Felice e familiare

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Il motto della città di Durango, duemila metri di altitudine al confine tra Colorado e Nuovo Messico, è “Open spaces and familiar faces”.

Poche facce in effetti sono più familiari di quella da studente di Sepp Kuss, scalatore di 25 anni che a Durango ci è nato e ci torna ogni volta che può. Kuss torna a Durango per il ritmo lento, per gli spazi aperti e le montagne – soprattutto le montagne: gli piacciono così tanto che è convinto che non esista al mondo sensazione più bella che danzare sui pedali in salita.

Non che consideri il ciclismo una cosa indispensabile per vivere una vita sensata, però è quella che preferisce fare: «Divertimento puro… Specie quando ti senti bene». Per usare uno dei modi di dire che frequentemente infila nelle sue interviste, bisogna “mungere” il tempo passato in sella a una bicicletta, talmente è prezioso. 

È professionista dall’anno scorso, Kuss. Nel 2018 ha stravinto il Tour of Utah – la corsa che l’ha rivelato – e ha concluso una buona Vuelta. Quest’anno, prima del ritorno in Spagna, ha portato a termine Giro d’Italia e Delfinato. Niente male, per un semi-esordiente. Fino al 2017, infatti, Kuss aveva corso soltanto negli Stati Uniti – prima in mountain bike, poi su strada – e fino al 2016 non era nemmeno un ciclista a tempo pieno: divideva gli allenamenti con l’università, corso di laurea in pubblicità. Finiti gli studi ha cominciato a correre per davvero, ma al momento tutto per lui continua a essere nuovo, fondamentalmente inesplorato. 

Quella di oggi al Santuario del Acebo è stata la sua prima vittoria WorldTour: ha cominciato a celebrarla ben prima della linea di arrivo, tanto era il vantaggio accumulato su quel che restava del gruppo dei fuggitivi. A cinquecento metri dall’arrivo già batteva il cinque a tifosi e tifose a bordo strada, oltre le transenne, prima quelli a destra poi quelli a sinistra, poi di nuovo a destra. 

Ha mostrato a tutti loro la sua faccia felice e familiare, com’è uso della gente di Durango e com’è uso suo. Perché avevamo lasciato Kuss con una faccia uguale lo scorso maggio, all’uscita dell’Arena di Verona, quando gli avevamo chiesto che piatto avrebbe ordinato per festeggiare la fine del suo primo Giro d’Italia.

Lui, felice e familiare – ma non con i menu locali: prima del Giro non era mai stato in Italia – rispose che desiderava una pizza, ma non la solita quattro stagioni. Voleva qualcosa di piccante, ed era disponibile ad accettare consigli al riguardo. Gli suggerimmo una diavola, lui recepì e ringraziò.

Dopodiché all’ultima domanda, quella sui programmi per il futuro immediato, il ritorno a casa, quello che insomma si fa alla fine di una corsa di tre settimane, Kuss rispose con un altro modo di dire, uno che funzionerebbe alla perfezione anche questa sera, dopo la prima vittoria importante della sua freschissima carriera: «Adesso per un po’ posso fermarmi e sentire il profumo delle rose».

 

 

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