Qualcuno per cui correre: Bjorg Lambrecht

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Bjorg Lambrecht se ne è andato nei primi chilometri della terza tappa del Giro di Polonia. Era la corsa del suo rientro, dopo una primavera clamorosa, un rinnovo di contratto e una piccola vacanza.

Era un ragazzo che aveva avuto bisogno di poco tempo per farsi spazio tra i grandi, nonostante la statura minuta, che tra i suoi amici e tifosi di Knesselare gli era valsa il soprannome di "matchbox".

Stava scritto persino sulle bandiere che esponevano in trasferta, seguendolo ai mondiali o alle classiche; bandiere che crescevano in numero e dimensione di pari passo con le speranze riposte nel ragazzo belga.

Invece le bandiere stasera sono arrotolate, non c'è più nulla per cui fare il tifo, e la sua carriera che era ricominciata da zero tra i professionisti per deflagrare nel giro di pochi mesi si è arrestata su uno stradone delle campagne polacche.

A seguire un pezzo su di lui pubblicato per la prima volta il 15 febbraio 2018.

 

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Se c'è uno sport in cui l’espressione ripartire da zero trova il suo senso compiuto, quello è il ciclismo. Passare da una categoria all'altra, cambiare rapporti, distanze, velocità, dinamiche del gruppo è da sempre fonte di traumi e fatiche. Non è una ripartenza, ma una nuova partenza. Da zero.

Basta scorrere gli albi d'oro delle principali competizioni giovanili per averne prova: si tratta perlopiù di una sfilza di nomi misconosciuti, mai arrivati al successo tra i grandi.

Da zero riparte nel 2018 Bjorg Lambrecht, altro belga di Gent, che a soli 20 anni ha deciso di fare il salto tra i professionisti - benchè non l'avesse calcolato. "Quando ho visto che gente come Bernal, Powless, Sivakov e Hamilton avrebbe corso nel World Tour, ho cominciato a riflettere. Avevo dei dubbi sul gareggiare un anno senza grandi avversari, così ho pensato che fosse meglio fare un passo avanti. Si tratta di un passo verso l'ignoto, sarà difficile ma sono pronto a imparare".

Il problema, per uno ambizioso come Lambrecht, è che il conteggio nel suo caso non parte proprio da zero, bensì da quaranta: tanti sono gli anni trascorsi dalla vittoria di Johan De Muynck al Giro del '78, l'ultima grande corsa a tappe conquistata da un belga (e da allora solo in cinque sono riusciti a salire su un podio).

Si capisce facilmente come l'attesa sia grande per uno che tra i dilettanti è stato capace di primeggiare in corse a tappe e piccole classiche. Nonostante il suo idolo sia Tom Boonen, di cui indossava la maglia per andare a dormire, Lambrecht è uno scalatore di gran talento.

Per sopravvivere alle aspettative di questo anno zero si affiderà a due compagne di viaggio: superstizione e voglia di pedalare.

La prima lo porta a seguire precisi rituali pre-gara sin da quando era uno junior, cose tipo abbracciare il suo orsacchiotto di infanzia, che vuole sempre sul camper prima di ogni partenza: "L'ho già dimenticato due volte e ho avuto sfortuna in entrambe le gare, quindi mi assicuro che arrivi sempre". La seconda gliel’ha trasmessa lo zio ed ex-corridore Jozef Timmermann, e Lambrecht ha già avuto modo di metterla in mostra anche tra i grandi.

Portato dalla Lotto-Soudal il mese scorso in Australia per esordire al Tour Down Under, si è ritrovato costretto a fare lo spettatore da vicino, impossibilitato a partecipare alla gara causa di un baco nel sistema del passaporto biologico.

Lambrecht non si è fatto prendere dallo scoramento e ha deciso di correre lo stesso: "Si dice che una buona carriera debba sempre cominciare in modo speciale, ce l'ho fatta". Fuori dal percorso di gara, senza GPS, con una banana e un pacchetto di biscotti in tasca, il belga ha disputato cinque delle sei tappe in solitaria. "Sono venuto qui per correre e corro". Per partire da zero, è un buon programma.

 

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"Qualcuno per cui correre" è la rubrica con cui nell'inverno del 2018 vi avevamo portato alla scoperta di quattro giovani promesse del ciclismo mondiale. Oltre che di Bjorg Lambrecht, avevamo scritto anche di Egan Bernal, Benoît Cosnefroy e Matteo Fabbro.

 

 

 

 

 

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