Nibali, Mura, le parole

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Confermando una consolidata tradizione dell’ultimo decennio, anche quest’anno Vincenzo Nibali è stato in grado di provocarmi qualche buon brivido nel mezzo di un weekend di maggio.

In assenza di tapponi del Giro d’Italia da infiammare, l’ha fatto attraverso un’intervista concessa in settimana a Repubblica, che ho letto sabato pomeriggio, incuriosito – e non lo nego – un filo immalinconito dall’occhiello: «Per la prima volta Nibali parla del ritiro», annunciava.

Ed è vero: nella conversazione con Cosimo Cito, lo Squalo riflette segnatamente su obiettivi verosimilmente finali della sua carriera; su Mondiali, Olimpiadi e Giro. Dice cose importanti, con convinzione e speranza.

Ma il passaggio che mi ha smosso, quasi come uno dei suoi allunghi in salita giusto prima di una discesa tecnica, non riguardava strettamente la bicicletta. 

È stato ricordando Gianni Mura che Nibali ha detto una cosa di assoluto rilievo, a mio parere. All’intervistatore che gli chiedeva se si sentisse ancora l’uomo tratteggiato una volta da Mura («Uno che, in piena luce, strizza gli occhi nella lunga faccia andalusa e sembra dubbioso: ma tutta questa gente è qui per me?»), Nibali ha spiegato non solo che sì, è ancora così, ma anche che ringrazierà sempre per essere stato cantato da una penna come quella di Mura, sensibile e sferzante quando serviva.

Ha aggiunto che in più di un’occasione un suo articolo lo ha spinto a raddoppiare le forze. E che, parole sue, al Tour 2014 è stato fondamentale.

Ha detto così, Nibali. Il ciclista italiano più rappresentativo degli ultimi vent’anni ha attribuito una porzione del successo-simbolo della sua carriera a un uomo che per mestiere adoperava le parole, mica le pedivelle, ma che lo faceva talmente bene da essere riuscito a smuovere qualcosa dentro l’animo un grande campione – ecco cosa fanno le parole.

Le parole colmano le distanze, rinfrancano le menti, scuotono gli spiriti; talvolta, anche quelli dei corridori. 

Si potrebbe argomentare a lungo sul legame tra ciclismo e parole. Ci vorrebbero altri articoli, e migliori. Questo si proponeva di essere un appunto preso al volo in un weekend di maggio senza Giro; un inatteso promemoria sull’importanza delle parole e sul privilegio che è usarle, e comprenderle, anche quando si tratta soltanto di biciclette.

 

 

 

 

 

 

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