Deep down in the jungle

di Gabriele Gargantini

 

Da più di un mese, quindicimila ragazze e ragazzi gabonesi di quarta e quinta elementare hanno per le mani un libretto che parla di ciclismo.

È un libro che insegue l’eterno sogno di ogni docente, perché – dice fin dalla prima pagina – vuole «insegnare e divertire». Vuole insegnare l’algebra, la geografia, il francese e la scienza. Attraverso il ciclismo. Il libro, infatti, spiega come sarà e dove andrà la 15esima edizione della Tropicale Amissa Bongo, la più importante corsa ciclistica d’Africa.

L’algebra serve per far capire ai ragazzini e alle ragazzine quanti corridori ci sono in ogni squadra se i corridori sono 90 e le squadre sono 15. La parte di geografia chiede loro di indicare quali sono e dove stanno le 9 province del Gabon, e di tracciare una linea per indicare a quale altezza il Paese è attraversato dall’equatore. Le pagine dedicate al francese spiegano cosa sono, nel ciclismo, l’ardoisier, una bosse, la posizione en danseuse e un’echappée.

La parte sulla scienza, infine, racconta un po’ quel che succede a un corpo mentre pedala, ma anche quanto importante sia l’acqua per quel corpo: in una qualsiasi tappa di Tropicale Amissa Bongo, dice il libretto, un corridore ne beve tra i tre e i cinque litri.

La Tropicale Amissa Bongo, annuncia il libro, scatta oggi da Bitam e finirà domenica a Libreville, la capitale. In mezzo, poco più di mille chilometri divisi in sette tappe. Ma visto che le pagine sono poche e l’età dei lettori quella che è, il libro non entra troppo nei dettagli.

Per farlo dovrebbe partire da lontano. Spiegare, per esempio, che il Gabon ha meno di un milione e mezzo di abitanti e una considerevole quantità di petrolio. Che il paese è indipendente dal 1960 e che al governo da più di mezzo secolo c’è la famiglia Bongo. Prima Omar Bongo, che creò la corsa e le diede il nome della figlia (Albertine Amissa, morta a 29 anni nel 1993). Poi, dal 2009, suo figlio Ali Bongo. 

Per gran parte della sua vita, Omar fu a capo di uno stato con un unico partito, il suo, tanto che alle elezioni del 1990 prese il cento per cento delle preferenze. Poi permise, più o meno, l’esistenza di partiti diversi dal suo, ma continuò a vincere lui con percentuali peggio che bulgare. Più volte: Omar Bongo arrivò a essere il leader mondiale che, esclusi i monarchi, era al potere da più tempo. Finché nel 2009 morì, e il suo posto lo prese Ali, il figlio.

Qualche anno fa, dopo l’ultima tornata elettorale, si è parlato di Ali perché aveva vinto le elezioni prendendo giusto cinquemila voti in più dello sfidante, e soprattutto perché in una regione in particolare l’affluenza era stata al 99 per cento, con il 95 per cento dei voti proprio per lui: su Wikipedia qualcuno aveva dovuto aumentare considerevolmente il numero di abitanti di quell’area, per farci stare tutti i voti necessari ad Ali Bongo. Ci furono proteste, e un anno fa c'è anche stato un colpo di stato. Ma è fallito, e Ali Bongo è ancora lì a capo del Gabon, il paese della Tropicale Amissa Bongo. 

Nonostante secondo certe stime in Gabon i chilometri di oleodotti siano più di quelli di asfalto, nel Paese il ciclismo piace. E la Tropicale Amissa Bongo piano piano si sta prendendo il suo spazietto all’inizio della stagione. Vista da qui, può sembrare una corsa arrabattata e per nostalgici del ciclismo eroico, fatto alla buona, come-viene-viene. Ma non lo è, o comunque lo è solo secondo una visione parziale. 

Negli anni, alla Tropicale Amissa Bongo ha pedalato uno che vinto una Parigi-Roubaix, come Frédéric Guesdon, e uno che ha vestito la maglia gialla del Tour, come Thomas Voeckler. Tra i tanti schieratisi al via ci sono stati anche Luis Leon Sanchez, Rinaldo Nocentini, Nacer Bouhanni, Pierre Rolland e Sylvain Chavanel. 

Ma la Tropicale Amissa Bongo, che proprio come il Tour ha una maglia gialla come simbolo del primato è una maglia gialla, non è solo i suoi ciclisti più famosi. Loro sono solo un pezzo, un pezzo piccolo. La Tropicale Amissa Bongo, infatti, è quella strana cosa che succede quando a un po’ di loro si aggiungono tanti altri, che famosi non sono. 

Delle quindici squadre in gara quest’anno, alcune sono più o meno note, come la Cofidis o la Total Direct Énergie. Ma più della metà sono selezioni nazionali africane, con corridori da Algeria, Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Eritrea, Marocco, Ruanda e, ovviamente, Gabon. Spalla a spalla con i più affermati colleghi. 

L’anno scorso – in un’edizione in cui ogni tappa finì in volata – la classifica generale la vinse Niccolò Bonifazio, che quest’anno farà altro. Il suo avversario principale fu Lorrenzo Manzin, francese dell'isola di Réunion che deve la r di troppo nel suo nome a una svista all’anagrafe. Manzin e Bonifazio dovettero vedersela soprattutto con André Greipel, che a 36 anni divenne il primo corridore a vincere almeno una volta in ognuno dei cinque continenti. Ma ci fu anche una tappa in cui Bonifazio, Manzin e pure Greipel finirono dietro a Biniyam Ghirmay, eritreo nato nel 2000 e primo Duemila a vincere – persino prima di Remco Evenepoel – una corsa internazionale.

È la Tropicale Amissa Bongo: un giorno Greipel, un altro Ghirmay; a volte ciclisti che pochi mesi prima erano al Tour de France, altre corridori che nella vita fanno un lavoro che non è correre in bici. Finora, però, mai un gabonese. 

A un disattento lettore di altimetrie alcune delle tappe di quest’anno potrebbero sembrare massacranti Liegi-Bastogne-Liegi in terra gabonese (per l’arrivo della prima tappa, camerunense). A un conoscitore della relatività di certe altimetrie appare invece chiaro come si tratti in realtà di piccoli dislivelli. Ognuna delle sette tappe in realtà può andare bene a un velocista. Ma, alla Tropicale Amissa Bongo molto più che altrove, nessuna volata è regalata.

Ogni tappa è l’ostinato tentativo di un qualche operoso fuggiasco che s’inoltra, solo o accompagnato, in mezzo alla giungla. E del solito gruppo che fa quello che fanno di solito i gruppi nelle tappe che dovrebbero finire in volata. È essenziale, la Tropicale Amissa Bongo, e per questo intrigante.

Ma è anche peculiare, la Tropicale Amissa Bongo. Perché dalle sue precedenti edizioni arrivano storie che raccontano di partenze in ritardo, problemi logistici di ogni tipo, spostamenti tra un arrivo del giorno e la partenza del giorno dopo in aerei militari. Una volta, si racconta, un'auto al seguito della corsa dovette fermarsi perché un grande gorilla stava attraversando la strada.

È piuttosto difficile pensare che anche quest’anno – tra una gara di ciclocross e l’altra, mentre altrove si corre il Tour Down Under – non saltino fuori un po’ di belle storie dalla Tropicale Amissa Bongo. Aspettandole, c’è un video – anzi: un documentario di 52 minuti – che racconta quelle del 2018 (quello dell’edizione 2019 non c’è, bisogna accontentarsi). 

 

 

 

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