#PdR (e09) - Tredici (storie abruzzesi)

1. Bike drama

Un Giro d’Italia è soprattutto una composizione di inquadrature. Sono i dettagli e le storie che esse raccontano a suggerire i perché di una tappa, a decretarne la sua bellezza, la sua epicità o la sua noia. Questo è il senso di “Pèdali di Rosa”, la rubrica che ci permette di raccontare il Giro d’Italia attraverso screenshots.

Conditio sine qua non della rubrica è trovarsi a casa davanti al pc o alla tv. Quando tutto questo non è possibile, tocca inventarsi altro. I perché di questa tappa 9, ad esempio, non sono i soliti Pèdali di Rosa. Assomigliano di più a una serie tv: sono 13 diverse storie racchiuse nella cassetta racchiusa nel cofanetto della Storia della Lira che tutti conosciamo e amiamo:

L'idea è un po’ quello di 13 reasons why, ma niente teen drama. Un bike drama, diciamo, uno di quelli che piacciono ai fan, ai critici e a chi questi momenti è andato a vederseli a oltre 2000 metri di altitudine. Ecco a voi i tredici perché di Pesco Sannita – Gran Sasso. Non occorre nemmeno il walkman.

La foto di copertina e dei punti 2, 3, 7, 8, 9, 10 e 11 sono state scattate da Roberto Ferrante.

2. Giro-Transumanza?

Le montagne del Gran Sasso d’Italia stanno sospese tra una pianura che sembra il Tibet e uno strato di nuvole cotonate, il cielo è così basso che nasconde alla vista il Corno Grande, ma non abbastanza da confondersi con le lingue di neve che guarniscono i fianchi dei monti come glassa zuccherosa un pandoro vecchio di due giorni.

Metà maggio non è tempo di migrare all’Adriatico selvaggio, al contrario. Tra poco comincerebbe il tempo del trasferimento delle mandrie verso il fresco dei monti, se la transumanza esistesse ancora. Il ciclismo però esiste, e questo è uno dei giorni in cui al tepore del litorale preferisce l’aria pungente degli alpeggi.

3. Abbracciare Chaves

Se vi sembra che il sorriso di Esteban Chaves sia contagioso visto in tv, beh, dal vivo lo è molto di più. Mentre viene premiato sul podio, mentre risponde ai giornalisti o mentre ringrazia i suoi compagni di squadra, non fa differenza. Non fa differenza nemmeno se tutto ciò segua una vittoria o una sconfitta, se si discuta di scherzi tra compagni o di amici scomparsi.

Chaves sorride di un sorriso che non ha nulla di finto né tantomeno di malinconico. E mentre lo si osserva, con le lentiggini sulle guance e gli occhi acquamarina, sorge spontaneo un sincero desiderio di abbracciarlo. Questi tifosi sono venuti apposta dalla Colombia per farlo.

4. Smarrirsi sull'altopiano

L’altopiano delle Cinquemiglia è uno spettacolo naturale come pochi, una distesa verde tra le montagne più alte dell’Appennino. In passato, più che per la bellezza era noto per la pericolosità: lupi, briganti e tempeste di neve erano le insidie da affrontare. Nel 1528 qui morirono 300 mercenari assoldati dalla Serenissima per combattere contro Carlo V, e nell'inverno successivo 500 tedeschi del principe d'Orange, sempre a causa di rovinose tempeste di neve, si smarrirono nello stesso luogo. Si narra che venisse caldamente consigliato di fare testamento prima di mettersi in viaggio attraverso queste terre.

Oggi non si prevedevano particolari pericoli durante il passaggio sull’altopiano, tuttavia per alcuni corridori una giornata di salite è anche peggio di una tempesta di neve: alcuni velocisti appena la strada si impenna un poco si ritrovano lontani dal gruppo, con l’unico obiettivo di resistere.

Nemici degli ultimi metri, amici per il resto della corsa, i velocisti entrano in crisi prima degli altri e si disperdono come piccole frazioni di un esercito, scomparendo nel vuoto degli altipiani, invisibili persino alle telecamere. C’è anche chi, alla fine, rinuncia alla battaglia, come Jakub Mareczko, che quest’anno il Giro non lo correrà più. Il suo compagno di squadra Jacopo Mosca, invece, arriva ultimo. Ma arriva.

5. Fausto Masnada e il Var

Finiscono in fuga in 14 e c’è un buon accordo, tanto che i GPM sembrano esserseli già assegnati: tocca a Fausto Masnada passare per primo a Roccaraso. Se non fosse che, quando è ormai prossimo al traguardo, il corridore dell’Androni si ritrova con la catena a terra. Berhane, accanto a lui in quel momento, rimane sorpreso.

Secondo i piani l’eritreo sarebbe dovuto arrivare secondo, così, per mantenere fede alla parola, prova ad aiutare l’avversario spingendolo un poco, poi si scosta e rimane vittima dell’indecisione. Per sua fortuna dalle retrovie giunge Ballerini, che prontamente spinge il suo compagno di squadra Masnada fino alla linea bianca.

Berhane secondo, come da accordo. Un sospiro di sollievo per tutti, un gesto di fair play che però poco dopo si rivelerà inutile: il “Var” toglie i punti presi da Masnada a Roccaraso, facendolo slittare in terza posizione. Berhane dunque primo, malgrado tutto il genuino impegno che ci aveva messo per… perdere.

6. Fausto Masnada “stupor mundi”

L’accordo tra i fuggitivi continua e sembra portarli davvero lontano: hanno quasi 8 minuti sul gruppo e all’arrivo non manca moltissimo, solo una quarantina di chilometri. Dietro, nessuno sembra aver voglia di lanciarsi in un inseguimento forsennato.

Tranne l’Astana, che a un certo punto manda davanti le proprie avanguardie. La squadra di López macina corridori e macina sogni: il vantaggio dei fuggitivi si dimezza molto prima che inizi il tratto impegnativo del Gran Sasso. Poi però attacca Fausto Masnada, sempre lui, e la sua accelerazione ha l’effetto di tenere per un po’ a distanza di sicurezza le bocche da fuoco del gruppo.

Masnada, che solo due anni fa stava considerando l’ipotesi di chiudere col professionismo, sembra trovare verso il Campo dedicato a Federico II l’ispirazione di una vita. Crede di poter realizzare il senso ultimo del proprio nome di battesimo, e di vincere un gran premio della montagna decisamente più prestigioso di quello toltogli dal "Var". Il suo tentativo, al termine di una giornata in cui era allo scoperto dal primo chilometro di gara, lo fa diventare nel giro di mezz’ora l’idolo di tifosi che, fino a qualche secondo prima, non avevano mai sentito parlare di lui.

Ma a meno di tre chilometri dall’arrivo, quando Yates e Pinot percepiscono l’odore degli abbuoni più forte di quello degli arrosticini, Masnada viene ripreso. L’ultima immagine della sua giornata di gloria è uno zigzagare incerto sulle pendenze più arcigne della Montagna Pantani, nella speranza di poter finalmente ritrovare – dopo se stesso – anche la via del traguardo.

7. Il cavaliere disarcionato

La salita verso Campo Imperatore non è invero così cattiva. Lunga sì, estenuante se si sommano i suoi oltre 40 chilometri di ascesa conclusiva, benché l'organizzazione abbia avuto la gentilezza di separarli in due GPM. O per raddoppiare la sofferenza di chi quassù ha visto completare la propria inattesa metamorfosi.

Siamo nelle terre care Ovidio, che nacque col Gran Sasso all'orizzonte e lo attraversò per arrivare a Roma, e sono in due i centauri sorpresi dalla trasformazione col trascorrere dei chilometri. Primo è Fabio Aru, cavaliere disarcionato dalla battaglia, costretto un'altra volta a guardare la corsa da dietro: la sua ciondolante ascesa è quella di una giraffa stanca che vede scomparire le gazzelle e con loro, forse, anche la speranza. 

8. Un orizzonte breve

Aru viene anticipatp di poco al traguardo da Chris Froome, che conclude la settimana della trasformazione più inattesa: progettava di librarsi a partire da quassù, invece da uccello rapace si scopre timida formichina, costretto a racimolare secondi in difesa e in (vana?) attesa. I pensieri, le cadute, una squadra indebolita e una corsa nata male ne mutano formano e sostanza. 

"Domani riposo, poi rivaluterò la posizione da lì", sussurra l'ex-robot, scopertosi improvvisamente organico all'ombra dell'Osservatorio, dove lo sguardo appannato dai nembi obbliga a scrutare un orizzonte più corto del previsto.

9. La scazzottata finale

Campo Imperatore è stato il set di numerosi film, tra i quali “Il deserto dei tartari” e, soprattutto, “... continuavano a chiamarlo Trinità”. In effetti la sequenza di scatti e controscatti degli ultimi due chilometri aveva un che delle classiche scazzottate nei finali dei film di Bud Spencer e Terence Hill.

Ciccone, Pinot, poi un tentativo di López, poi ancora Ciccone, che viene ri-ripreso giusto in tempo per l’attacco di Pozzovivo, il cui lunghissimo scatto si trasforma in un traino perfetto per Yates. L’inglese si espone una sola volta, ma quella volta è sufficiente a mangiarsi tutti, Pinot non riesce a rispondere e nemmeno Chaves.

10. Google TransYates

Simon Yates passa da un giornalista all’altro mantenendo le braccia dietro la schiena. Avanza a passettini leggeri, sembra avrebbe voglia di saltellare, tuttavia si sforza di mantenere l’aria da studente modello con cui risponde a ogni domanda. Pensi di essere l’erede di Froome? No, ho ancora molto da dimostrare. Che rapporto hai con tuo fratello? Ci sentiamo tutti i giorni. Pensi di poter vincere il Giro? È lungo. Che farai durante il giorno di riposo? Berrò caffè. 

Non si lascia andare a divagazioni né voli pindarici, Yates, le sue frasi sono schematiche quanto i lineamenti del suo viso: soggetto, verbo, complemento. Aggettivi di rado, avverbi mai. I giornalisti stranieri che lo seguono da più tempo sostengono sia un gioco da ragazzi tradurre le sue dichiarazioni: i concetti sono talmente elementari che Google Translate è sufficiente a svolgere perfettamente il lavoro.

Si sbilancia soltanto quando gli viene chiesto che ne pensa del soprannome che hanno coniato per lui quelli di The Cycling Podcast, che l’hanno battezzato “the flying black pudding” (dal cibo più famoso di Bury, la città di origine degli Yates): «Mmh, in inglese non suona benissimo… A voi piace?», chiede sorridendo.

Non è affatto male, a dirla tutta, caro il nostro Sanguinaccio Volante.

11. Funiculì funiculà

Non c’è altro modo che la funivia per scendere dai 2115 metri di Campo Imperatore. Nessun bus ultra-moderno, nessuna auto privata. I corridori prendono la funivia insieme a giornalisti e appassionati, alcuni dei quali fissano increduli gli insoliti compagni di viaggio. Come se un tifoso dell’Inter si ritrovasse seduto accanto Icardi mentre torna a casa sulla metro lilla.

12. La borraccia di Haig

Jack Haig entra nella cabina nella funivia del Gran Sasso con la sua Scott in una mano e una borraccia nell’altra: "It’s my last bidon, guys. Who wants it?"

Haig non è una stella di prima grandezza – non ancora, almeno. Ma in questa prima parte di Giro è stato il gregario più prezioso per Yates e Chaves; nell’armata della Mitchelton-Scott, più continuo persino di Kreuziger e Nieve; salendo verso il Gran Sasso, un autentico trattore.

Ha 24 anni, viene da Southport (Australia) e ha vissuto alcuni in anni in Italia, vicino Varese, ma adesso abita ad Andorra e l’italiano non se lo ricorda quasi più. Ama le corse a tappe, un giorno vorrebbe correrle da capitano, prima quelle di una settimana, poi quelle di tre.

Ha corso già due Vuelta, ma pensa il Giro sia meglio – non foss’altro per il vino, una delle sue passioni. Conferma che Chaves è così come appare, allegro e sorridente, ma anche lui non scherza: “Sempre meglio essere felici che essere tristi, no?”

Indovinate chi tra i presenti ha accettato la sua borraccia...

13. Giro-Transumanza!

Niente, ci mancava l'ultimo punto e abbiamo pensato che questi ovini in maglia rosa potessero essere la conclusione perfetta.

Buona giornata di riposo a tutti (noi ne abbiamo bisogno, se non si fosse capito).

 

A cura di Paolo Bontempo, Filippo Cauz e Leonardo Piccione (che ora possiede una borraccia della Mitchelton-Scott).

 

 

 

Categoria: