generale. C’era solo un amico in difficoltà».

Da 6 stagioni, è questo il mestiere di Roy. Ha messo da parte le ambizioni personali e si è votato al suo leader. «A un certo punto si tratta di essere razionali», ha detto in un’intervista a Le Gruppetto. «Devi confrontare il tuo livello col resto della squadra. Se c’è qualcuno più forte, non puoi che adattarti. Anche vincere 'per procura' può essere una prospettiva interessante».

Non è andata sempre così, tuttavia. Fino al 2013 Roy è stato un buon cronoman e un instancabile attaccante. La sua prima vittoria la ottenne alla Parigi-Nizza del 2009, al termine di una fuga insieme a Tony Martin e Thomas Voeckler. Mentre i due mentre si controllavano, lui li sorprese e andò a prendersi il successo che sarebbe rimasto il più nobile della sua carriera. Secondo solo – a detta del diretto interessato – al Premio della Combattività al Tour 2010.
«Perché in Francia quando dici che sei un ciclista ti chiedono: ‘Ma l’hai fatto il Tour?’ E se rispondi di no, chiedono: ‘E quindi cosa fai nella vita?’»

Roy, 35 anni, nella vita avrebbe potuto fare diverse altre cose. Sui social si definisce “cuoco e viaggiatore”, ma la sua qualifica è un’altra: una laurea in ingegneria meccanica, ottenuta quando l’hobby della bicicletta (ereditato da un papà ex-dilettante) era già diventato una professione.
Non esclude di fare l’ingegnere, quando smetterà, ma potrebbe anche rimanere nel mondo del ciclismo, dentro il quale la sua integrità è universalmente riconosciuta. Nel 2012, dopo lo scandalo Armstrong, firmò una lunga lettera aperta a difesa di tutti i corridori “che lavorano onestamente e soffrono in silenzio”.

Per anni ha rimandato il ritiro: «Per godermi le gare fino a quando qualcuno mi avrebbe detto 'grazie' o mi avrebbe confidato di aver pianto davanti alla tv». Ma il Giro 2018 è stato il suo ultimo grande giro. Famiglia e amici lo reclamano.
A Roma, il giorno dopo aver scortato sulle Alpi quel che restava di Pinot, Jérémy Roy si è emozionato: «Ho ripensato agli anni scorsi, quelli buoni e quelli meno buoni. Dietro gli occhiali ho versato qualche lacrima. È finita. Sono fiero di me, malgrado tutto».

 

 

 

Foto di copertina: Nicolas Götz.

 

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