Solo due cose

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Fino ai primi anni di questo secolo, San Valentino per i ciclisti significava una cosa soltanto: il compleanno di Gianni Bugno, un giorno di festa. Dal 2004 questa data ha cambiato del tutto il significato, lasciando spazio soltanto al dolore per la scomparsa del ciclista più amato, ammirato e incompreso del ciclismo recente. Il nostro ricordo di Marco Pantani oggi è in un brano tratto da "il Centogiro" (Ediciclo, 2017), la raccolta di racconti che Bidon ha dedicato al Giro d'Italia, la corsa che più di ogni altra ha potuto godere delle imprese dello scalatore romagnolo. E' il nostro racconto dal Giro del 1994.

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C'erano solo due cose che Pantani non poteva accettare: la sua calvizie e la sconfitta. La prima era diventata una piccola ossessione, tanto da spendere milioni per una lozione miracolosa vista in TV. Con la seconda aveva una frequentazione sporadica: poche sconfitte, ma splendide. Si era abituato a non perdere già da ragazzino, quando abbandonò le troppe panchine nel calcio per gli allenamenti con la Fausto Coppi, la società ciclistica dilettantistica di Cesenatico. Che per Pantani erano gare da vincere. Tutti i corridori hanno storie simili agli esordi: dominano le corse locali, sono protagonisti tra i dilettanti, poi passano professionisti, la concorrenza aumenta e i risultati si normalizzano. Pantani però quel cambiamento aveva voluto anticiparlo. A 14 anni se ne andava solo ad allenarsi sulle montagne, oltre il tramonto. E vinceva, tanto che tutta la Romagna già parlava di lui.

La lozione per la calvizie non aveva avuto effetto: tra i professionisti Pantani si presentò con una stempiatura ormai inarrestabile, pochi capelli e la maglia ingombrante della Carrera. Nel momento di firmare il contratto, lui che avrebbe dovuto imparare dai campioni in squadra, chiese una clausola: un bonus per la vittoria del Giro d'Italia. «Come si fa a preparare un Giro, Martino?». «Si comincia a metà dicembre, allenarsi, poi le corse a tappe di avvicinamento. E secondo te, Marco?». «Io comincio a pedalare, poi sempre di più, comincio a stare meglio, e inizia il Giro. Basta andare in bici e ascoltarsi, la gamba arriva». Sembrava sicuro, Pantani, ma non lo era. «Se in questo Giro non combino qualcosa, torno a Cesenatico a vendere piadine», aveva confidato. Ciò che combinò fu l’inizio di una grande storia.

Lienz-Merano: nonostante il Giro sia già di Berzin, ce ne sono di montagne ancora. Chiappucci è fuori classifica, ma finalmente in fuga. Pantani è incazzato, vuole vincere la tappa, il Giro, tutto, ma ha il capitano davanti e la calotta del manubrio rotta. Dovrebbe cambiare bici, ma non vuole. In ammiraglia hanno un'idea balzana: il meccanico taglia una lattina per creare uno spessore, lo infila nella calotta e rende la bici a Marco. Chiappucci intanto viene staccato dalla fuga, e Pantani attacca, in discesa, pedalando come un pollo allo spiedo. Uno che ha sempre guardato verso l’alto, va a vincere scendendo. Irrompe sul ciclismo in picchiata. La calvizie non la nota nessuno. Subito dopo il traguardo, Pantani domanda: «Domani com'è la tappa? Quanti chilometri ci sono dopo lo Stelvio? E da Bormio al Mortirolo? Cosa ne dici se scatto lì?».

 

Tutte le info relative a "il Centogiro" (Ediciclo Editore, 2017) sono disponibili qui
La prossima presentazione del libro si terrà domenica 25 febbraio all'Osteria L'arte della Gioia di Saronno (Varese).

 

 

 

 

 

 

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