Bici e testardaggine

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    Seduto su un ramo a riflettere sull'esistenza. Cofondatore di Bidon, durante una pausa si è laureato in statistica. Fonti di ispirazione: le biciclette, l’Islanda, i pub di Oxford e Cristobal Jorquera.

Il brano che segue è tratto da il Centogiro, la nostra raccolta del 2017 dedicata alle prime 99 (più una) edizioni del Giro d'Italia. Originariamente intitolato "La guerra delle cucine componibili", racconta del Giro del 1971, ma soprattutto della caparbietà di Felice Gimondi.

 

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Angela Gimondi, la mamma di Felice, lavorava al cotonificio di Zogno quando s’innamorò perdutamente: «Un fattorino aveva una bici... quanto mi piaceva! La bici, non il fattorino.»

Chiese di provarla, nelle pause pranzo imparò a pedalare: l’unica ragazza del paese ad andare in bicicletta. Fu un mezzo scandalo.

Un giorno il postino di Sedrina rinunciò all’incarico e lei ne prese il posto, ottenendo l’autorizzazione a consegnare pacchi e lettere in bici. Quella Wolsit beige da donna sarebbe stata il primo amore di suo figlio: «Gli dicevo: lascia quella bici, che domani mi serve, e guai a te se la trovo con le ruote a terra».

Ma la postina su due ruote era visione sconveniente nel paese. Dissero alla mamma di Gimondi che sarebbe stato meglio smetterla con quella bravata; la minacciarono, ma lei continuò per trentacinque anni.

Insieme alla passione per il ciclismo, la testardaggine fu l’altro grande regalo che fece a Felice.

Il Giro d’Italia del 1971 era annunciata terra di conquista, per gli italiani. Assente Merckx, erano tutti convinti che la maglia rosa sarebbe stato affare interno alla Salvarani di Gimondi e Motta. «Dovranno tremare tutti», avevano dichiarato i due alla vigilia.

Poi le cose andarono diversamente: Gimondi uscì di classifica già alla terza tappa, la Bari-Potenza, quando un attacco di Dancelli lo mandò in crisi nera; successivamente Motta fu trovato positivo e penalizzato di 10 minuti.

I due furono attaccati dalla stampa e fischiati dal pubblico, ma verso la fine del Giro Gimondi si ricordò della cocciutaggine che gli scorreva nelle vene e diede spettacolo nella tappa decisiva di quell’edizione, la Lienz-Falcade.

Lui quel Giro non l’avrebbe vinto, ok. Ma qualcun altro l’avrebbe perso.

L’8 giugno Felice si lanciò all’attacco molto presto, portandosi dietro una piccola legione straniera: Van Springel, Galdos e Pettersson. Claudio Michelotto, la maglia rosa, andò in difficoltà sul Pordoi e vide il suo primato evaporare, poi cadde tra Canazei e l’attacco del Valles e naufragò.

L’azione rabbiosa di Gimondi – che vinse la tappa in grande stile – finì col favorire il compagno di fuga Gösta Pettersson, il più talentuoso di quattro fratelli svedesi che dal ’67 al ’69 avevano dominato la 100 km a squadre mondiale.

Il nuovo leader era lui.

Claudio Michelotto arrivò al traguardo sanguinante e si ritirò dal Giro proprio quando pensava di avercela finalmente fatta. Correva per la Scic, grande rivale commerciale della Salvarani di Gimondi: i giornali scrissero che era stato vittima della guerra delle cucine componibili.

 

 

 

 

 

 

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