Un pezzo di rosa

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

A un certo punto tutto il pubblico si è mosso insieme in una direzione, come un corpo unico. La tappa finale del Giro si era conclusa da pochi minuti, vinta nettamente da un arrabbiato Mario Cipollini, ma non era lui il protagonista di quel pomeriggio, persino la maglia ciclamino che indossava apparteneva all'uomo del momento, a Gianni Bugno.

In rosa dalla prima all'ultima tappa, come riuscito solo Girardengo e Merckx, Bugno si era limitato a prorogare il proprio primato giorno dopo giorno. Ogni pomeriggio compariva su Raidue vestito di rosa e non diceva nulla più del necessario, a volte nemmeno quello.

Guardava la telecamera faceva notare che sì, era ancora in testa, tanto che al termine del Giro l'inviato Rai Giorgio Martino si lasciò andare a un «ti ho intervistato ogni giorno, non so più cosa chiederti». Ripercorrendo quel Giro in una recente intervista, Bugno si è spinto persino a citare Giulio Andreotti per spiegare la propria persistenza: «il potere logora chi non ce l'ha».

Il potere di Bugno nel maggio del '90 però non fu politico ne' sportivo, bensì magico: il potere dell'incantatore. Incastrata alla perfezione tra una primavera di trionfi ciclistici italiani (Sanremo, Liegi, Vuelta) e le Notti magiche del mondiale di calcio al via due giorni dopo il Giro, l'impresa di Bugno fu una stregoneria capace di rapire un paese intero: non occorrevano frasi mirabolanti quando si disponeva della bacchetta magica per trascinare ogni pomeriggio tutti davanti alle televisioni o sulle strade.

Passavano i temporali, finivano le scuole, si assegnavano gli scudetti, e Bugno era sempre lì, sempre in rosa, sempre più amato.

Fino al pomeriggio di Milano, quando a fine tappa la stragrande maggioranza dei presenti scavalcò le transenne per correre in strada, sotto al podio. A un certo punto si mossero insieme in una direzione.

Gianni il timido si era spinto sul bordo del palco per lanciare la maglia alla folla, in un gesto noto ma inusuale, quello del calciatore a fine partita. E tutti si allungarono verso quella maglia. Non tanto per afferrarla, bensì per seguire il segnale che li aveva radunati in tre settimane di incantamento, li aveva resi un corpo unico.

Ma la maglia era una sola e il pubblico fin troppo numeroso, sicché qualcuno pensò a una soluzione pratica: ridurla a brandelli e lasciare che ognuno si portasse a casa il suo pezzetto, la sua ostia, il suo amuleto, destinato a risplendere sui muri delle camere di chi c'era e di chi l'avrebbe ricevuta in dono. Fino alle stanze dei ragazzini che, con quell'incantesimo, avevano scoperto il ciclismo e quel pomeriggio, per la prima volta, si erano avvicinati a una transenna.

Tutto questo accadeva esattamente 30 anni fa, in un pomeriggio di inizio giugno. Da allora sono trascorsi 30 mesi di maggio, ma solo 29 Giri d'Italia. Il ciclismo è cambiato radicalmente ma Bugno, ieri ciclista per caso e oggi elicotterista per passione, ha ancora la medesima espressione scazzata e la stessa trascendenza nello sguardo. Uno sguardo che in un corridore non si è mai più visto da allora.

Per il resto, sembra ieri.

 

 

 

 

 

 

 

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