#SdG (e01) - Parterre de rois

Il Tour de France è la compagnia puntuale di tutti i nostri mesi di luglio. Passiamo l'inverno e la primavera a immaginarci il grande Nord, il mese di maggio a inseguire paesaggi inattesi sulle strade d'Italia, poi arriva luglio. E prendiamo il volo.

Osserviamo dall'alto le cime delle montagne e i tetti spioventi, i campi decorati di coreografie e i castelli più o meno diroccati; poi alziamo lo sguardo e torniamo a terra. Di fianco il solito ventilatore, le solite bottiglie (più o meno vuote), i soliti gatti sdraiati, le solite pile di libri da leggere o di dischi da ascoltare.

Questo Tour de France vogliamo raccontarvelo come lo vediamo: attraverso i fermo immagine della corsa, le visioni captate dalla tv e dai social network. Non è la prima volta che ci proviamo. Quelli di questo luglio non saranno "Pédali di rosa", come al Giro, ma... "Semi di girasole" - con i giochi di parole non siamo granché, lo sapete.

Il Tour 2019, dunque. Sempre de France, ma parte dal Belgio; di più, parte dalla città che sta in mezzo al Belgio, tra chi parla neerlandese e chi parla francese, tanto che la stessa ASO ha vissuto questa frazione come una tappa di confine, che parte francofona a Bruxelles e finisce fiamminga a Brussel:

I più acuti osservatori noteranno che c'è anche un leggero dislivello di tre metri tra partenza ed arrivo. D'altronde, apprendiamo dalla telecronaca Rai, il dislivello è uno degli elementi sottovalutati di questo Paese che tutti si immaginano pianeggiante. Per attenuarlo sono state necessarie opere architettoniche importanti:

Importante è in generale tutta l'architettura del Belgio, nazione celebre al mondo per i suoi castelli,

le sue regge,

le sue abbazie,

i suoi indumenti ricercati,

i suoi fumetti,

il suo pavè,

i suoi muri,

i suoi mezzi agricoli,

le sue macchine edili

e ovviamente le sue birre, piacevoli da sorseggiare

ma con effetti da valutare con attenzione.

Soprattutto castelli, comunque. A volte grandissimi,

altre di dimensioni ridotte.

Ma cosa se ne farà mai il Belgio di tutti questi castelli? Evidentemente ne ha bisogno: perché ha tanti re.

Il sovrano in carica si chiama Philippe (Filip in neerlandese), è nato nel 1960, figlio del precedente sovrano Albert II e siede sul trono da quasi 6 anni. Il vero Re del Belgio, però, sanno tutti che si chiama Eddy (Édouard Louis Joseph), è nato nel 1945 e sta sul trono almeno dal 1966, negli ultimi 50 anni vestito di giallo. E i suoi sudditi gli sono fedelissimi:

Se ne accorge immediatamente anche re Philippe, il cui sguardo nasconde a fatica un po' di invidia:

Il Tour parte da Bruxelles per celebrare Eddy Merckx e lo issa sull'auto del direttore di corsa come un papa, che saluta i fedeli a bordo strada

e persino quelli in corsa.

Il suo tocco, come sempre avviene con queste figure semidivine, ha un non so che di magico. A Greg van Avermaet ad esempio è sufficiente per ritrovarsi immediatamente in fuga, insieme a Berhane, Meurisse e Würtz Schmidt.

Ma l'effetto del magic touch non finisce qui: elettrizzato dal divin Eddy, GvA torna a transitare per primo in cima al Kapelmuur.

Un tripudio di folla e di colori. Soprattutto di questi ultimi, grazie anche alla bizzarra scelta della regia del Tour di mandare in onda la prima parte di tappa abusando di filtri Instagram. La troppa saturazione finisce per far male anche ai fuggitivi, che uno dopo l'altro si trovano ubriachi di colori e costretti alla resa.

Comprensibile, considerando che la seconda metà di tappa minaccia vento e promette pavé. Il primo non si alza, però sul secondo arriva la Bora.

Il gruppo si allunga, si spezza, e in queste situazioni succedono sempre due cose: 1) si stacca Daniel Martin, 2) qualcuno fora. Nello specifico tocca ad entrambi i capitani della Deceuninck, con effetti positivi quantomeno per l'esercizio fisico di Tom Steels:

Non è la Roubaix, comunque, e tutto finisce in tranquillità, col gruppo che si insegue ancora solo per qualche chilometro come un lungo e tortuoso serpentone

e tocca come al solito a un corridore qualsiasi di una qualsiasi professional francese sacrificarsi agli dèi della guerra. Scelta ancor più infausta per il buon Stéphane Rossetto, considerando che il suo attacco parte a Waterloo.

Dove cadde Napoleone cadono anche i pezzi grossi del Tour. Prima Jakob Fuglsang si trasforma in Ivan Drago,

poi Dylan Groenewegen, quando già cominciava a pregustarsi una probabile vittoria.

Riesce a restare in piedi invece, grazie ad un abile paso doble, il tecnico Rai che irrompe in studio nel primo di tre settimane di fuori-onda

La velocità si fa altissima nel momento in cui il gruppo raggiunge finalmente l'iconico circuito degli Champs-Élysées

Alt!, un attimo. Cosa ci facciamo a Parigi? (Ci sono persino i gilets jaunes...)

Lo sbalzo spazio-temporale si esaurisce presto. Le scritte sul podio e il sorriso di Merckx all'orizzonte ricordano a tutti che siamo davvero a Bruxelles e che è il momento di assegnare la prima maglia gialla nell'anno che celebra il centenario del primato.

A consegnarla è proprio Re Eddy in persona:

A riceverla il sovrano che non ti aspetti. Mike Teunissen era partito per lavorare per Groenewegen, ma sul rettilineo finale si trova a fare a spallate e colpi di reni con velocisti fenomenali e tri-campioni mondiali. 

Vince e non ci crede nemmeno, sul podio ha bisogno di farsi dare indicazioni da ospiti che vorrebbero solo fargli i complimenti:

Del resto ogni sovrano ha avuto bisogno di un po' di tempo per imparare le vie d'accesso più comode per il proprio castello.
Dice Teunissen che Merckx ha commentato la sua vittoria come "chiara e netta". E se non è un'investitura questa...

 

A cura di Filippo Cauz.

 

PS - Della tappa odierna senza immagini ne parleremo tra poco nella nuova puntata del nostro podcast "Bonsoir Bidon". Non sappiamo esattamente quando, ma se seguite i nostri social, questo sito o il gruppo Telegram lo scoprirete non appena sarà online.

 

 

 

 

 

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