#PdR (e19) - Una storia di dettagli e follia

Chissà se lo sapeva, Simon Yates, che sarebbe stata la giornata più difficile della sua carriera. Chissà se si è accorto, svegliandosi, che le sue gambe non volevano saperne di sostenere oltre il peso della maglia ripiegata con ordine accanto al suo letto.

Chissà se aveva letto nei bollettini di inizio tappa

che il meteo oggi prevedeva tempesta. Non tuttavia la pioggia testarda di fine maggio, ma uno di quei temporali che di tanto in tanto si abbattono sulla storia del Giro d’Italia, e trasformano gli ordini d’arrivo di certe sue tappe in grandi libri d’avventura.

Raccolte a colori

o in bianco e nero;

vicende di litigate,

incomprensioni

e sguardi fulminanti.

Storie di dettagli, soprattutto. Dell’altimetria di tappa sistemata come un monito sul manubrio della bici di Froome

dei massaggiatori del Team Sky posizionati da ore nei punti strategici del Colle delle Finestre, idratanti sentinelle dell’impresa che loro prevedevano ma che nessun altro immaginava.

Froome va all’assalto del suo Giro d’Italia quando sono da poco passate le 14 e mancano più di 82 chilometri al traguardo, pare irreale anche solo a scriverlo.

Tutto programmato, diranno all’arrivo, come se si potesse davvero programmare un pomeriggio del genere, come se inserire qualche seme di razionalità dentro un’idea completamente folle fosse sufficiente a renderla realizzabile.

Froome attacca a 82 all’arrivo e non sembra avere alcun senso. Non ha nemmeno fatto lavorare il suo gregario migliore che già va via. Giusto il tempo di ringraziare un avversario che gli aveva passato una borraccia, thank you LuisLe but now I have to go.

La fretta che lo spinge è insostenibile, attinge alla necessità di chi è in missione. Ogni sasso del Finestre gli fa sobbalzare il sedere, ma lui è talmente lanciato che ogni saltello pare una spinta.

Froome ha fretta di andare a rassicurare i massaggiatori in pettorina gialla che non erano lì per caso; di raggiungere il traguardo e dire con lo sguardo avete visto che non sono così noioso, avete capito perché sono venuto fin qua, vi va di perdonarmi e volermi un po’ più bene?

Questo è stata la carriera di Froome: una lunga ricerca dell’approvazione, e non senza contraddizioni. Lui vinceva e vinceva, ma gli innamorati del suo sport continuavano a preferire altri. Lo stile, il coraggio, la fantasia degli altri.

Così Froome sul Colle delle Finestre decide di trasformarsi in Nibali e Contador. Prova una cosa non ha mai provato, evolve in quello che non era. Prima in salita,

poi in discesa;

alimentando il corpo

e rinfrescando la mente.

Froome si fa eroe (dei tifosi) e giustiziere (degli avversari); diventa tacchino e scoiattolo, uno di quelli che nei villaggi delle Alpi occidentali si raccontava un tempo potessero raggiungere la valle senza toccare mai terra, saltando semplicemente da un castagno all'altro. Il capitano della Sky salta da un GPM all'altro senza perdere d'efficacia. Transita per primo alla Cima Coppi, un uomo solo al comando in maglia biancoceleste.

Fa una cosa d'altri tempi, si dirà. Avrebbe anche senso, se non fosse che il ciclismo sta lì apposta a confondere il prima e il dopo, ad elevare le strade a templi e i corridori a semidei. È un gioco che spiazza e confonde persino i suoi protagonisti. Perché Froome ai suoi avversari non fa perdere solo il Giro, ma anche la pazienza.

Alle sue spalle Dumoulin si guarda intorno e fa domande:

Il suo parlare con l'ammiraglia sembra sempre più uno strano annusarsi:

Il miasma che percepisce l'olandese è la putrescenza del cadavere del Giro, su cui Froome, maglia rosa virtuale già prima dello Jafferau, prende a volteggiare come un avvoltoio.

All'arrivo la radio trasmette "I need somebody", e quello sembra il grido inascoltato di Dumoulin, che a ogni chilometro che passa sente le speranza scivolargli dalle tasche posteriori. Carapaz e Lopez curano il proprio giovane orticello; c'è solo Pinot a dargli qualche cambio, Pinot che ogni volta che prende la testa fa esplodere le montagne in sonori "Allez Thibaut!", la Francia è poco più in là.

Pinot e il fedele Reichenbach, spremuto dal francese per tutta la seconda metà della tappa.

Sébastien Reichenbach ha il nome di un cardinale e lo spirito di un prete di campagna. Viene da Martigny, Svizzera, e al Giro 101 aveva uno scopo soltato: aiutare Thibaut Pinot.

Il testa a testa con Froome finisce per cadere su queste spalle attese ma inaspettate, troppo inaspettate per reggere la dimensione di un'impresa come quella che sta costruendo il keniano bianco, che aumenta sul Sestriere e ancora fino al traguardo, sopra Bardonecchia,

dove il suo rosa è scritto nel destino e nella neve:

A Bardonecchia un giorno di inizio ‘900 arrivarono dei signori dalla Norvegia. Portarono con sé alcune assi in legno lunghe e strette. Fondarono nel villaggio il primo Sci Club d’Italia, e insegnarono ai locali che con quelle ai piedi si poteva scendere dalle montagne innevate molto più in fretta.

Per salire, meglio una bici. O la cabinovia, in cima allo Jafferau chi non corre il Giro d'Italia ci arriva così, con la Bardonecchia-Fregiusia. Avesse saputo che giornata l'aspettava, forse anche Simon Yates in cima allo Jafferau avrebbe preferito arrivarci in cabinovia.

Invece, dopo non aver nemmeno intravisto l'attacco di Froome, dopo aver chinato per ore il capo sulla sua ultima maglia rosa, dopo aver cercato di perdere lo sguardo negli intestini e di ruminare gli ultimi sogni mentre svanivano, Yates affida la sua agonia a pedali ai compagni della Mitchelton, che lo circondano e lo difendono come un impianto di risalita, lento ma solido.

E tutti insieme arrivano sullo Jafferau:

Tutti tranne Esteban Chaves, che il traguardo lo taglia cinque minuti dopo, il sorriso annegato in una pozzanghera di lacrime.

La sconfitta di Yates ricorda la sua, anche nelle parole. "Sono davvero esausto, ma è così, è solo una corsa in bicicletta", dichiara l'ormai ex maglia rosa agli ultimi rimasti ad ascoltarlo. "Ho provato ad andare più forte che potevo, ma ero esausto".

È la stanchezza la compagna di Yates. Sveste la maglia rosa quando Froome si è preso la sua già da un pezzo. Il nuovo leader inglese ha avuto persino il tempo di farsi asciugare la gloria dalle guance;

il vecchio leader inglese torna invece dopo due settimane a vestire una più anonima divisa giallonera. Yates affonda la sua spossatezza nel suo futuro e in un sorriso. Prende per mano la fidanzata e s'incammina verso l'agognata cabinovia.

Non sembra nemmeno più stanco quando vi monta su: accolto, stimato, libero. Al suo arrivo sul piazzale tutta la coda si apre in un applauso, per far passare il protagonista che in questo giorno di grandi imprese non si è mai visto. Una giornata la cui memoria non potrà che esser dolce, anche per gli sconfitti.

 

A cura di Leonardo Piccione e Filippo Cauz (le ultime due foto del pezzo, giù dalla cabinovia, le ha scattate lui; quella di copertina invece è dei nostri amici Tornanti.cc).

L'elenco completo degli episodi di "Pèdali di Rosa 2018" è disponibile qui: www.bidonmagazine.org/collage/pdr2018-elenco

 

 

 

 

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