Qualcuno per cui correre: Benoît Cosnefroy

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Tra tutte le possibili modalità per rivelare al mondo il proprio talento, di certificare l'aderenza del proprio destino al concetto di predestinazione, Benoît Cosnefroy ha pescato una delle più originali: la prima vittoria della sua carriera è arrivata al termine di una corsa che portava il suo nome. A 16 anni Cosnefroy ha vinto il Prix Cosnefroy. Non si tratta di un caso di dedicazione precoce, tuttavia. La gara è intitolata a un altro Cosnefroy: Louis, bisnonno di Benoît e capostipite di una famiglia di organizzatori di gare di biciclette del Dipartimento della Manica. Tre generazioni di protagonisti nascosti che hanno preparato la strada a un protagonista manifesto.

È un puncheur, Benoît Cosnefroy, uno di quei corridori il cui stile è un'onomatopea di ganci e montanti. Da ottimo puncheur, è capace di attacchi rapidi e ripetuti. Le salite brevi può piallarle (d'altra parte da piccolo avrebbe voluto diventare un falegname); nelle volate ristrette è in grado di fucilare (d'altra parte la sua fidanzata fa biathlon e qualche volta gli dà lezioni di carabina). Lo scorso autunno a Bergen si è laureato campione del mondo under 23, un modo affatto sibillino per ribadire all'AG2R - che lo aveva fatto passare professionista in agosto - che sono le corse di un giorno la dimensione naturale del giovane Cosnefroy. Di diventare uomo da classifica per ora non ha alcuna intenzione.

Non ha nemmeno intenzione di mettersi a usare cardiofrequenzimetri e misuratori di potenza in gara, ritiene che anche tra i grandi attenersi a una strategia di corsa coerente possa essere sufficiente a non avere rimpianti. "Se poi vince un altro, vuol dire che è stato più bravo", filosofeggia Cosnefroy. "Il risultato spesso non è un buon rivelatore di quello che hai fatto. Molti corrono esclusivamente per la vittoria, ma io credo che contino anche il modo con cui si è corso, e il prestigio che si è aggiunto alla corsa. Se poi hai aiutato un tuo compagno di squadra, anche un 100° posto può farti piacere".

Nel 2015 un violentissimo impatto contro un'auto al Tour de Savoie Mont-Blanc gli ha ferito testa e collo, sfiorando la carotide. Ma di quella caduta Cosnefroy non ricorda niente, per questo il suo modo di vivere e di correre non è cambiato: "Cacciarsi nei guai non serve a nulla, ma prendersi dei rischi a volte è inevitabile. Se avessimo paura della morte, non dovremmo uscire più di casa". Nel 2018 prevede di correre molto e chiacchierare ancora di più. Con i vecchi della squadra ("per non commettere i loro stessi errori") e soprattutto con Bardet ("per conoscere le sue abitudini di vita e il suo modo di vedere le cose"). Di provare a vincere se ne parlerà tra due o tre anni, per ora è sufficiente sforzarsi di dare il proprio apporto e mantenere un atteggiamento costantemente positivo: "perché i risultati arrivano quando ti diverti, ed è divertendoti che puoi fare carriera. Se ti annoi, tanto vale lasciar perdere la bici".

 

 

 

 

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