L'urgenza della diversità

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

13 Luglio 2018. Fougères – Chartres, 231 km.
Vincitore: D. Groenewegen. Maglia gialla: G. Van Avermaet.

Sei. Cinque. Quattro minuti. Di colpo due, uno, mezzo. Infine più nulla. Una parentesi di raffiche laterali e il gruppo salta addosso a Yoann Offredo: le squadre dei big hanno saputo che Dan Martin è rimasto indietro, e poche notizie innescano le gambe più dell’illusione di far fuori un rivale sorpreso dal vento. Poi però il vento si calma, Martin rientra e la bagarre finisce. Finisce anche la fuga di Offredo, ripreso molto prima del previsto, 100 chilometri di lavoro bruciati in un attimo.

Lavoro, mica sogni: le fughe di Offredo sono fatte di una materia concreta, d’altra parte ha trentun anni e nessuna voglia di inseguire le illusioni di quand’era un ragazzo e correva per diventare una leggenda, o almeno per far contento suo padre. Questi la bici l’ama ancora, Yoann invece non lo sa più: un tempo la sofferenza gli piaceva da matti, la cercava, poi un giorno ha scoperto che non era sufficiente, si è accorto che neppure vincere gli interessava poi tanto in realtà, le aspettative lo atterrivano e guadagnare quasi lo spaventava. Era una promessa delle corse di un giorno, Offredo, poi si è perso e si è ritrovato, l’anno scorso ha partecipato per la prima volta al Tour de France. Avrebbe voluto ritirarsi ai piedi della Croix-de-Fer, invece in un gruppo di ragazzini incitanti a bordo strada rivide se stesso: si ricordò che il ciclismo è l’occasione di invertire i ruoli della storia, di essere per un giorno quello atteso, quello applaudito, l’eroe imprevisto di certi interminabili pomeriggi d’infanzia.

Offredo viene raggiunto e scherza con la tv e con gli avversari. Non sembra deluso. In una fuga gli piace trovare la comunione con se stesso, ha detto una volta a L’Équipe, ma non la solitudine. Una delle cose che più ricorderà della sua carriera da ciclista sarà la noia: il nulla delle serate in hotel, dei trasferimenti, della convivenza forzata con compagni con cui non c’è quasi mai qualcosa di interessante da dire. E tutto quel tempo perso, poi, tante volte è meglio un libro. 

Offredo legge per distrarsi da un mestiere che gli pesa ma che ancora gli riserva il fine godimento del compito portato a termine. Poco importa se termina a 97 dall’arrivo, come oggi, prima che molte tv si accendano sullo sponsor stampato sulla sua maglia. Le fughe non paiono per nulla poetiche quand’è così: qualcuno dice siano soltanto degli spazi pubblicitari, e in realtà nemmeno troppo ambiti. Non sono in molti quelli disposti ad immolarsi per così poco. 

Dopo Offredo tocca a Pichon, che gli dà il cambio all’avanguardia: stessa età, stesso destino segnato. Tra un castello e un campo di trattori rotanti si fa strada il gruppo, inevitabile. La volata è il lampo di Groenewegen e la fine di un pomeriggio che Offredo avrebbe potuto impiegare diversamente, e che pure è stato giusto spendere così: celebrando un’altra volta l’inderogabile urgenza della diversità.

 

Questo brano fa parte de "Le journal du Tour", contenuto nel nostro ultimo libro, Chissà che l'utopia non vinca.

 

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