L'insondabile tempismo della provvidenza

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Anche quella volta era sabato, anche quella volta era la penultima tappa di un grande giro, anche quella volta era Roglič il leader della classifica generale.

È vero: un mese e mezzo fa l’autunno doveva ancora cominciare mentre oggi è a metà dell’opera, tuttavia la nebbia addensatasi nella vallata che portava all’imbocco della salita verso La Covatilla più che per marcare la differenza di stagione sembrava scesa apposta a far rispuntare da un tornante i fantasmi del Tour de France, per riconsegnare Roglič allo psicodramma di una giornata folle di un anno folle.

E per una decina di minuti, gli ultimi prima della passerella di domani a Madrid, è sembrato che stesse accadendo per davvero, con Richard Carapaz davanti, posseduto dallo spirito settembrino di Pogačar, e Primoz Roglič dietro, appesantito dallo spirito di se stesso, dal timore o dall’incubo di ricascarci.

Poi è uscito il sole e Roglič si è salvato. Ce l’ha fatta perché Carapaz non è Pogačar, perché l’Alto de la Covatilla non è la Planche des Belles Filles, perché – soprattutto – una tappa in linea non è una tappa a cronometro, la discriminante risiedendo nel fatto che nella seconda tocca far tutto da soli, mentre nella prima il ciclismo torna a essere sport di squadra e di squadre, di strategie sottili e alleanze più o meno casuali.

E così è accaduto che nel momento di massima difficoltà, tra i meno tre dall’arrivo e lo striscione delle olive Fragata (l'ultimo chilometro), Roglič ha trovato per strada la compagnia – l’aiuto – di due corridori che erano stati in fuga in momenti diversi della giornata, ma che l’insondabile tempismo della provvidenza aveva riunito accanto a lui nel momento del bisogno.

Marc Soler e Lennard Hofstede potrebbero aver salvato la Vuelta di Roglič. Il primo gli ha dato una mano pur non essendo un suo compagno di squadra (se l’abbia fatto per amicizia o per simpatia o per altro, questo è secondario); il secondo l’ha fatto prima di tutto per mestiere, perché corre nella suadra di Roglič e al mattino era andato in avanscoperta per quell’esatto motivo, per la ragione che spinge i gregari ad affrontare certi giorni di tempaccio e salite: farsi trovare utili se è il caso.

Oggi è stato il caso, e Hofstede, olandese di quasi 26 anni, immacolato in quanto a vittorie, ha vissuto il frangente più importante della sua giovane carriera nella manciata di metri in cui ha aiutato Roglič, mettendosi davanti e soprattutto accanto a lui, proteggendolo dal vento e dalla paura per il tempo che ha potuto, quanto è bastato a guadagnarsi la sua seconda Vuelta per interposta persona (era nella selezione della Jumbo-Visma anche l’anno scorso) e un sentito “Thanks Lennie!” dal capitano, con tanto di abbraccio, dopo il traguardo.

La tappa di oggi l'ha vinta David Gaudu, definitivamente sbocciato sulle strade di Spagna, ma la Vuelta l'ha vinta Roglič. L'ha vinta con un vantaggio di 24 secondi su Carapaz, meno del vantaggio con cui Pogačar ha vinto il Tour (59 secondi) e di quello con cui Geoghegan Hart ha vinto il Giro (39 secondi). Verosimilmente ce l’avrebbe fatta, con un margine inferiore, anche se sull’ultima salita non avesse ricevuto aiuto da nessuno, né compagni né avversari, tuttavia sembra calzante che la sua stagione si sia conclusa in questo modo.

Roglič è un campione dotato di peculiare fallibilità, aduso alle piccole e grandi crisi. Impostosi inizialmente come specialista delle prove individuali, ha sperimentato – soprattutto quest’anno – che non può vincere senza compagni, e nemmeno senza abbuoni: avrebbe perso la Vuelta se non avesse fatto man bassa di tappe e piazzamenti.

Roglič è stato protagonista assoluto di una stagione bizzarra per tutti ma in particolare per lui, una stagione in cui ha rischiato di vedere eletta la fragilità a suo tratto dominante, per poi invece riuscire a pescare da qualche parte risorse fisiche e mentali sufficienti a rilanciarsi subito, vincendo Liegi-Bastogne-Liegi e Vuelta. Se questa sua reazione al passaggio più delicato della carriera, seduto e sconsolato in cima alla Planche des Belles Filles, possa essere considerata un segno o una metafora, una di quelle ispirazioni che talvolta lo sport proietta sul mondo, questa è materia da cultori di voli pindarici.

Chi ai voli preferisce le volate sa che domani a Madrid andrà in scena – fughe permettendo – l’ultima di una stagione di grandi giri che nonostante tutto è stata, ed è stata a suo modo memorabile. (LP)

 

 

 

 

 

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