Qualcuno con cui correre - Parte 2

Prosegue la preview di Bidon alla stagione 2017 ormai entrata nel vivo. Un viaggio lontano dai più celebrati campioni, alla scoperta dei personaggi più naïf, gente ancora in grado di seguire i sussulti del cuore piuttosto che quelli delle radioline, e che, proprio per questo, siamo convinti si rivelaranno di insostituibile aiuto per i loro capitani.

 

Daniel Oss (BMC)

Quando abbiamo cominciato la nostra preview, abbimo dichiarato di volerci astenere da watt e altre diavolerie; in due sole parole, cerchiamo corridori Just ride
"Chi me lo fa fare, un altro mezzo Giro d'Italia, a nemmeno una settimana da quello vero?" Eppure Daniel Oss non ci ha pensato due volte: "Io amo il ciclismo, ma desideravo fare qualcosa di differente da ciò che ho sempre fatto. Volevo semplicemente inforcare la bici per il piacere di farlo, senza badare a gare, numeri, allenamenti, Strava o particolari diete".

E così, in poco più di 850 chilometri, lo scorso giugno il rocker del gruppo ha abbattuto uno dei fondamenti del ciclismo: la competitività che travolge chiunque si metta in sella, dal più ligio dei professionisti al più semplice degli amatori. Sette tappe attraverso l'Italia, alla scoperta di luoghi affascinanti e simbolici, partendo da Torbole, città natale di Daniel, passando a rendere omaggio al Pirata e fermandosi per un selfie in Piazzale Michelangelo, prima di arrivare a godersi un panino e una Coca-Cola sulla spiaggia di Rosignano.

Quando corre da professionista, Daniel tra le altre cose fa stabilmente parte della spedizione fiamminga convocata dal capitano Greg (Van Avermaet) alla conquista del Nord, una di quelle spedizioni per cui occorre saper impugnare una bicicletta come fosse una spada. Daniel aspetta questo appuntamento ogni anno con pazienza monacale, come un fan attende in fila, biglietto stretto in mano, per entrare ad un concerto degli AC/DC.

Anche in questo 2017, insomma, niente di più hard rock del lezzo di birra tra le pietre dell'Oude Kwaremont, niente di più eccitante dell'odore di frituur che il pubblico diffonde. Un mese, insomma, che vale l'attesa di un intero anno. Daniel Oss, dopo aver riscoperto a modo suo l'essenza profonda dell'andare in bici, è pronto.

 

Vasil Kiryienka (Team Sky)

"Ma perché guardi ancora la tappa di ieri?", grida quasi offesa mia madre nel caldo torrido di luglio.
"Ma no mamma, è un'altra questa!"
"Dai, non scherzare: quel tipo, quello lì, maglietta aperta e medaglietta al collo, era davanti a tutti anche ieri!"

Grazie a Vasil Kiryienka, anche mia madre ha capito qualcosa di ciclismo: in effetti quel tipo è sempre lì, in testa al gruppo, a prendere vento e a raccattare borracce per i compagni; soprattutto, nel farlo mantiene sempre la stessa severa autorità, mai una smorfia di dolore o di noia, mai un sorriso compiaciuto o divertito.

Nato a Rechytsa, la più vecchia tra le città della Russia Bianca, pesantemente danneggiata dal disastro di Chernobyl del 1986, Kiryienka conosce fin da subito la sofferenza e la precarietà: in famiglia nessuno viene coinvolto direttamente dalle scorie, ma è sufficiente uscire di casa per rendersi conto di quella che è la realtà circostante. Vasil allora si rifugia nel ciclismo, ciclismo che nei paesi dell'est Europa significa pista, solo e soltanto pista. Così l'esordio tra i pro su strada arriva soltanto nel 2007, a 27 anni. La stoffa però c'è, e al primo anno centra una prestigiosa top ten a crono nei mondiali di Stoccarda.

"Un buon cronoman", dicono i più. "Un gran passista", scrivono altri. Pochi certo si aspettavano di vederlo tagliare per primo il traguardo di Monte Pora, Giro d'Italia 2008, una delle tappe più dure di quell'edizione. Quell'anno conquista anche il secondo posto nella classifica dei GPM, e così la metamorfosi in scalatore di gran classe è compiuta. Nel 2013 la chiamata alla Sky sembra una sorta di laurea ad honorem per una carriera egregia ma in calando, eppure Vasil stupisce ancora tutti.
Dei tre Tour vinti in quattro anni da Chris Froome, un buon 30% potrebbe essere attribuito al bielorusso. Da Morzine,ad Ax 3 Domaines, passando per il fuori tempo massimo di Bagneres de Bigorres, è sempre stato lì, maglietta nera semi aperta, cardiofrequenzimetro in mostra, medaglietta ciondolante a voler sottolineare l'assoluta immobilità delle spalle.

Trasmette sicurezza in TV, possiamo solo immaginare cosa voglia dire stargli a ruota. E così, dopo una carriera di gregariato, se cercate su Google "Vasil Kiryienka" non troverete molto oltre all'oro a cronometro di Richmond 2015. Rispondete con questa foto qui:

Primož Roglic (Lotto NL - Jumbo)

È sabato e per questa volta la scuola può andare a farsi fottere. Sveglia presto e tutti a vedere il Giro. Il Chianti è lontano, il treno sempre in ritardo, la voglia di vedere Brambilla in rosa è incontenibile. La domanda è: crono per passisti o per scalatori? Nibali o Cancellara? L'unica risposta è la pioggia; fredda, incessante a bagnare i vigneti e a mischiarsi con l'odore di salsiccia alla griglia. Poi finalmente le prime risposte dalla corsa. Cancellara va, sembra la solita prova del grande Spartacus. Potenza impressionate, rapporto impossibile per chiunque altro sulle strade della Toscana. E invece: prima Laengen poi Roglic gli passano davanti.

Aspetta, ma Roglic chi? Mi giro sconvolto verso il mio vicino: un toscano di Mastromarco, ovviamente tifoso di Nibali; in una mano il cronometro, nell'altra la radio. Sembra così esperto che certo saprà sciorinarmi tutti i piazzamenti di Roglic dalle giovanili fino al mese scorso. E invece, chiaramente impallidito, si volta verso di me e, con viso scuro, mi risponde: "Aspetta, ma Roglic chi?".

Il dubbio mi segue fino a casa. Cerco su Google. Di quello sloveno ho ormai quasi il cognome, e non appena ne individuo uno plausibile mi salta fuori solo il video di un saltatore con gli sci che si schianta su un trampolino di Lubjiana. Così vado avanti e, tra le decine di video di salto con gli sci, trovo finalmente qualcosa che mi interessi: Croazia-Slovenia, 177 chilometri in bicicletta, vincitore: Primož Roglic. Sta' a vedere che... 
Scorro ancora e mi ritrovo su una pagina della FIS (Federazione Internazionale Sport invernali). Apro e leggo: Status not active. È la prova che conferma la mia labile supposizione: Roglic è un ex saltatore che, stufatosi del vuoto di un trampolino, preferisce passare a copertoni e acido lattico.

E così, con un nome che è tutto un programma e dopo un gran 2016, lo sloveno ha iniziato nel migliore dei modi anche questa stagione, secondo sull'Alto de Foia alla Volta ao Algarve. Primož Roglic potrà tornare molto utile a Steven Kruijswijk nella sua nuova caccia al Giro. Intanto, in attesa dell'olandesone volante, chissà che non provi a togliersi qualche soddisfazione personale, magari a partire proprio dalle classiche di primavera. Però ecco, con la parrucca forse è meglio di no…

Tsgabu Grmay (Bahrain-Merida)

"Amore vuoi sposarmi?"
"Certo"
"Ma veramente…"
"Cos'è? Risposta troppo avventata? Troppo sfacciata?"
"No veramente…"
"Veramente cosa?"
"Veramente io parlavo alla Scultura"
"La scultura? Ma amore, non abbiamo sculture. Ne hai comprata una?"
"Ma va, la bici, amore la bici!"

E così, dopo un paio di settimane, eccoli qua, su una strada di Macallè, lei su una Mercedes anni Ottanta, lui, in giacca e cravatta, sulla sua Merida scintillante. Del resto, come biasimarlo: per un ciclista, e soprattutto per un ciclista etiope, la bicicletta è qualcosa in più di un semplice ammasso di fibre metalliche. È speranza e via d'uscita.

Tsgabu Grmay ha seguito per anni il papà nelle sue corse amatoriali in giro per una delle regioni più povere del pianeta: corse che stanno in piedi per miracolo, grazie alla passione. Poi la chiamata per una serie di allenamenti a Potchefstroom, cittadina del nord sudafricano, Centro Federale dell'UCI. Il ragazzo va forte, in salita gli altri, anche più grandi di lui, non possono far altro che respirare la polvere che si alza dietro i suoi copertoni. Poi lo sconfinamento transcontinentale: Aigle, Svizzera. 
Un paio d'anni e anche la maglia di amatore comincia ad andargli sta stretta, così nel 2012 arriva la chiamata di una squadra importante. E la MTN-Qhubeka, fondata appena cinque anni prima, proprio quell'anno si porta a casa la Milano-Sanremo con Gerard Ciolek.

Risultati eclatanti non se ne sono ancora visti, qualcosa di buono sì, e le aspettative si mantengono alte. Forse non ci si può attendere una vittoria importante già quest'anno, tuttavia Grmay ha mostrato una certa dedizione nel mettersi al servizio dei propri compagni. La chiamata della neonata Barhain-Merida ne è conferma.
La forma nel 2017 sembra essere quella giusta (il quinto posto al Tour of Oman è notevole, specie in considerazione della concorrenza) e quindi chissà che lo Squalo dello Stretto non decida di nominare anche lui, Tsgabu l'etiope, lo sposo in bicicletta, tra i prescelti per la spedizione alla conquista del Giro numero 100.

 

Il primo episodio di "Qualcuno con cui correre" è disponibile qui.

 

Filippo Pelacci è uno studente a tempo perso, rende grazie ad Eolo per i ventagli e ad Efesto per la bicicletta; ciclofilo per professione, ammira il coraggio di Contador e le imprese di Pantani; ciclista per infatuazione giovanile, si eleva a terzo incomodo nella sfida Carollo-Malabrocca.

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