Chi altro c'è?

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Quando su tredici corridori all’attacco quattro sono della stessa squadra, suona alquanto improprio parlare di fuga.

Quattro su tredici corrisponde quasi a uno su tre: più del trenta per cento dei partecipanti al tentativo ha la stessa maglia, sicché piuttosto che domandarsi ‘Chi c’è?’, com’è consuetudine quando qualcuno si avvantaggia, in un caso di questo tipo il quesito evolve in un più specifico ‘Chi altro c’è?”, come se quegli altri, quelli con le insegne diverse, non fossero che ospiti inattesi, imbucati per caso a una festa non loro. 

Più che una fuga, l’azione con cui la nazionale italiana ha deciso il campionato europeo di Alkmaar è stata l’esito più naturale di una chiarissima superiorità numerica, atletica, tattica.

L’Italia ha vinto perché ha avuto più gambe degli avversari ma soprattutto più idee degli avversari, la convinzione di poter rendere dura una corsa apparentemente semplice, di organizzare un matrimonio con i fichi secchi di un percorso giudicato dai più come privo di guizzi. Vento, curve, voglia di rischiare: tanto è bastato all’Italia per disfarsi di larga parte della concorrenza molto prima del previsto. 

Quattro su tredici a 63 chilometri dall’arrivo. Gli altri dietro a disturbare l’inseguimento, buttafuori irreprensibili, fidati protettori dell’opera che stava prendendo forma; che Consonni, Cimolai e Trentin avrebbero tratteggiato e che Viviani avrebbe completato, attaccando dopo una svolta a sinistra a 25 chilometri dall’arrivo, distanza inusuale per un velocista ma non per uno che – parole sue – da oggi è un corridore nuovo, un velocista che non teme di alzarsi sui pedali per chiudere su uno dei due avversari rimasti (Lampaert) e staccare definitivamente l’altro (Ackermann), forse Elia ha voglia di diventare Giona, il profeta refrattario ai piani prestabiliti che una volta finì nel ventre di una balena e riuscì comunque a cavarsela. 

“Profeta in fuga” è stato definito Giona, e profeta in fuga è Viviani ad Alkmaar, mentre appone la sua firma sul capolavoro collettivo vincendo la resistenza di Lampaert ben prima degli ultimi cento metri e di un superfluo fotofinish, in una delle volate più facili e insieme notevoli della sua carriera. Lampaert scuote leggermente la testa quando Viviani già esulta, solleva la schiena, dedica.

 

 

 

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