Tyler Farrar. A good guy

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    Scalatore da bancone, pistard da divano. Ama il rumore, i bratwurst, dormire e leggere seduto sul water. Ha visto il volto di Dio in tre occasioni: una volta era Joey Baron, le altre due Laurent Jalabert.

Quando dieci anni fa Tyler Farrar si presentò in maglia Cofidis al South Sea-Tac, prova amatoriale di ciclocross che si svolge a metà strada tra Seattle e Tacoma, qualcuno cominciò a mormorare divertito, schernendo quel tizio vestito come un professionista. Farrar però un professionista lo era davvero, benché ancora poco conosciuto e pure fuori forma, quel giorno. Il vizio di andare a divertirsi nelle gare di ciclocross in giro per lo stato di Washington Farrar lo ha mantenuto anche negli anni in cui il suo volto era ben più celebre. Una passione che non stupisce, per uno che nel momento in cui ha dovuto trasferirsi in Europa ha preferito Gent e il vento delle Fiandre alle spiagge di Girona. Con una motivazione molto semplice: "In Belgio ci sono tutte le mie corse preferite".

È solo una delle tante stranezze della carriera di Tyler Farrar, cominciata nel 2003 negli USA, sbarcata tra Francia e Belgio nel 2006, conclusa la scorsa domenica al GP di Montreal. Sulla strada verso casa, perché è vero che Tyler si è goduto la possibilità di girare il mondo grazie al ciclismo, ma ha sempre amato il ritorno a casa, a una delle sue case nel mondo.

C'era un altro corridore che amava tornare a casa a Gent: si chiamava Wouter Weylandt. Lui e Tyler, squadre diverse ma strade condivise, tutti i giorni, fino a quel pomeriggio di maggio. Il giorno successivo alla morte di Weylandt il gruppo impiegò 10 ore per percorrere la tappa. Sul traguardo transitarono in nove davanti a tutti: con i compagni di squadra di Weylandt c'era Farrar. Un mese più tardi, Tyler vinse l'ultima corsa importante della sua carriera, la terza tappa del Tour, entrando nel ristretto circolo di chi ha esultato in tutti e tre i grandi giri. Ma sul traguardo di Redon, Farrar non fece festa: alzò le mani solo per proiettare verso il cielo una W fatta con le dita. Dedicò la vittoria all'amico che non c'era più, così come avrebbe dedicato ai compagni di squadra i suoi sforzi successivi.

Troppe cadute dopo quella tragedia, pochissime vittorie, Farrar capisce che le volate moderne non fanno più per lui. E allora si trasforma un altro corridore, un gregario, un capitano di strada, a good guy. Non voleva diventare presenza indesiderata, e, per quanto lavorare per gli altri gli piacesse, negli ultimi mesi ha capito che era giunta l'ora di smettere. Questo è il suo primo weekend da ex-corridore, e la cosa un po' lo solleva. "Essere un ciclista professionista è una delle scelte più egoiste che si possano fare al mondo". Ora, dopo 15 anni a pensare solo alla sua dieta, alle sue gambe, ai suoi programmi, Tyler vuole dare il suo contributo al mondo. Sta studiando primo soccorso, vorrebbe anche diventare pompiere volontario, continuerà ad aiutare gli altri ma senza pedalare. Per quello ci saranno sempre le gare di ciclocross vicino a casa, a tutte le sue case.

 

 

 

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