Poi vengono i colori

Il ciclismo è uno sport semplice, gli bastano pochi ingredienti per raccontare le sue vicende. Si parte da due o tre elementi-base, come nei corsi di scrittura creativa. Primo viene il luogo, e il luogo elettivo del ciclismo è il Belgio, meglio le Fiandre. Poi vengono i colori, ed ecco la pianura verde, puntellata qua e là da righe di pavé che salgono ripide verso le nuvole. Serve infine l’elemento astratto, il movente che inneschi l’azione dei protagonisti, e oggi sulle strade dissestate delle Fiandre il movente era di prima grandezza, era potere ed era eternità: il Paese era sceso in strada per salutare il suo re abdicante.

Tom Boonen non voleva correre un ultimo Ronde anonimo. "Non nella pancia del gruppo". Per ricordarlo ai suoi sudditi ha scelto il Luogo per eccellenza, il Muro di Geraardsbergen. Da quelle parti lo chiamano solo De Muur. Il Muro è un punto di partenza ideale per ogni avventura, dalle piccole imprese del ciclismo fiammingo fino ad avventure esagerate come la Transcontinental Race, che Mike Hall aveva deciso di far cominciare proprio lì. Dovrebbero saperlo anche Van Avermaet e Sagan che quello è un posto speciale, e invece si fanno sorprendere già sotto, quando la chiesetta ancora non si vede.

Boonen transita in testa al suo ultimo Muur, e pedala sicuro fino al Taaienberg, che qualcuno chiama Boonenberg per tutte le volte che Tom vi è stato incoronato. Non oggi. Sul Taaienberg l'ultimo Fiandre di Boonen finisce in una catena incastrata. Non si dovrebbero mai incastrare le catene a quelli come Boonen quando pedalano attraverso luoghi con cui si identificano così tanto da confondersi con essi, e invece il ciclismo è creativo, e decide che il testimone del Muur non è bene che lo colga un re abdicante. Allora pesca altri colori e li fa luccicare all’orizzonte. Sono tre, come i muri su cui si arrampica questa storia, perché il cuore dei fiamminghi batte a Geraardsbergen e sul Taaienberg, ma soprattutto nella piazzetta in cima all'Oude Kwaremont, su quei due chilometri di pavé sconnesso. È lì Sagan che fa una cosa che non fa mai, il suo processore balistico si incarta, fallisce il calcolo dello spazio che esiste tra il rischio ponderato e l’azzardo puro. Cade. È sempre lì che Philippe Gilbert resta solo, per caso o per disegno. Solissimo. Davanti a lui solo il Belgio, e l’eternità.

Gilbert è un belga strano, trasversale. Va forte ovunque, è vallone ma parla fiammingo, sta di fianco a Re Tom ma non è un suddito. Vince la corsa dei belgi vestito del tricolore. La driekleur. In basso il rosso di arterie in cui scorre solo ciclismo. Beh, non solo ciclismo: in mezzo c’è il giallo della birra, in alto il nero del carbone e del pavé bagnato. Fasciato dei tre colori, Gilbert trova l'ora di osare, di trasportare per un pomeriggio un testimone che ricongiunge il passato e il presente del suo sport, perché la vittoria di Gilbert non è una vittoria d’altri tempi, è una vittoria di questi tempi, che sono i suoi e - che onore - sono anche i nostri. Mentre i colori dell'arcobaleno si accartocciano su una transenna, Gilbert pedala ansimante sino alla linea bianca e punta verso l’alto il suo testimone, l’unico che conceda, a chi ha talento per immaginarle, di scrivere storie tanto travolgenti: la bicicletta.

Categoria: