Con la pipa

  • Di:
      >>  
     

    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Uncino, addolcitore, tettuccio, cappello, gancetto.

Esistono molti modi diversi di identificare l’haček, vale a dire la piccola “v” che troneggia su alcune lettere degli alfabeti slavi (come nella č di haček, appunto), e che è uno dei più lampanti tratti in comune tra i due dominatori della tredicesima tappa della Vuelta 2019. 

Pogačar e Roglič, Roglič e Pogačar, nati a nove anni e cinquanta chilometri di distanza l’uno dall’altro, 176 centimetri entrambi, 65 chili entrambi, č nel cognome entrambi (si pronuncia come la c nella parola “ciao”), uno destinato ad essere il primo sloveno di sempre a vincere un grande il giro e l’altro con buona probabilità ad essere il secondo (ma qualcuno comincia a suggerire che – chissà – potrebbe pure capitare il contrario), non migliori amici (Pogačar è cresciuto e si allena soprattutto con un altro sloveno, Polanc) ma ottimi compagni di nazionale – e di attacco. 

Come oggi sull’ultima salita: Pogačar e Roglič, Tadej e Primož, primo e secondo, vincitore di tappa e maglia rossa, sono loro i padroni delle due prime settimane di Vuelta; i più forti per farla breve, per esprimere il concetto con la stessa brama di semplicità che nel Quattrocento spinse il riformatore boemo Jan Hus a introdurre l’haček, quest’invenzione che permette di esprimere suoni complessi per mezzo di un simbolo unico e che si può chiamare in tanti modi, come detto: uncino e gancio, cappello e tetto, persino caron e antiflesso. Oppure ancora, e questo sembra proprio un omaggio all’oggetto che pareva sporgere dalla bocca dei due connazionali mentre spianavano pendenze e avversari salendo verso Los Machucos, “pipa”.

 

 

 

Categoria: