Uno di quegli stupidi

Ángel Madrazo non ha una faccia da ciclista.

Con le guance tondeggianti e gli occhiali incollati sul naso parrebbe più che altro uno studente di ingegneria in Erasmus. Invece è un ciclista; lo certificano una carriera (ormai lunga: 11 anni da pro’), il DNA (suo padre, corridore anch’egli, era soprannominato niente meno che l'Aquila di Cazoña) e, in questi primi giorni di Vuelta, persino la maglia da leader della classifica della montagna.

Madrazo è uno di quei corridori che sanno di avere sempre pochissime possibilità di vincere (fino ad oggi gli era capitato due volte in tutta la carriera) e sono dunque portati ad inseguire ogni classifica minore, ogni sprint intermedio, una maglia portata per un paio di giorni appena, tuttavia una minuscola speranza di alzare le braccia la coltivano sempre, ed è quella che li fa attaccare, li andare in fuga, fa loro stringere i denti quando perdono altri due metri dalle ruote davanti. 

Alla quinta tappa della Vuelta Madrazo è andato in fuga subito (non è una novità, lo aveva già fatto alla seconda e alla terza). Ha trovato la compagnia di un compagno di squadra (Jetse Bol) e di un avversario (José Herrada). Bol e Herrada sono due che sembrano dei ciclisti già al primo sguardo. Cosa possa succedere contro due così a uno che a tratti non sembra neanche un ciclista, che vince quasi mai e che persino nel soprannome ha un’aria dimessa (se suo padre era l’Aquila, Ángel è più umilmente il Passero di Cazoña), beh, è piuttosto facile a dirsi: perdere. 

Difatti dopo tutto il giorno in fuga - e una paurosa sbandata provocata dalla sua stessa ammiraglia - quando mancano otto chilometri all'Osservatorio Astrofisico di Javalambre, Madrazo china il capo e si stacca. Passa un chilometro, però, e rientra. Cosa fa allora? Attacca. A vuoto ovviamente, tanto che quando mancano quattro chilometri, e l'Osservatorio comincia ad assumere tutta la sua sferica concretezza, Madrazo ri-china il capo e si ri-stacca. Ma a 800 metri dal traguardo ri-rientra ancora e, incorreggibile, sai che fa? Ri-attacca. 

Dall'ammiraglia gli avevano suggerito di risparmiarsi, ché domani ci sono altri punti da conquistare per la maglia a pois, ma quando sei un ciclista come Madrazo, che non ce la fa proprio a prendere un ritmo in salita e a mantenerlo, che una volta è scivolato malamente mentre dava una spinta all’incidentato capitano cui aveva appena ceduto la sua bicicletta (Valverde, alla Liegi 2012), che quando si guarda allo specchio vede una faccia non da ciclista ma da protagonista di una commedia adolescenziale americana (McLovin di “Superbad”: è il suo altro soprannome); quando, come Madrazo, sei uno che si stacca quasi sempre ma che ogni volta coltiva comunque una minuscola speranza di vincere, allora non ci pensi proprio a risparmiare energie quando hai il traguardo a un chilometro.

«In tv ci avranno descritto come tre stupidi», ha detto il suo compagno Bol all'arrivo. «Però oggi uno di quegli stupidi ha vinto».

 

 

A cura di Filippo Cauz e Leonardo Piccione.

 

 

 

 

 

 

 

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